(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Delle storie bresciane"

«■■Mi! 

UHI 
1111 



liill 



■ li 

iifl 

SBllII 

! i-i BBil 

Meme 

■HI 






raffi 



Wm 



ran 

w 

IBI 

.HI 

m m 



ll «H« 

WmÉmà 
siili 



Ha 




filili 

JB issili 
Wm 



1 



iSHilllI 



I 



■ 



111Ì 



■p 

onUr 



Binili 







9>4-5.2.5 



S/.Ar 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/dellestoriebresc04brav 



DELLE 



STORIE 

BRESCIANE 

DELL'ABATE 

PIETRO BRAVO 



Volume IV- 



BRESCIA 

PER G. VENTURINI TIPOGRAFO 

1840. 



945.^5 



DELLE 

STORIE 

BRESCIANE 



f\QOO 



?OC : <>'>^0<^0-C^C: : <">C ; - : CO0*0<>0<>0'0<> 



LIBRO DICIANNOVESIMO 



use. 



5 x. Xngagliarditi l'animo i Bresciani, perchè l'ini- - 
peratore aveva loro concessa la libertà di governarsi q° P q 
a piacimento; e lieti al non vedersi contrastata da anno 
chicchessia la pubblica tranquillità, incapaci di sonnac- 
chiare intorpiditi, volsero il pensiero e l'opera alla si- 
curezza ed agli ornamenti della città. 

Le contrade di Brescia, come lo sono tutte quelle di 
antichissima costruzione, erano anguste di molto, tor- 
tuose e malagevoli; ed i Bresciani sdegnandole tali, 
non perdonarono a spesa ed a fatica per renderle più 
facili, più diritte e più spaziose. Non tutti però pote- 
rono toglierne i difetti; per la possibile emenda dei 
quali noi stessi abbiamo veduto e veggiamo pur tut- 
tavia con quanta industria e dispendio si sieuo adope- 
rate, e si adoperiuo ancora di presente le patrie au- 
torità. Caso che Brescia a que' tempi si fosse attaccata 
da estranio nemico, veuiva ad essere esposta a gravi 
pericoli, perchè le fosse che la circondavano per le ri- 



6 LIBRO DICIANNOVESIMO 

petute e lunghe alluvioni, per le riversate immondizie 
Dopo e rottami, erano appianate di maniera, che presenta- 
atnio vano quasi per ogni dove libero l'adito dentro le mura; 
ii 86". ed i cittadini nell'anno medesimo si diedero a riparare 
a quel disordine, facendole curare e profondar nuova- 
mente (i). 

Avevano appena i Bresciani cominciate quelle due 
grandiose operazioni, quando il re Arrigo VI onorò 
Brescia della sua presenza, e vi ospizio allegramente 
alcuni giorni, nell'occasione ch'ebbe egli a passare per 
questa città, oude tradursi a Milano per celebrare le 
nozze trattate l'anno innanzi dall'imperatore Federico 
suo padre, con la principessa Costanza del fu Ruggeri 
di Sicilia, la quale eragli stata condotta in quella città (2). 
Gli atti del trattato di pace cominciato io Piacenza 
e definito in Costanza, atti così acconci a riscaldare di 
patria tenerezza lo spirito italico; l'ingenua benevo- 
lenza che l'augusto Federico I ed il re Arrigo VI ave- 
vano poscia significato ai Bresciani, quando ebbero l'ini 
dopo l'altro ad ospiziare in questa città; l'otteuuta li- 
bera maniera di governo, e la facoltà di costituirsi uu 
patrio statuto, avevano scaldato così fortemente l'animo 
dei cittadini, che più pensavano alla patria, che non 
alle famiglie loro, che non a'proprii interessi, che non 
a se medesimi; anzi consideravansi con quanti abita- 



(1) Chronac. S. Petri: Ann. D.ni 1186, strale civitatis am- 
pliate, et renovatum est fossatum. — - E più chiaramente Mal- 
vezzi, Dist, VII cap» 60: cives Brixiae ad decorum urbis am~ 
pliare feccrunt stralas, foveas edam circuitus civitatis ad ro- 
bur ejusdem amplius profundiusque foderunL 

(2) Chronac. S. Joan. Anno MCLCCCVl Rex Henricus Bri- 
xìnm venit de mense Januario; — la qual cosa è confermala 
da Malvezzi, Disi. VII, cap. 60. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 7 

vano la provincia, appartenenti tutti alla famiglia me- ^"^ 
dèsima; e non contenti delle pubbliche dispendiosissime J*°P? 
imprese assunte, e dietro alle quali continuavano ad anno 
adoperarsi di tutta lena, presero partito ancora di eri- ll ^> 
gere un forte e magnifico edificio adatto ad essere la 
sede delle principali magistrature della città. Per tale 
oggetto comperarono dal capitolo della cattedrale al- 
cune case, le demolirono; e, nello spazio da quelle oc- 
cupato, diedero cominciamenlo a quell'angolo del pub- 
blico palazzo di broletto, che guarda verso meriggio 
ed occaso; ed in quell'occasione costrussero ancora le 
fondamenta della torre del popolo (1). Opera, che per 
le vicende degli anni che andarono a succedere, rimase 
per lungo tratto interrotta. Anno 

5 a. Mentre le sorti di Brescia brillavano così prò- ll8 7» 
sperose, ed i cittadini dietro alle assunte lodevolissime 
intraprese, con tutta la concordia e cou tutta la fervi- 
dezza possibile si adoperavano: gli abitanti de' sobbor- 
ghi di porta Matolfa, la quale era presso a poco dov'è 
di presente la fontana di s. ta Pace, iucitati da un qual- 
che scaltro, e fors* anco avaro istigatore (2), ficcaronsi 
in testa, che i corpi dei santi martiri Faustino e Gio- 
vita trasportati solennemente dietro l' assistenza del 
vescovo Anfrido l'anno 806 dal cimitero di s. Latino, 
cioè dalla chiesa de' santi martiri Faustino e Giovita 
ad sanguinem, ora detta di s. ta Afra, a quella di s. ta Ma- 
ria in Sylva, detta di presente dì s. Faustino maggiore. 
Quegli incitati sobborghesi ficcaronsi in testa, che i 



(1) Zamboni, Memorie intorno alle pubb. fabbriche di Brc 
scia, f. 9, dove ne ha prodotto ancora i documenti. 

(2) Bieinmi, Storia di Brescia, T. t, car. 280. 



8 LIBRO DICIANNOVESIMO 

sauli corpi trasportati dietro le cure del vescovo An- 
Dujjo r r ;j uon f OS sero già le salme di que'santi martiri, ma 
anno altre erroneamente riputate tali, e che le vere giaces- 
12 ^7« sero ancora inonorate ne' sotterranei di s. ta Afra. Prega- 
rono per questo, ed ottennero da monsig. Giovanni Grilli 
da Fiumicello, vescovo di Brescia, il permesso d' inda- 
gare dove fossero; e scavato il pavimento di quella 
chiesa dove meglio il credettero, scovrirono uua grande 
arca di marmo, cui alla presenza del vescovo, di molto 
clero e di gran folla di genti aprirono: in quella, so- 
pra una tavola di candidissimo marmo rilevata alquanto 
dal fondo dell'arca, e traforata da spessi pertugi adatti 
a dare scolo alle macerie, erano riposti due scheletri, 
all'uno de'quali mancava la testa, ed ambi erano ri- 
cinti di serici addobbi (1). 

Non sul coperchio di quell'arca sepolcrale, non sopra 
alcuno de' lati esterno od interno della medesima era 
sculto nome alcuno, anzi non pure alcuna sigla o let- 
tera alcuna. Persuaso cionnoupertanto il vescovo Giovanni 
Griffi e la gran folla degli astanti, che quegli scheletri 
fossero le reliquie di due martiri del cristianesimo, die- 
tro apposito consiglio deliberarono che si avesse a le- 
vare di sotterra quell'arca, onde esporla alla pubblica 
venerazione in luogo più acconcio. Diedesi a ciò ese- 
cuzione, e smossa profondamente la terra sopra la quale 
era stata, da Dio sa quanti anni! deposta quell'arca, 
trovossi fra due pietre distesa una lapide, la quale però 



(i) Questo racconto è tratto dall' istrumento notarile che si 
scrisse allora sopra di un tal fatto, e che tratto da una perga- 
mena dell' archiv. de' Monaci di 3. Faustino maggiore è slato 
pubblicato da Faini nella Vita d&' SS. Faustino e Giovila se* 
cu ndi, pari. 3. j\ 5i. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 9 

per la profondità dov'era , non aveva corrispondenza S555!5 

alcuna di contatto coli'arca di cui si parla, e su quella *?°P,° 

lapide era sculto: anno 

1187. 

FAYSTINO ET IVITTE 

CHI MARTYR 

VICTOR MAVRVS 

EX VOTO POSVIT MENSAM CIYIBVS SV1S. 

Avvisato il vescovo Giovanni di essere stata scoperta 
quella lapide, seguitato da un luugo accompagnamento 
di sacerdoti, tornò a s. ta Afra, dove lesse quella iscri- 
zione: in quel frattempo Ambrogio prete, custode della 
chiesa di s. Andrea, salì il sacro rostro; e con un breve 
ed energico discorso, appoggiato a quella estrania iscri- 
zione, predicò che gli scheletri giacenti in quell' arca 
erano i veri corpi de' santi martiri Faustino e Giovita; 
e che era sacro dovere dei cristiani di Brescia di col- 
locarli in un luogo al distintissimo loro merito conve- 
niente. Terminato appena il prete Ambrogio quel di- 
scorso, il vescovo commise: che si avesse a levare di 
sotto alla mensa dell'aitar maggiore di quella chiesa 
1' urna di due santi che ivi da tempo immemorabile 
si veneravano, che la si dovesse trasportare altrove, 
fissò il giorno e l'ora in cui sarebb' egli tornato per 
assistere al soìenne collocamento dell'arca pur ora sco- 
perta alle basi dell'aitar maggiore dov'era l'altra ur- 
na da trasportarsi; poi fece al palazzo vescovile ritorno. 

Avvisati i monaci di s. Faustino maggiore di quanto 
era succeduto, e di quanto audavasi adoperando nella 
chiesa suburbana di s. ta Afra, che presi da alto stupore 
rabbrividirono; né sapevano comprendere, come dopo 
la famosa traslazione de' corni de' santi Faustino e Giù» 



io LIBRO DICIANNOVESIMO 

—— — vita dalla chiesa di s. ,a Afra a quella di s. ,a Maria iu 
Dopo Sylva eseguita dal vescovo Anfrido; dopo l'altra tras- 
anno lazione de' medesimi fatta pochi anni dopo dal beato 
11 p7* vescovo Ramperto dalla chiesa antica di s. ta Maria iu 
Sylva a quella nuovamente fatta erigere da lui me- 
desimo; non sapevano comprendere que' monaci, come 
dopo le portentose operazioni in quelle circostanze av- 
venute^ dopo le iscrizioni che ferma uè conservavano la 
memoria, dopo la pia venerazione de* fedeli nella chiesa 
loro a que' santi corpi pel decorso di circa quattro se- 
coli continuata; non sapevano comprendere que'monaci 
come potesse alcuno più ancor dubitare, che le salme 
de'santi martiri Faustino e Giovila giacessero ancora 
in s- ta Afra; e violando la venerazione a quelle dovuta, 
si avesse iuvece a concederla a scheletri ignoti, e da uno 
stolto insieme o scaltro od avaro fanatismo immagi- 
nali i veri corpi de'sopraddetti santi martiri. 

Quindi dopo essersi i monaci di s. Faustino maggiore 
radunati in consiglio, e presa concorde deliberazione, 
aspettarono il giorno e l'ora in cui il vescovo Giovanni 
doveva andare a s. ta Afra onde osservare la promessa: 
ed allora preceduti dall'abate loro, e seguitati da uua 
folla immensa di cittadini di ogni grado (i) andarono 
a scontrarlo lungo la via: e presa la parola il padre 
abate, con voci alte e clamorose, intimò al vescovo di nou 
procedere a celebrare una così sconcia funzione; e gli 
intimò di rimettersi a quanto avrebbe sopra di tale 



(i) Cucurrit Abbas S. Faustini cum magna multitudine, muU 
tas minns Episcopo inferendo, et ne ad proposltum locum se 
presentarci prohibendo. Exinde ad apostolicam audienliam prò- 
clamavit. Sono parole della sopraccitata pergamena pubbl. da 
Faiui. 



LIBRO DICIANNOVESIMO .11 

argomento giudicato il sommo pontefice- Ristette il ve- "* ""' 
scovo alle declamazioni di quell'abate, ed onde non P°P° 
essere causa di scandali e di pubblici tumulti, tornò an i JO 
prudentemente addietro. Passati alcuni giorni però, cioè XI ^7* 
l'ultimo dell'agosto 1187, il vescovo Giovanni Griffi 
audò a s. ta Afra, dove nell'arca ultimamente scoperta iu 
quella chiesa, lasciati in quella gli scheletri che già 
occludeva, vi depose separatamente ancora le ossa dei 
due santi che egli medesimo estrasse dall'urna allor 
allora levata dalle basi della mensa dell'aliar maggiore, 
e tutto operando con la massima riverenza vi fece so- 
prapporre la tavola sopraddescritta di Vittor Moro, indi 
fece chiudere l'arca con la pristina pietra di coperchio; 
e poscia protestò pubblicamente di non saper egli dire, 
se gli scheletri ultimamente scoperti, ed in quell'urna 
racchiusi, fossero o non fossero i veri corpi de' santi 
martiri Faustino e Giovita (1), come lo pensavano i sob- 
borghesi di porta Matolfa. 

§ 3. Quell'operato del vescovo, e singolarmente quella 
dubbiezza da lui significata in pubblico diede a nuovo 
irritamento i monaci cassinesi di s. Faustino maggiore, 
sicché fremendo dicevano: e perchè un tal dubbio? e 
non è forse certo che i corpi de' sauti martiri protet- 
tori della città e della provincia sono quelli che vene- 
rati riposano nella nostra chiesa? quel dubbio non dà 
forse a sospettare che i corpi di que' santi sieno le 
salme di genti incognite? Dietro quelle acclamazioni 
l'abate di quel monistero, caldo l'animo egli stesso, ed 



(1) Leggesi nella sopraccitata pergamena, che il Vescovo Gio- 
vanni dicebat: ncque illos esse Martyres FausUnum, et Jovi- 
tam, vcl quoti non essent. 



i2 LIBRO DICIANNOVESIMO 

mmmm ^ incitato ancora dalle altrui querele, mosse a Verona, 
Dopo j ove i| nU ovo pontefice Urbano III trattenevasi ancora; 
anno quell'abate ivi a lui si presentò, e gli produsse un re- 
11 87* clamo contro l'operato dal vescovo di Brescia in quelle 
circostanze. Il sauto padre diede peso a quel reclamo, 
e scrisse al vescovo di Brescia intimandogli di presen- 
tarsi sollecitamente a lui. Ubbidì quegli al mandato: 
ed il pontefice dopo averlo esaminato e confrontate le 
sue deposizioni con quelle prodotte dall'abate, per mezzo 
di una sua bolla data il dì 21 settembre dello stesso 
anno (1), rampognò il vescovo Griffi, commise che gli 
scheletri di genti ignote pur allora scoperti dovessero 
essere riposti nella propria arca, senza prestare ad essi 



(1) Presento quella pontificia costituzione tal quale era scritta 
in caratteri longobardici sul muro presso all'organo della chiesa 
antica di S. Faustino maggiore, da dove innanzi che quel tem» 
pio si avesse a demolire, onde erigervi quello che veggiamo di 
presente, il dì 27 Settembre 1621, fu alla presenza di molti 
testimoni trascritta dal notaio Giovambattista Medici alla pre- 
senza di molti testimoni; 6 quale è stata pubblicata dal prete 
Bernardo Faini, Vita de 3 SS. Faustino e Giovila, Part. Ili, 
f.bie seg. 

Urbanus Episcopus servus servorum Dei, Dilectis filiis Joanni 
Abbati t et Fratribus Monasteri SS. Mar tir um Faustini et Jo» 
vitae salutem et apostolicam benedictionem. 

In eminentia sedis Apticae constiluti universas ecctas pasto» 
rali tenemur diligentia confovere, et ne aliquatenus nostrae 
provisionis tempore, enormiter sui status diminuitone succum- 
bant, omnibus modis providere. 

Cum igitur inler caetera quibus monasterium vestrum anti» 
quis fuit munerìbus decoralum, illud precipuum non immerito 
reputetur, quod Omnipotens Dominus in eo Beatissimis Faustino 
et Jovitae suis martyribus sepolturam codesti providentia pre- 
paravi^, indignum esset pariter et absurdum in ea parte curam 
vobis Pastoralem subtrahere, in qua supradictum monasterium 



LIBRO DICIANNOVESIMO i3 

indizio alcuno di venerazione, e quella sotterrata nuo- 
vamente dov' era prima: e minacciò finalmente la col- ,P P° 
lera del Signore a chiunque non avesse prestato ub- anno 
bidienza al suo decreto. 1107. 



vestra, et Chris tiani populi celebritate letaiur, et speciali praee- 
minet dignitate. 

Inde siquidem fuit quod cum Clerici Capdlae Faustini et 
Jovitae ad sanguiaem ossa duorum hominum in occuìtis ter' 
rarum abditis invenissent, in pubblicum asserente s ea corpora 
Martyrum praediclorum. Unde Venerabilis frater noster Joan- 
nes Episcopus Brìxiensis, debita postposita gravitate, ossa illa 
in altari posuit, et super ipsis missarum solemnia celebravit. 

Nos conqueslione suscepta, Episcopum hujus levitatis excessu 
ad presentiam nostrani vocavimus, ut eì, partibusque presen- 
iibus innotesceret nobis de ventate rei. Et quod enormiter aclum 
esset, nostrae correctionis auctorilas reformaret. 

In primis siquidem Episcopo increpatione debita redarguato, 
quod sine conscientia nostra od factum memoratum processerai, 
requisivimus ab eo, utrum dictorum corporum aliquam certi- 
tudinem obtineret? Quod ipso prorsus denegante, et a/firmante, 
quod nequaquam credebat illa corpora praediclorum sancto- 
rum esse. 

Nos attendentes quod nec tilulus aliquis invenlus fuerat, 
qui ostenderet.veritatem. Et quomodo Translatio ipsorum mar- 
tyrum ab universa Brixiensi ecclesia annis singulis, votivis 
gaudiis in vestro monaslerio celebratur. Nihilominus conside- 
rantes, quod in privilegiis Antecessorum nostrorum, quorum- 
dam etiam Archiepiscoporum, Episcoporum, ac Principum, prae- 
dieta corpora quiescere in vestra Ecclesia denotalur. De omnium 
fratrum nostrum Consilio: Corpora, quae in altari jam dieta 
fuerant praesumptione recondita, extrahi decrevimus, et in loco 
in quo primum fuerant, sine dilatione reponi. 

Distinclius inhibentes Episcopo, ne ullam eis reverentiam 
sanctis debitam exhiberet, nec ab aliis exkibere permitteret, 
sed ea dimitleret, sicut hactenus fuerat, justo judicio Dei, qui 
poìens est eos quos diligit in Ecclesiam suam memoriam su- 



i4 LIBRO DICIANNOVESIMO 

"""" ^ Quel sommo poutefice circa un mese dopo di avere 
f; ^° emanata quella costituzione, percosso dalle tristi notizie 
anno delle vittorie di Saladino sopra i cristiani d' oriente, 
,I °7* infermò gravemente a Ferrara, dove cessò di vivere; e 
Clemente III, che dopo il brevissimo pontificato di Gre- 
gorio Vili, fu nel dicembre dello stesso anno promosso 
alla cattedra di s. Pietro, confermò al monastero di 
s. Faustino maggiore di Brescia la bolla a quello con- 
cessa da papa Urbano III (i). Pareva che quelle due 
costituzioni emanate T una dietro all'altra dall'autorità 
pontificia, avessero dovuto vincere le frenesie degli in- 
fatuati adoratori di salme incognite. Ad onta però di 
que' pontificii decreti, stettero quelli fermi in credere 
che quegli scheletri fossero i veri ossami de' santi Fau- 
stino e Giovita; quantunque oltre que' decreti, e la 
pubblica tradizione e le iscrizioni e la sacra liturgìa 
ad una voce sclamassero, che quelle sante reliquie ri- 
posavano venerate in altra chiesa. Ma come possono 
mai le autorità o le ragioni addirizzare le teste bislac- 
che dei farneticanti per falso zelo? 

La lapide di Vittor Moro scoperta sotto queir arca 
gli aveva accecati sì fattamente, che o non sapevano o 
non volevano vedere non essere quella una iscrizione 
posta al sarcofago, perchè non era scolpita in parte al- 



scitare. Et in Ecclesia vestra praedictos sanctos colerei, et sicut 
consuetum est hactenus eorum Corporei venerentur. 

Si quis ergo contro, hujus institutionis tenorem venire prae- 
sumpserit: indignalionem Omnipotentis Dei, et Beatorum Petri 
et Pauli Aposlolorum rjus, se noverit incursurum. 
Datum Veronae xu. Kal. Octobris Mclxxxvu. 

(i) Costituzione di Clemente III trascritta da Faini da una 
pergamena dell'Archiv. di S. Faustino maggiore; e da lui pub- 
blicata nella Vita di que Santi, Part. IH. /. 56, e scg. 



LIBRO DICIANNOVESIMO i5 

cuna a quello aderente; ma da quello disgiunta in modo g ""*" M ^ 
che non pur lo toccava, ita quod are ani non tange- J?°P° 
bat (i); non vedevano, o non sapevano vedere, che quella anno 
lapide non era un monumento sepolcrale, ma una sem- lì °l» 
plice tavola per mezzo della quale Vittor Moro assi- 
curava ai posteri di avere adempito un suo voto fa- 
cendo erigere un altare ai santi martiri Faustino e Gio- 
vita suoi concittadini (2). Non sapevano non volevano 
vedere che quella lapide non era sculta ai tempi del- 
l' imperatore Adriano, nei quali brillava ancora il gusto 
latino; tempi nei quali i sopraddetti santi furono mar- 
tirizzati; ma di ben lunghi secoli più tarda, cioè po- 
steriore alle invasioni di que' barbari, dai quali fu de- 
turpato il gusto, la lingua e Y ortografia latina. Ai 
tempi dell' imperatore Adriano, cioè quando i santi 
Faustino e Giovita furono martirizzati e sepolti, usavasi 
punteggiare scrupolosamente in fine di ogni parola delle 
iscrizioni lapidarie, trattane quella che era in fiue della 
riga; nei bassi tempi all'opposto, omettevasi quasi qua- 



(1) Sono parole della sopraccit. pergamena. 

(3) Quantunque Ottavio Rossi, Ascanio Martinengo, Ippolito 
Cliizzola, i padri Stella e Poncarali, Bernardino Faini, il Can- 
gio alla voce Mensa, e gli stessi Bollandisti, tutti copiando 
l'uno dall'altro abbiano rapportato quella lapide scrivendo 
FAVSTINO-ET'IOVITJE • CHRISTI • MARTIRIBFS, etc; 
Fautore però della Pergamena sopraccitata, il quale solo l'ha 
tratta dall'originale, l'ha prodotta come io 1' ho esposta; sopra 
di che veggasi Doueda Risposta alle difficoltà ecc. Leti. I. f. i5, 
e seg. Quanto poi alla voce Mensa in significato di Altare, 
singolarmente ne' bassi tempi, ne basti la testimonianza di un 
Capitolare di Carlo Magno, il quale l'anno 769, C. 14. proibì 
ai sacerdoti di non celebrare i sacri misteri, nisi in MENSIS 
lapideis ab Epìscopo consecralis. 



if> LIBRO WCIANKOVESIMO 

wmmm — ' Lunque punteggiatura. Nella lapide di Vittor Moro sono 
^°P° le punteggiature intralasciate; dunque....? Ai tempi di 
arino* Adriano non si omettevano mai i dittonghi, e ne' bassi 
ll $7' tempi non si usavano quasi mai; nella lapide di Vit- 
tor Moro è scritto IV1TTE in terzo caso della prima 
declinazione grammaticale senza apporsi il debito dit- 
tongo all'È; dunque...? Ai tempi di Adriano scrivevasi 
Jovius, Jovianus, lovanncs, e per conseguenza Jovita: 
e ne'bassi tempi, siccome è chiaro da una iscrizione 
longobardica rapportata da Scipione Maffei (i) scrive- 
vasi JOHANNES, ed IVVIANO; e come è chiaro 
ancora da altra iscrizione de' tempi medesimi, scrive- 
vasi 1V1TTHA, invece di 10V1TA (2); nella lapide 
di Vittor Moro si legge IV1TTE; è quella dunque 
una iscrizione conforme al gusto del secolo nel quale 
que' santi martiri furono sepolti, o si presenta invece 
colla barba del secolo di Totila? E se quel marmo deve 
essere siccome tale considerato da chiunque abbia un 
semplicissimo filo di criterio, non è a dirsi che i sob- 
borghesi di porta Matolfa, riputandolo il monumento 

(1) Maffei, Museum Veronens. f. 181. 

(2) FAVSTÌISO ET IV 
VITTHA CI MARTY 
R1BVS, PRO SA 
LVTE, SVA RVBRI 
VS, FORTLS EX VOTO 

Questa lapide quantunque per ortografiche maniere sia più 
scorretta ancora di quella di Vittor Moro, pure quanto allo 
siile moltissimo le rassomiglia, era nella chiesa dell'Abbazia 
di Leno, e trascritta fedelmente dal dottor Paolo Giovanardi, 
fu da lui comunicata all'A.b. Carlo Doneda, il quale la pubblicò 
nella sua Risposta alle difficoltà ecc. Lettera I. f. 26, pei tipi 
Gonza ti. 



LIBRO DICIANNOVESIMO i 7 

sepolcrale de'sauti martiri Faustiuo e Giovita, e dietro - 
a quel falso appoggio, attribuendo a corpi ignoti la Do P<> 
venerazione dovuta a quelli de' veri santi martiri, non ^Jo 
si aggirassero fuori de' gangheri? Ma le saue ragioni, 1187. 
e singolarmente le bolle pontificie avessero almeno po- 
tuto convincere gli infatuati di quell'errore, che non 
sarebbonsi sopra di tale argomento riprodotti, gli scan- 
dali! ma non fecero che gettar cenere sopra al fuoco, 
fuoco che vedremo riardere vivissimo procedendo con 
le presenti patrie ricordanze. 

5 4- 11 lungo decennio di continuata penuria ultima- 
mente trascorso (1), ed i bisogni estremi ai quali an- 
darono soggette le famiglie per quel terribile disastro, 
avevano aperto il campo agli usurai di spingere a pien 
talento le pretese del frutto sopra le somme di capitale 
che altrui affidavano. Quindi ansiosi i magistrati di 
Brescia di imporre a tale disordine quel freno cui le 
ardue circostanze possibilmente concedevano, il dì 11 
settembre n88 statuirono, che nessuno potesse preten- Anno 
dere un'usura annua maggiore di trenta deuari per n88 ' 
ogni lira (2), la qual cosa, secondo ha calcolato l'ab. 
Doueda, corrisponde al dodici e mezzo per cento. L'ap- 
provazione di un'usura così alterata non deve essere 
ascritta a troppa indulgenza od a riprovevole conni- 
venza dei magistrati, ma alle asperrime necessità di 
quei tempi; e Muratori ne assicura che a Modeua ed 



(1) Il Cronaco di S. Gio. all'arni. 1171 ha scritto: inceptio 
carioris temporis; ed all'anno 1181, tempus plus cariar. 

(2) II Cron. medesimo all'ama. 1188 dà a leggere: Constitu- 
tum est die Dominico intrante Septembri in conclone, ut fene- 
ratores non accipiant prò unaquaque libra ultra'òo^denarios, 
e veggasi la nota iqi del Doneda al citato cronaco. 

Tol. IV. 2 



,8 LIBRO DIO ASSO VESJMO 

a Bologna si dovettero allora concedere agli usuriti» 
Dopo ii ve ||i assa i maggiori (i). 

arino Mentre, ad onta di quanto si è detto, i Bresciani si 

lì %9- adoperavano gagliardamente dietro alla fabbrica del 
magnifico palazzo di Broletto, cioè a quella parte del 
medesimo, alla quale avevano dato da pochi anni co- 
minciamento; pensarono ancora di erigere un vasto por- 
ticato, sotto il quale il popolo si avesse a raccogliere 
ed essere difeso dai raggi del sole e dalle piogge, 
mentre si declamavano le pubbliche aringhe; e fu perciò 
detto il portico, ovvero la loggia delle concioni; quel 
fabbricato fu eretto l'anno 1189, mentre insieme con 
altri, de' quali il cronico mi lascia desiderare il nome, 
era console Pietro da Villa, detto ancora Pietro Vil- 
lano (2); ed è assai probabile che que' portici fossero 
quelli contigui all'antica basilica estiva di s. Pietro in, 
duomo, de'quali nell'antichissimo patrio statuto mss. a 
f. 66 era raccomandata la custodia ai canonici della 
cattedrale, e che cinquecento cinquantanni di poi ve- 
devansi ancora (3). 

§ 5. Le vittorie del sultano Saladino sopra i cri- 
stiani aveva destato ad alìarme quasi tutta Europa, 
sicché andavasi comunemente paventando da chiunque 
invaso fra non molto il proprio paese dalle terribili 
falaugi de* Saraceni. Quasi tutta la Siria e la stessa 
Gerusalemme erano già cadute iu potere di que' tre- 
mendi. Il sommo pontefice Clemente III non ometteva 
mezzo alcuno, oude eccitare i fedeli ad impugnare le 



(1) Muratori, Dissertat. XVL 

{1) In consulta Petri Villani, et sociorwn facti sunt portici 
Àrengi. Così il Cronac. di S. Gio. all'ann. 1189. 

(3) Zamboni, Memori: intorno alle puhb. fabb. f. 3. nota 8r 



LIBRO DICIANNOVESIMO t$ 

armi, e dietro allo stendardo della croce ad opporsi 
francamente a quegl invasori; fra i molti che dalla più Dopo 
parte delle nazioni europee, seguitando gli incitamenti G ' C * 
del santo padre si offerirono per queir impresa, l' im- 
peratore Federico I ancora, vinto dall'entusiasmo dei 
suo secolo, inalberò la croce, ed alla testa di un pò- 
lentissimo esercito il dì 3 5 aprile 1189 si avviò verso 
levante, e promettevasi facilissima la sconfitta di Sala- 
dino. Attraversò egli felicemente l' Ungheria, indi non 
senza gravi incomodi la Bulgaria e la Romelia; tra- 
passò l'inverno in Grecia, e la primavera dell'anno 
seguente, insieme coli' esercito tragittò l'Ellesponto, en- Anno 
trò nell'Asia, dove percorsa la Natòlia, entrò in Arme- ,I9 °' 
Dia, ed ivi a' dieci giugno dello stesso anno sgraziata- 
mente affogossì nelle acque del Salefi, fiume che attra- 
versa campagne deliziosissime (1). 

5 6. Menicoldo della illustre ed ora estinta famìglia 
de Tattocci di Brescia, eletto e supplicato dai Geno- 
vesi, aveva a que' tempi assunta la dignità primaria 
di quella repubblica, cioè l'impegno di esserne il po- 
destà; con tanta onoranza e di sé e di Brescia sua pa- 
tria ne sdebitò egli i gravi ufficii, che dietro caldissime 
istanze dei Genovesi fu egli gentilmente costretto a 
riassumerne gli impegni ancora per l'anno seguente (*). 
Occorrendo annualmente in Brescia il giorno di s. Pie- 
tro l'innovazione de' consoli, Pietro da Villa ed i suoi 



(1) Imp. Federica* circa fé slum $, Georgii, cum Buca filio 
suo, che era Federico Duca di Svevia suo secondogenito, et 
cum Principibus, et cum innumerata gente hit ultra mare, et 
alio anno pergente, cum fuit in flumine Salefi intus neeatus 
est. Chron. S. Gio. ann. 1189. 

(2) Rossi, Elogi de B rese illustri, /. 37 e 38. 



, LIBRO DICIANNOVESIMO 

' compagni discesero a 3o giugno di quell'anno dal seg- 

Dopo gio curale, e dietro i suffragi del pubblico consiglio 

?' C ' furono a quelli surrogati Boccaccio Boccacci, Emilio 
unno * " i*i 

U90. Griffi, Guglielmo Oriani ed Alberto Gambara; ed il 

cronista che ciò ne ricorda, aggiugne essere da osser- 
varsi, che fino da quell'epoca la famiglia de' signori 
Gambara era distinta in quattro illustri casati (1). 

Fosse che que' consoli non fossero fra loro medesimi 
di piena concordia, fosse che Brescia dietro l'esempio 
di altre città lombarde, onde evitare quegli inconvenienti 
che potrebbono facilmente succedere, affidando la somma 
delle cose pubbliche solamente a persone nate in pa- 
tria, dove i legami di parentela, di amicizia, le spe- 
ranze di eredità, e fors'auco le stesse vicinanze di po- 
deri potrebbono alle volte recare al candore della ve- 
ra integrità alcun inciampo; che forse le sagge e 
prudeutissime maniere, ond ? erasi diretto in Brescia il 
podestà Guglielmo de Osa, avessero, nove anni dopo, 
sospinto i cittadini a procurarsene un altro a quello so- 
miglievole; egli è eerto che l'anno 1191 per maggio- 
ranza di voti del pubblico consiglio venue eletto po- 
destà di Brescia Giordano Yivari di Vicenza; non però 
dimettendo per quella elezione i consoli dallo scranno 
che in questa città occupavano (2). 

Il vicentino Giordauo Vivari aveva assunto da pochi 
mesi quell'impegno, quando i Bresciani, bramosissimi 



(1) Erant Consuhs... Boccali us de Boccata s, Domnus_ MiU 
lius de Griffis, Dornnus Gulielmus de Orianis, Domnus Al- 
bertus de Gambara, erant autem tempore ilio kujus quatuor 
domus, etc. Malvet. Vist. Vlb cap. 78. 

(1) Anno MCXCI, Indici. IX. Jordanus de Vivaro de Vi- 
r. enfia fartus est Potestà* Brisie. Cronac, S. Joann. 



LIBRO DICIANNOVESIMO n 

di allargare i coufiui della provincia, e cupidi forse !5555!!!!! 

ancora di trovare motivi onde romperla coi Bergama- Dopo 

G. C 
schi, dietro deliberazione del pubblico consiglio, com- anno* 

perarouo da Goffredo e Lafranco, conti di Caleppio, le I! 9** 
giurisdizioni che quelli avevano sopra Castelmerlo, Ca- 
leppio e Samico; in pagamento del quale acquisto pro- 
misero a que' signori una somma di molta considera- 
zione. Nel primo articolo però dell' istromento di quel 
contralto fissarono che la somma promessa, e loro già 
solidamente assicurata, dovesse essere dai conti Galeppìo 
investita od in tanti caseggiati in Brescia, ovvero in 
possidenze campestri che si stendessero ad oriente dei 
fiume Mella (i). Dalla quale condizione apertamente si 
comprende, che i Bresciani avevano fiso che quella 
grandiosa somma non avesse ad uscire di provincia, e 
che la famiglia di que' signori avesse a costituirsi bre- 
sciana, ed a uon aver pure alcun podere nelle vicinanze 
del bergamasco. 

§ 7. Irritati i Bergamaschi all' udire quel contralto, 
e le artificiose condizioni del medesimo dai Bresciani 
imposte, e convinti di non avere for^e bastevoli per 
tentare sopra i Bresciani della supposta offesa vendetta, 
si collegarono coi Cremonesi, e con tutta facilità lo fe- 
cero, perchè que' di Cremona non sapevano patire che 
que' di Brescia avessero ad essere per cesareo decreto 



(1) Brixienses a Com. Vifredo et Lanfranco cceterisque Com. 
de Caleppio Castellummerlum, et Caleppium quoque et Sarni' 
cum Bergimensis jurisdict. castella suscipiunl. Quamobrem 
Brixiani eis Comitibus magnam pecuniam obtulerant. Primo 
pacto ut in cwitate, seu Brixianorum focis ad Orientalem fluvii 
Mellcs partem positis, ea pecunia posscssiones aquirercnt, 
Maivet. Disi. VII. Cap. LXIL 



** LIBKO DICIANNOYKblAIO 

padroni delle acque del fiume Ollio e di ambe le sponde 
9°P° del medesimo (i); quindi chiamate in sussidio alcune 
anno soldatesche da Pavia, da Lodi, da Como, da Parma, 
1, 9 I - da Ferrara, da Modena, da Reggio, da Verona, da Man- 
tova e fiu da Bologua (2), ruppero insieme contro a 
que' di Brescia la guerra. 

[ nostri arcavoli vedendosi minacciati dagli assalti 
di un'oste così formidabile, spedirono sollecitamente al- 
cuni delegati a Milano, onde, dietro ai patti già sta- 
tuiti cou quella confederata città, otteuere da quella 
in un tauto pericolo soccorsi. Emanuele Concesio di- 
stintissimo signore bresciano stava allora sdebitando in 
Milano gl'incarichi di podestà (3); ascollò egli le sup- 
pliche esposte da que' deputati, indi li preseutò ai con- 
soli ed al consiglio pubblico di quella città: e caldo 
di patria tenerezza, ed affidato a quella riputazione che 
egli erasi meritamente dai Milanesi procurata: ricordò 
loro con quanta fedeltà e valore si fossero altre volte 
i Bresciani prestati in difesa di que' di Milano; fece loro 
conoscere non essere semplicemente un tratto di gene- 
rosa amicizia, non solo un tratto di grata corrispon- 
denza ai beneficii ricevuti, ma un dovere dipendente 
dai patti statuiti fra le due città, quello di prestarsi 
a vicenda ogni possibile sussidio quando le circostanze 
il richieggano. I Milanesi annuirono agli energici ecci- 
tamenti dati ad essi dal loro podestà Emanuele Con- 
cesio, e rinviarono i delegati bresciani, assicurandoli che 



(1) Una copia autentica di quel decreto imperiale è nell'Ar- 
chi v. secreto di Brescia, Registr. Ollei A. f. 1. 

(1) Ciò è rapportalo dalla Cronic. di S. Gio. ann. 1191; e 
da Malvez. DisU VII. cap. 63. 

(3) Rossi, Elogi Istorici, /. 3q> Brescia per Fontana. 



LIBRO DICIANNOVESIMO *3 

avrebbooo tantosto raccolte quante soldatesche sarebbe- 

etato loro possibile, e sollecitamente indiritte in sussi- ^°P? 
dio di Brescia. anno 

Coufortaronsi i Bresciani ai fausti riscontri avuti da ,, 9 I# 
que' deputati; e raccolte intanto le milizie veteraue, e 
chiamate dalla città e dal contado quante più genti po- 
terono, perchè avessero ad assumere la difesa della pa- 
tria, posero ad ordine l'esercito. Al console Boccaccio 
Boccacci ed al capitano Geunesio Lavellongo, ambidue 
i quali reggevano soldatesche ben agguerrite, raccoman- 
darono la custodia del Carroccio; al prode Biatta Fa- 
lazzi af6darono il comando delle cavallerie; a Giacomo 
Confalouieri, a Protesilao Mairani, ad Emauuele Con- 
cesio, nipote dell'altro dello stesso nome, che era allora 
podestà di Milano, e ad uno della illustre ed ora estinta 
famiglia Tanghettini divisero le squadre delle milizie 
veterane; ed a Gezio Cozza, a Giroldo Giroldi, ed a 
Galante Galanti commisero il capitanati) delle nuove 
reclute (i). DaK quale ordinamento si scorge che il 
custode del carroccio Boccaccio Boccacci era il capilauo 
generale di quell'armata, che Geunesio Lavellougo, altro 
custode del medesimo era il suo luogoteueute, e fihe 
tutti gli altri sopraindicati ufficiali avevano il comando 
delle schiere a loro affidate, dipendentemente però da- 
gli ordini del console delegato alla custodia dei car- 
roccio. 

§ 8. Siccome i Bergamaschi ed i Cremonesi non ten- 
tavano di rompere contro i Bresciani per una sola via; 



(i) Malvezzi, DisU VII, cap. 65. — Caprioli, Lib. 5 presso 
il fine. — Rossi, Elogi Istorici, f. 56 e scg. — Gesilao Suop- 
pedo, f. li e \i, della Vita di S, Obicio pei tipi dei fratelli 
Sabbii, Brescia i6!>& 



2 4 LIBRO DICIANNOVESIMO 

?"^ Dia i primi si erano accampati fra Teliate e Palosco, 
Dopo minacciando di entrare in questa provincia passando il 
anno ponte di Palazzuolo; ed i secondi si erano posti a campo 
> I 9 I - lunghe miglia a meriggio, e quasi di faccia al poute 
di Rudiauo. Per quelle mosse degli inimici furono i 
Bresciani costretti a dividere V armata. Il console Pa- 
lazzi ed il luogotenente Lavellongo, giovati dell'assi- 
stenza de' capitani subalterni Poutonello Santandrea e 
Gaifamo Redoldesco, fecero condurre il carroccio in Pa- 
lazzuolo, radunarono in quel grosso paese luughe schiere 
di milizie, barricarono il ponte dell' Ollio, ed ivi si 
prepararono a ribattere l'impeto de' Bergamaschi che 
stavano loro accampati di fronte. Ed il capitano delle 
cavallerie Biatta Palazzi, seguitato egli ancora da molte 
soldatesche, la più parte però delle quali era di quelle 
ultimamente arruolate, mosse per attendarsi ne' dintorni 
di Rudiauo; ma siccome i Cremonesi erano stati avvi- 
sati che l'esercito de' Milanesi accorrente al soccorso dei 
Bresciani era già arrivato alle sponde del Serio, bra- 
mosi di rompere all'attacco innanzi che gli inimici 
avessero ad essere rafforzati da quel potente sussidio, 
passarouo Y Ollio sul ponte di Rudiano, ed ingagliar- 
diti dai molti loro ausiliarii si spinsero impetuosamente 
contro il corpo de' Bresciani che avevano di fronte. Le 
nuove reclute che formavano il maggior novero di quelle 
milizie, al vedersi assalite con tanta violenza da un 
tanto numero di nemici, vinte più dalla paura che dal- 
l' armi, presero sbandatamele la fuga; ma le solda- 
tesche veterane, e singolarmente le cavallerie capitanate 
dal valoroso Palazzi, da lui schierate in buon ordine 
di battaglia, e dal medesimo incoraggiate, e colle gri- 
da, e più assai cogli esempi d' intrepida franchezza, 
sostennero indomite 1' attacco; ne l'aspetto, né Y impeto 



LIBRO D1CIANNOYESIMO 2S 

dei nemici ebbero mai possa bastante di metterle io "" ■■■■"■ ! 

rotta. Do P° 

C C 
Mentre andava infierendo di tale maniera il conflitto anno* 

ed indecise ne pendevano le sorti, l'accorto Biatta Pa- U91. 
lazzi pose in opera un artificio militare, praticato già 
da altri inuanzi di lui, ed imitato aucora a' nostri tempi; 
e spediti ad una determinata distanza ad ambi i fian- 
chi delle schiere nemiche quanti suonatori di trombe, 
di corni, di pifferi, di tamburi e di quanti altri ru- 
morosi strumenti potè mai avere (1), gli avvisò di zittire 
fino al dato segno. Giunto Y istante, e significatone l'av- 
viso, tutti que' suonatori diedero moto ad un tratto agli 
strumenti loro. I Cremonesi ed i loro sussidiarii, udito 
un tanto strepito, credettero essere colti in mezzo o da 
altre schiere bresciane, o fors'anco dalla sopraggiunta 
armata de' Milanesi: e sì fattamente sgomentarono, che 
rotte le file ed abbandonato il carroccio, fuggirono a 
precipizio, e verso il ponte dell' Ollio si addirizzarono. 
Il Palazzi allora mugghiando vittoria, e ringraziandone 
i santi protettori di Brescia, e singolarmente s. Apol- 
lonio (2). sospinse di tutt' impeto le sue schiere dietro 
le spalle a que' fuggiaschi, i quali talmente si affolta- 

(1) Perstrepentibus bucinnis in Ciemonenses arma convertii 

alrociter Dehinc a quatuor partii us tubas insonare praecc- 

pit, et altis vocìbus aelera irrumpenles, gloriosi eliam Brixien- 
sium Patroni Apollonii nomen invocando, super Cremane nsium 
gentem irruunt, et grandi illos caede prosternimi. Malvet. Disi. 
VII, cap. 63. 

(2) Il Palazzi avrà invocalo singolarmente S. Apollonio, per- 
chè oltre di essere allora quel santo uno dei protettori di Bre- 
scia, quella battaglia avvenne proprio nel giorno a quello de- 
dicato: Vii, infrante mense Lugii, in quo est festum B. Spol- 
lona, et mortw e t necati,.... cum magna gente aliarum Civita' 
tum, eie. Cronac. di $. Gio. all'alili. MCXCI. 



*6 LIBRO DICIANNOVESIMO 

^"""'""* rouo sopra quel ponte, il quale già essendo per le io- 
*?°P° giurie di lunghi secoli mal fermo, cedette al sovcr- 
anno" chio peso, seco strascinando ira i vortici quanti lo 
ÌU J 1 ' trapassavano. 

La caduta di quel ponte addusse lo scompigliato eser- 
cito dei Cremonesi e degli ausiliarii loro all'ultima di- 
sperazione; percossi dalle vittoriose soldatesche bresciane 
alla schiena e ad ambi i fianchi, non restava loro altro 
adito allo scampo, che di gettarsi nell'acque dell'OHio, 
e tentarne il guado; per le piogge dirotte dei giorni 
precedenti, erauo quelle assai turgide, vorticose e fre- 
menti, e per conseguenza insuperabili; e se pure un 
qualcheduno accostumato da giovaue a sguazzare nuo- 
tando ebbe la sorta di vincerne l'impeto, e di giuguere 
all'altra sponda, per le ripe pendeuti, per le stipate e 
spiuose foltaggini che le coprivano, non ebbe campo di 
poterle arrampicare, cosicché quelli che non caddero 
trapassati dal ferro delle milizie bresciane, perirono mi- 
seramente affogati nell'OHio. Convengono gli antichi 
cronisti uell' asserire che fra i Cremonesi e loro sussi- 
diarli furono circa dodici mila i morti in quella bat- 
taglia, e due mila i prigionieri (i); e quantunque non 
facciauo parola alcuna dei Bresciani che caddero allora 
sul campo feriti o morti, è però conveniente il credere 
che quantunque vittoriosi, uou tutti la avranno scam- 
pata felicemente. 



(i) Duodecim millia hominum qui in Cremonensium exer» 
citum convenerant, extinti sunt. Insuper duo millia Cremonen- 
ses, pluiimos quoque e singulis civilatibus , quce in eorum 
subsidium manus porrexerant in brixianam urbem sorte capti- 
vitatis abduxerunt. Malvet. Dist. VII, cap. 63. E le cronache 
bresciane di S. Pietro e di S, Giovanni riferiscono lo stesso 
all'antio MCXCI. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 27 

J 9. Obizzo feudatario di Niardo, paese di Valca-gg """ 

monica presso Breuo, era in quell'occasione accorso con Dopo 
cento uomini d'arme in soccorso de' Bresciani, e nelle anuo 
prime ore di quella pugna era caduto prigioniero dei JJ 9 : * 
nemici, quelli traevanlo seco io mezzo alla folta quando 
cadde il ponte; necessariamente anch' egli tombolando 
andò a conficcare le gambe fra alcune travi cadute ed 
intralciate contro ad una fitta nel fondo del fiume; av- 
venturatamente aveva libere le braccia, e stretta la trave 
di colonna teuevasi dritto possibilmente sulla vita, e 
fuori dall'acque la testa; le onde frementi contro a 
quelle travi mugliavano, rigurgitavano, e facendole ten- 
tennar di continuo, tormeutavano al povero cavaliero 
le gambe, e gli presentavano agli occhi la morte ir- 
reparabile, prossima, e nel più terribile aspetto. Stette 
lunghe ore rattenuto da quelle travi in così tormentoso 
e così tremendo pericolo; e dopo avere supplicato il 
perdono dell'Altissimo, e giurato, se poteva scamparlaj 
di abbandonare la frequenza delle genti, e di menare 
vita penitente fino all'ultimo della vita, sull" imbrunir 
della sera cominciò a gridare di tutto fiato, ed a scla- 
mare soccorso; ma nullo si presentava, procedeva la 
notte, ed egli andava un po' alia volta perdendo la 
voce, le forze ed i sentimenti; quando un qualche pie- 
toso avveuturatameute lo liberò, e trasportollo iu luogo 
di salvamento; ma era egli allora così spossato e così 
tramortito, che sconvolto la fantasia, per più giorni 
non gli parve che di vedere dernouii e di udire voci 
di tormentati (1); rinvenne alla fiue, ma uon gli restava 



(1) Jacopo Malvezzi rapporta quanto si è detto del Cav. Obizo 
feudatario di Riardo al cap. 64 della Dist. VII; ma quanto 
alla liberazione di lui dall'esposto pericolo, quantunque non lo 



28 LIBRO DICIAIW0VB8ÌMO 

che una confusa idea del passato pericolo, e nessuna 
Dop^o di chi tolto ne lo aveva. Quel signore tornò poscia a 
anno Niardo; da dove, dopo avere salutata la moglie ed i 
ll 9'' figli, e disposto rrgolarmeute delle sue sostanze, riti- 
ratosi dal consorzio delle genti, diedesi a vita eremi- 
tica, e morì lunghi anni dopo in concetto di santità (i). 
§ io. Il giorno dopo quella battaglia, che l'u V ot- 
tavo del luglio 1191, il capitano Biatta Palazzi, con 
quelle milizie bresciane che erano state ferme sul campo, 
e con esso lui avevano scoufitto i Cremonesi presso K in- 
diano, gioioso e baldaute per la conseguita vittoria, 
traendosi dietro in lunghe file, ed i circa duemila pri- 
gionieri nemici, ed i cavalli ed i carri carichi delle 
spoglie del campo, e quel che è più il conquistato car- 
roccio ostile, avviossi per Brescia, dove giunse brevi 
ore dopo il meriggio del giorno stesso (2). 

Come solevano gli eserciti latini reduci dalle vitto- 
rie riportate o su l'una o sull'altra delle vinte nazioni, 
che agitando sull'elmo le froudi di quercia o di lauro, 
dietro al trioufaute capitano rompevano i nugoli collo 
strepito de'militari strumenti, e mugghiando cautici guer- 
reschi, alte scuotendo le vinte bandiere, passavano sotto 
agli archi della gloria traendosi dietro le falangi ne- 
miche depresse e prigioniere, e sopra a lunghe file di 



affermi con certezza, vinto però dalla moda de' suoi tempi, in* 
dina a credere che quella sia stata eseguita da un Angiolo. — 
direbbe un altro, perchè incommodare una potenza celeste a pre- 
stare un soccorso, quando quel soccorso stesso poteva essere pre- 
siato naturalmente dagli uomini? Sclama il vangelo: nolite ten- 
tare Deum! 

(1) Malvel. Disi, VII. cap. 65. — Gesilao Suoppedo, Vita 
eli S. Obi ciò. 

(l) Malvel- Disi. Vii. cap. 63 in fine. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 29 

eameli, di dromedario di elefanti, di carri le con- mmmmm ^ 
qtiistate ricchissime spoglie, e dietro a quelle i capi- ^°P° 
tani od i principi vinti, incatenati; e fra il rombo delle anno 
acclamazioni immense e degli ululati evviva degli spet- ,, 9 1, 
tatori, entravano in Roma, presentavansi agli aditi del 
Panteon, ed ivi rendevano le debite grazie ai Numi per 
le riportate vittorie: tale dopo la giornata di Rudiano 
tornò in Brescia il capitauo Biatta Palazzi seguitato 
dall'esercito trionfante, dai prigionieri, dai cavalli, dal 
bagaglio, dalle molte spoglie, dal conquistato carroccio, e 
da quanto poteva mai rendere luminosissimo il suo trionfo. 

Schierò egli alcuna parte delle sue ' milizie nella 
piazzetta, e sotto al vasto porticato delle concioni; af- 
foltonue altra buona parte lungo le contrade più vi- 
cine all'antica basilica di s. Pietro in duomo, e fian- 
cheggiato dalle scelte sue guardie, e da uno scelto drap- 
pello di prodi entrò devotamente in quel magnifico 
tempio, dove esposto solennemente il Santissimo, i sa- 
cerdoti cantavano inni di gloria e di ringraziamento a 
Dio, mentre le milizie affilate al di fuori, confortate 
dal suono degli strumenti militari, rispondevano feste- 
voli ai cantici de' sacerdoti. 

Compita appena quella sua funzione, per decreto del 
patrio consiglio, il carroccio de' Cremonesi fu appeso 
alla volta maggiore di quella tri-navale basilica, ed ai 
tempi di Giacomo Malvezzi che mancò di vita l'anno 
i44°? pendevaue ancora il timone (1), essendone stato 



(1) lgitur Comuni Consiglio carrocium cremonense in Domi- 
ciìio S. Vetri ad aetemam tanti trophei memoriam pò suerunt.... 
Ego autem de ipso carroccio non nisi partem unam, quam 
timonem dicunt, in ca appensam ecclesia vidi. Malvet. Dist, Vlt> 
cap. 63. 



3o LJBKO DICIANNOVESIMO 

"""' ' — trasportato il rimanente, forse per evitare ogni peri- 
Hopo colo, nella sala del maggior consiglio della città (i). 
à l» ti o" ^ a cam p ana cne pendeva dall'antenna di quella spet- 
» iy ». tacolosa macchina militare fu collocata sopra la torre 
del popolo, detta volgarmente del Pegol, della quale 
allora erano fresche aucora le calci: e fu decretato che 
la dovesse essere battuta ad o°rni ora de' susseguenti 
giovedì dell'ultima settimana intiera di carnovale in 
perpetua e festevole ricordanza ai posteri di quel trionfo, 
e la è quella campana, per mezzo della quale ai tempi 
veneti suonavasi il segno delle arringhe criminali (2). 
Mentre esuberanti di concorde letizia festeggiavano 
i Bresciani il riportato trionfo, l'esercito degli ausiliarii 
Milanesi, che per essere accampato sulle sponde del Se- 
rio, non aveva punto cooperato alla vittoria conseguita 
dai suoi confederati presso Rudiano, gioioso non per- 
tanto di quel trionfo, entrò egli ancora a que' giorni 
in Brescia onde partecipare delle allegrezze pubbliche, 
e fu dai Bresciani accolto con lieto animo, e con ospita- 
lità generosa e geutile. E frattanto l'altra parte del- 
l'esercito bresciano capitanata dal supremo custode del 
carroccio, il cousole Boccaccio Boccacci, teuevasi a campo 
in Palazzuolo approntata a ribattere gli attacchi dei 



(1) Quantunque Malvezzi abbia scritto che il restante di quel 
carroccio fosse stato consunto in fallodiis cujusdam triumphi 
Vicecomilum Dominorum, pure il cavalier Baitelli nella sua 
Dissertazione scritta tre secoli dopo Malvezzi, la quale può ve- 
dersi nel pubb. Archivio Eegistr. Ol/ei X. foh 124, et sec J* 
assicura che gli avanzi di quel carroccio a'suoi giorni conser- 
vavansi ancora nella sala del maggior consiglio di Brescia. 

(a) Veggansi Malv. e Baitelli ne' luoghi citati, ed il cronaco 
del Vesc. di Cremona Siccardo, pubbl. da Muratori Tom. VII- 
Rer. Italie. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 3i 

Bergamaschi e degli alleati loro, che erano barricati 
fra Telgate e Palosco. Come distesi le zampe e la pan- Dopo 
eia al suolo sogguardansi minacciosi due robusti ma- an ' DO " 
stiui, e senza battere palpebra, vibrando fuoco dagli i in- 
occhi sogguardansi minacciosi, tali guatavansi 1' un 
l'altro, e vegliavansi le mosse que'due campi ostili. 

§ if. Avventuratamente il nuovo imperatore Ar- 
rigo VI reduce dalle militari imprese sostenute nelle 
province napoletane, e spaventato da un morbo tre- 
mendo che avevagli quasi distrutto Y esercito, e ridotto 
egli stesso a lottare colla morte, giunse convalescente 
a Milano, dove uditi i feroci contrasti fra i Bresciani 
per uua parte, ed i Bergamaschi e Cremonesi per l'al- 
tra; giovandosi della autorità ond'era investito pei con- 
servati diritti di alto dominio, provvidamente impose 
a que' contendenti sospensione d'armi, assumendosi egli 
l'impegno, dopo di avere ricuperata egli felicemente 
la salute, di metterli a pace; la quale dietro l' inter- Anno 
posizione di quell'Augusto venne celebrata il martedì 
i/y gennaio 1 192 (1). 

Per quel trattato i Bergamaschi dovettero rendere 
ai Bresciani i castelli di Volpino, Coallino e Ceretello, 
che sedici anni avauti avevano loro usurpati, giovan- 
dosi dell'occasione che que' di Brescia insieme coi loro 
alleati si adoperavano per ribattere le schiere dell' im- 
peratore Federico I. Dovettero approvare la compera 
fatta dai Bresciani delle giurisdizioni di Caleppio, Ca- 
stelmerlo e Sarnico; acquisto fatto solo due anni in- 
nanzi, confermato da un atto notarile sottoscritto alla 
presenza di testimoni, dagli stessi venditori i conti Gof- 



(1) Malvezzi Disi. VII, cap. 77. 



3* LIBRO DICIANNOVESIMO 

"'"*"""" ■- fredo e Lafranco, che erano innanzi feudatari di quel 
Dopo p aes i. Quelli di Cremona furono per quel trattato ob- 
anno bligati a sottomettersi al decreto dell' imperatore Cor- 
,! 9 ri - rado JI dato l'anno io3y (i), decreto confermato quasi 
cent'anni dopo dall' imperatore Arrigo II (2): in forza 
del quale erano dichiarate di proprietà bresciana le 
acque dell' Olilo, ambe le ripe del medesimo, comprese 
le piantagioni, le boscaglie, i pascoli, e fin le torri ed 
ogui fortificazione o costruzione sopra di quelle esi- 
stenti; limitando però il diritto de' Bresciani sopra al 
lato di quel fiume che si volge verso al Bergamasco 
ed al Cremonese a cento trabucchi di larghezza lungo 
tutta la sponda, misura che corrisponde a cento ses- 
santanove metri (3); e finalmente furono i Bresciani per 
quel trattato obbligati a rendere gratuitamente ai Ber- 
gamaschi, ai Cremonesi ed ai sussidiarli loro quanti di 
quelli essi avevauo prigionieri di guerra. 

5 12. Dopo di avere l'augusto Arrigo prestata la 
sua autorità e la vigilanza sua onde comporre le dis- 
sidenze di queste città, e ridurre a termine quel con- 
vegno di pace, bramoso di aggiuguere nuove forze 
agli avauzi del suo esercito, che aveva egli lasciato 
nelle provincie napoletane, tornò in Germania onde 
procurare nuove reclute. 

(1) Quel decreto dell' Imp. Corrado conservasi autentico nel- 
l'Archiv. secreto di Brescia, Registr. A. /• 2. 

(2) La conferma data da Arrigo II al sopraddetto decreto 
conservasi nel Registr. citato al f. medesimo. 

(5) Sopra di ciò veggansi gli enunciati decreti, e la citata 
Dissert. del Cav. Lodovico Baitelli, nella quale a f. i4 della 
copia ch'io tengo, dice chiaramente che ogni trabucco fosse 
la misura di quattro braccia di panno. In ciò s' intenda misura 
bresciana. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 33 

Secondo le costumanze di que' tempi pareva che dod ^*** ^ 
alcuuo fosse mai bastantemente assicurato dei proprii ® ^° 
diritti, ueppur quando erano quelli raccomandati ad an no 
atti notarili, confermati da legali testimonianze, e ga- lì 9 2, 
rantiti ancora dallo stesso suggello imperiale; quindi 
audavausi sempre ricercando conferme degli atti già 
legalmente firmati. Di ciò ne può rendere testimonianza 
chiunque abbia qualche pratica degli atti pubblici di 
quelle età. Seguitando tale costumanza, i Bresciani ad- 
dirizzarono in Germania una deputazione, con ordine 
di presentarsi all'imperatore, e di supplicare una con- 
ferma di que' diritti che erano già stati loro concessi 
dall' imperator Corrado II, confermati dal secondo im- 
perator Arrigo, e poscia rinfrancati dagli atti del trat- 
tato di Costanza, e dal posteriore di Milano. 

L' imperator Arrigo cui non potevano essere ignote 
le costumanze de' tempi suoi, seppe compatire le dub- 
biezze prodotte dalla deputazione di Brescia, ed il dì 
26 luglio 1192 concesse ai Bresciani un diploma, e Io 
fece loro avere per mezzo dei loro deputati; diploma, 
il quale quantunque si possa leggere autentico uel pub- 
blico archivio, quantunque Malvezzi lo abbia trascritto 
e tramandato ai posteri alla fine della settima distin- 
zione del suo cronaco, quantunque veggasi stampato 
in calce dell'antico patrio statuto, e quantunque da 
poco oltre un secolo sia stato nuovamente pubblicato 
in Brescia pei tipi di Giammaria Rizzardi, dal padre 
Gian Andrea Astezati, e da lui forse ancora con troppo 
affastellamento di erudizioui commentato; pure siccome 
da quel diploma con piena sicurezza si conosce quali 
fossero i confini di questa provincia presso la fine del 
secolo XII, quali i suoi privilegi, le sue giurisdizioni, 
quali i suoi doveri verso il monarca, credo non es- 
Vol. IV. 3 



34 LIBRO DICIANNOVESIMO 

sere opera inutile il pubblicarlo di nuovo, e traspor- 
*>°P° tarlo in volgare, perchè possa essere iuteso pienamente 
da tutti. 



anno 
1192. 



n DIPLOMA DELL' IMPERATORE ARRIGO VI. 

» Dato da Griusbenaisen a'iS Luglio 1192, Indizione X. 

99 In nome della Santissima ed indivisibile Trinità, 
» Arrigo per la Grazia di Dio Imperator de' Ro- 
r> mani e sempre Augusto. 

» La circospetta diligeuza conveniente all'eminente 

» nostro grado, e diretta a conoscere le regioni del 

99 nostro impero, le quali meritino sopra le altre un 

» distinto encomio, ne ha mosso a porre ad opera 

99 ogni industria, onde rilevare quali sieno le città, le 

» pertinenze delle medesime, e gli abitanti, che a norsia 

» delle circostanze e per la gentilezza e fedeltà mani- 

*t festata, hanno acquistato uu merito distinto alla gra- 

» zia ed ouorauza nostra imperiale. Dietro un tale scru- 

99 tiuio avuta cognizione che fra le memorabili città 

99 d'Italia, Brescia si è sempre distinta e per la pro- 

» dezza militare e per Io ingenuo rispetto e per la 

99 fedeltà prestata all' impero, e che fermamente a noi 

» continua; in attestato della nostra gratitudine decre- 

« tiamo quanto segue : 

» Sia noto ai viventi ed ai posteri, che noi, accon- 

99 sentendo alle fatteci istanze, confermiamo ai Bresciani 

99 le onoranze, le giurisdizioni, le facoltà e quanto è 

99 stato loro accordato nell' ultimo convegno di pace 

» (che fu quello di Costanza). Oltre di questo con- 

99 cediamo loro tutte le regalie spettanti all'impero, 

» per quanto fi distende la provincia e la diocesi bre- 



LIBRO DICIANNOVESIMO. 35 

5> scìana; e perchè non abbiano a succedere sbagli ne ""*" "* 

n determiniamo i confini della seguente maniera, e di- JJ°P° 

. G. G. 

» ciamo essere bresciano anno 

n Moso e tutto il territorio di quel paese dall'una e ,, 9 2 - 

ti dall'altra parte dell' Ollio; e di là ascendendo contro 

» la correute del fiume sono bresciani i luoghi, i ca- 

» seggiati, i castelli, i borghi, ed i terreni esistenti 

n sull'una e sull'altra sponda dell' Ollio sino a Palla- 

99 zuolo da una parte, ed a Mura dall'altra; e di là 

» procedendo ugualmente fin dove quel fiume esce dal 

a lago d' Iseo. Di quel lago sono bresciane le sponde 

99 per dovunque sono volte verso terra bresciana; ed 

99 al disopra di quel lago dichiariamo essere bresciano 

99 ogni paese il quale appartenga alla bresciana diocesi 

91 sino a Ponledilegno; ed alle ville, borghi e castella 

99 dipendenti da quel paese. Da Pontedilegno volgendo 

9i ad oriente, ed inclinando verso meriggio intendiamo 

ii che abbia a conservarsi la vecchia liuea di confine 

ti fino a Limone, e da Limone scendendo sino a Poz- 

ii zolengo, e da quest' ultimo paese tornando a Moso. 

ii Intendiamo ancora che debba essere considerato bre- 

91 sciano qualunque paese dovunque sia quello costrutto 

ii in terra od in acqua ( cioè nelle isolette dei laghi, 

ii o sulle sponde dell Ollio) addetto ai luoghi sopra 

j) indicati, o compreso fra i predetti confini, già rico- 

ii uosciuti dall'augusto Federico nostro padre di felice 

il memoria, o dalla nostra clemenza, o da chiunque 

ii abbia avuto da Noi alcun dato o scritto relativo 

ii alle predette regalie bresciane; ne a ciò renda osta- 

ii colo qualsivoglia abbia fatto un qualche acquisto, 

ii ma non ancora ne goda un reale e pacifico possesso. 

ii Da questa concessione dichiariamo eccettuati tutti 

31 \ feudi e beneficii antichi dall'augusto nostro padre 



Dopo 
G. C. 
anno 
1192. 



36 LIBRO MCIAMIOYE8IBI0 

? » oda Noi accordati o confermati, de'quali rinvenir 
» ne goda possesso pubblico, non clandestino, non vio- 
» lento; e ci riserviamo ancora il diritto al regio Fo- 
» dro, quando alcun nostro successore fosse per diii- 
» gersi a Roma per essere coronato imperatore, Fodro, 
» cioè tassa che dovrà essere pagata secondo le costu- 
» manze; come pure ci riserbiamo le appellazioni, come 
» è prescritto negli atti dell'ultimo trattato di pace. 

» Per i diritti poi di regalia che noi abbiamo già 
» accordati in quel trattato e confermiamo di presente, 
» i Bresciani pagheranno od a noi od al nostro com- 
» missario in quella città il primo giorno del prossimo 
» venturo mese di marzo, e nel dì stesso ogni anno 
» avvenire due marche d'oro (1) a titolo di censo. 

» In più fermo attestato della grazia e della fede 
» nostra, ed a maggior cautela e sicurezza dei Bre- 
» sciani si è disteso Tatto di questa convenzione e sot- 
» toscritto da ambe le parti con giuramento. Per noi 
* sottoscrive e giura il nostro maresciallo (2) Federico 
» Acerbi, siccome egli è quel ministro, al quale noi ab- 
» bìamo affidata la nostra parola e le nostre intenzioni. 
» Per suo mezzo noi promettiamo perpetua difesa alla 
« città di Brescia, ed il soccorso nostro a'suoi abitanti, 



(r) La marca d'oro ha avuto un valore differente secondo le 
diverse nazioni, ed i varii tempi onde venne usata. Siccome 
pero questo diploma è datola Germania, convien credere chs 
intenda parlare dellafmarca d'oro germanica, lacuale a quei 
tempi, siccome ha osservato il Cangio, corrispondeva a circa 
lire venti imperiali; e perciò due marche d'oro erano ad un 
dipresso 9/24 lire austriache. 

(2) Sopra il nome Maresciallo legga il curioso, se può soste- 
nerne la pazienza, la nota 19 a questo diploma, prodotta da! 
P. Gian Andrea Aslezali, f. xli. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 3 7 

n ©nde possano difendere quanto abbiamo loro con- S**""^ S 
?» cesso e confermato; ed unitamente a questo i toro Do P° 
9> possedimenti, i diritti, le giustizie, le ragioni ecc. ecc. anno * 
55 E se qualche possesso, giustizia o diritto avessero per- 11 9 2 ' 
55 duto, o ne fosse loro minacciata la perdita, pro- 
» mettiamo di prestar mano forte, e di soccorrerli 
55 contro ogni città, luogo o persona, fosse poi quella 
5? o della Lombardia o della Romagnuola. Ritenuto però, 
?» che se i Bresciani avessero a rompere guerra a quei 
?? di Pavia, od i Pavesi ai Bresciani, dichiariamo di 
55 non voler parteggiare né per gli uni uè per gli al- 
« tri. Se quelli poi di Pavia avessero a prestare sus- 
55 sidio ad alcuna città o signore che avesse guerra 
» aperta coutro quelli di Brescia, in quel caso pro- 
55 mettiamo di assumere la protezione de'Bresciani, ed 
5> in loro favore combatteremo ancora contro que' di 
5? Pavia. 

» Promettiamo ancora di non segnare alleanze con 
55 alcuna città, luogo o signore di Lombardia, della 
55 Marca o della Romagnuola senza il consenso de'con- 
55 soli di Brescia, od almeno della più parte dei mede- 
55 simi; salve però sempre le convenzioni che noi ab- 
55 biamo fermate con quelli jdi Milano e di Piacenza. 

55 Viviamo sicuri della promessa data dai Bresciani, 
55 per la quale hanno giurato che saranno pronti a 
55 difendere il nostro impero negli stati della Lombar- 
55 dia, della Marca e della Romagnuola, ed i diritti, le 
55 giustizie, i possedimenti nostri negli stati suddetti 
55 ed in quelli della contessa Matilde, di buona me- 
55 moria. E se in qualcuna delle sopraindicate regioui 
55 avessimo o per dimenticanza o per buona fede la- 
* sciato involontariamente ad altri aleun nostro pos* 
» sedimento o diritto, i Bresciani saranno tenuti a 



3B LIBRO DICIANHOVKSIÌV10 

- ■ ' » prestare sussidio onde ricuperarli: ciò solo però quando 

P°P° » il possano, senza violare altre convenzioni fermate 

anno » dai medesimi prima di questo giorno, che in tale 

ìì i>' 1 ' » circostanza uè li consideriamo esonerati. 

» I cousoli ed il consiglio speciale, ovvero creden- 

j? ziale di Brescia giureranno di giovarci delle possibili 

y> istruzioni, quando ne sieno chiesti da noi o da al- 

» cuu ministro nostro, od ancora semplicemente per 

» nostra lettera, e di non mai usare alcun sotterfugio 

. n onde schermirsene; e tale giuramento sarà prestato 

» ancora da tutti i cittadini di Brescia, trattine quelli 

v> che non abbiano compito il diciottesimo o trapassato 

>• il settantesimo anno. Quelli però che per essere mi- 

» norenni non presteranno tale giuramento, saranno te- 

» miti a darlo entro cinque anni, caso avessero ad es- 

>9 seme ricercati; e così quelli ancora che lo avessero 

» dato, lo dovranno ripetere ogni decennio dietro ri- 

» chiesta. 

>9 L'imperiale nostro sigillo garantisca la verità di 

5» quanto si è scritto; ed in forza dell'alta nostra auto- 

99 rità dichiariamo, che qualunque di qualsivoglia rango 

>9 egli sia, plebeo o nobile avesse l'audacia di opporsi 

» a questa nostra prammatica sanzione, dovrà pagare 

» in pena del suo ardimento cento lire d'oro, metà alla 

» camera nostra e metà a chi per tale opposizione 

*9 avesse avuto a sofferirne danneggiamenti. Ed a que- 

» sfatto si sottoscrivono testimonii (i) 



(i) Nelle copie di questo diploma che possono leggersi presso 
Malvezzi ed Astezati sono ommesse le sottoscrizioni de'testimonii; 
quelle però si leggono chiaramente nell'antico patrio Statuto, 
stampato l'anno 1470, f. 178. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 3 9 

n Corrado arcivescovo di Magonza ^ mmm ^ . 

» Gulielmo arcivescovo di Ravenna £°P? 

9t Arrigo vescovo di Wormz anno 

» Goffredo conte di Wejusingen ìi 9' 2 ' 

y> Gulielmo conte di Duren, ed Oderico suo figlio 
« Hartiniano di Gotinghen 
n Verniero di Roswanghen 

v> Cimone di Delspergh e Cintone il giovane suo figlio 
» Corrado di Waltembruch e Cametario suo figlio 
y> Voi fr amo a Lapide 
» Goffredo Maresciallo di Agatino, e Volfarno suo 

fratello 
» Ottobello di Milano giudice dell'aula imperiale 
» Arnoldo di Piacenza giudice come sopra, 

» Dato l'anno dell' incarnazione del Divin Verbo 1 192, 
« correndo la X indizione. Reguando Arrigo VI glo- 
« riosissimo imperatore de' Romani; Tauno 23 del suo 
n regno, e secondo del felice suo impero. Così sia. 
»» Da Griusbenaisen il giorno ^5 del mese di luglio ». 

§ i3. Una così luminosa conferma degli ampli diritti 
accordati dall' imperatore ai Bresciani scaldò loro l'ani- 
mo sì fattamente, che quantunque essi fossero già im- 
pegnati in altre pubbliche e dispendiosissime eostruzioni, 
deliberarono di erigere un nuovo e forte castello adatto 
a ribattere quegli attacchi che potrebbono essere mossi 
loro dai Cremonesi. E siccome que' di Cremona costu- 
mavano a que' tempi di tenere acquartierata una gran 
parte delle schiere loro nell'antico ed allora forte ca- 
stello di Soncino, cosa che obbligava i Bresciani ad in- 
vigilare con incessante sospetto quel lato della provin- 
cia: scelsero di fronte a Soncino una situazione adatta 



4o LIBRO DICIANNOVESIMO 

i .JLLJlad esservi eretto uà forte, e delineatone il disegno, € 
Dopo f aU i gli scavi per le fosse e per le fondamenta delle 
a„ fl o mura, cominciarono la fabbrica del castello di s. Gior- 
ll 9' 2 * gio, ora detto degli Orzinuovi. Il vescovo Giovanni da 
Fiumieello, che era dell'aurica e nobilissima famiglia 
de' signori Griffi, premesse le preghiere e le benedizioni 
indicate dal sacro rito, ne pose la prima pietra (i). 
In quell'occasione i Bresciaui distrussero Bigoglio, che 
era un antichissimo e rovinante castello sul tenere de- 
gli Orzivecchi, non lontano dal luogo, dove poscia è 
stato eretto il conveuto de' frati miuori, castello che 
da alcun patrio antiquario è stato supposto che fosse 
una di quelle diciotto città, che, secondo Plutarco, 
erano signoreggiate dagli Etruschi al di sopra del Po 
innanzi V invasione de' Genomani, ed i Bresciaui distrus- 
sero quel diroccante castello, onde giovarsene dei ma- 
teriali per la costruzione del nuovo che andavano fab- 
bricando (2); e proseguirono quell'opera con tanta 
maestrìa e solidità, che di presente è forse più difficile 
il demolire quelle ormai inutili mura, che non allora 
l'erigerle; e con tauta sollecitudine, che l'anno di poi 
le avevano terminate, e dentro aveanvi costrutte ancora 
alcune contrade di caseggiati bastanti a potervi alber- 
gare una colonia; sicché per voto concorde dei consoli 
Pietro Yilla, Apozacione Avogadro, Mainone Tettocci 
ed Ugo Griffi da Fiumicello, fratello forse od almeno 
parente del vescovo Giovanni, fu purgata la città ed 
ogni paese del territorio della feccia de'malviventi, sic- 



(1) Fiorentini, Catalogo Antislilum Brixianorum. — Caprioli, 
Stor. di Brescia, lib. 6. — Gradenigo, Brix. Sacr. pag. 235. 

(1) Codallius, Histor. Orceana, lib. 1, pag, i£. — Faini, 
Cod. Brix. pag. 292, 



LIBRO DICIANNOVESIMO *J 

come ne lo attesta uno scrittore di que' tempi (i); e 1 

come è ricordato da un marmo, que'malviventi furono D°P° 
tratti singolarmente dalla riviera benacense ed inviati an ' no ' 
a popolar di canaglie il nuovo castello di s. Giorgio, ll 9$* 
ora detto Orzinuovi (2). 

Il vescovo Giovanni Griffi, che era uomo di soda 
pietà e di geuerosa munificenza, ebbe tanta compiacenza 
che le genti di mala vita della sua diocesi, onde non 
più recassero dovunque perturbamenti o scandali, non 
fossero già dannate miseramente alle carceri, ma con- 
finate invece e ben guardate in un castello, potessero 
congiungersi in matrimonio con genti somiglievoli, e 
procurar successori che all'occasione valessero a difen- 
dere in quelle parti la patria, che in rendimento di 
grazie a Dio di una così provvida determinazione dei 
suoi concittadini, donò al monastero di s. Giorgio di 
Montechiaro le decime di Legagnano, che era un grosso 
caseggiato campestre non lontano da quel monastero (3). 



(1) Lei scrittore della Cronaca di S. Gio. che mori solamente 
20 anni dopo quell'epoca, così lasciò scritto: Anno iig5 de 
mense Lugii inlravewnt Mi de vizio in Sancto Georgio. 

(2) EDIF1CAMVS • CASTRUM 

DE • GENTE • PESSIMA ■ SALODII 

AD • REPELLENDOS * 1LLOS ■ DE • SONCINO. 

Iscrizione così trascritta dal marmo dall'Ab. Calimerio Cristoni 

da Farfengo, che fu Mansionario ed Archivista Capitolare, del 

quale conservo la copia. 

(3) Gradenigo, Brix. Saer- pag. 293; scrivendo di quella elar- 
gizione del Vesc. Giovanni Griffi, ha per isbaglio scritto, che 
donò al monastero di S. Giorgio di Montechiaro le decime di 
Lugana; e Zamboni appoggiato ad un documento dell'Archivio 
di Montechiaro ha scritto di suo pugno sul margine della Brix. 
Sacra eh' io conservo, che quelle erano invece le decime del 
sopra indicato Legagnano. 



4* LIBRO DICIANNOVESIMO 

5 l4- I Lodigiani andavano allora scavando un 



£°po so che dalla città loro doveva giugnere fino al Lamino, 
a„no fiume che era a que' tempi per lunghi tratti naviga- 
>"<P- bile (1). Avesser eglino pensiero di giovarsi di quel 
«uovo canale per uso di irrigazioni, per navigazione, 
per barricameuto militare, per qualsiasi altro oggetto, 
non il può dirsi, perchè ne lo tacciono le cronache. 
Certo è però che i Milanesi si lagnavano altamente di 
quell'operato, e dietro deliberazioue del pubblico con- 
siglio avviarono sul Lodigiano uu grosso corpo di truppe 
seguitato da lunghissime torme di lavoratori campestri, 
i quali appianarono tutto quel tratto di vaso che i 
Lodigiani avevauo iucominciato a scavare. Que' di Lodi 
per uu tanto insulto si irritarono fortemente, e doman- 
dato ed ottenuto sussidio dai Pavesi, dai Cremonesi, 
dai Bergamaschi e dai Comaschi, intimarono ai Mila- 
nesi la guerra. 

Per que* patti d'alleanza e di reciproca difesa che 
Milano e Brescia aveansi già da tempo scambievolmente 
giurati, i Milanesi, de' quali era allora podestà il nostro 
concittadino Buonapace Faglia (2), significarono ai Bre- 
sciani la guerra, dalla quale erano minacciati, e doman- 
darono soccorso. Fedeli que' di Brescia alle pattuite 
convenzioni, spedirono lunghe schiere di soldatesche in 
loro sussidio; erano quelle ancora lungo la via, quando 
i Milanesi ed i Lodigiani, scontratisi, ruppero a bat- 
taglia, e que* di Lodi erano già allora ingagliarditi 
dagli avuti sussidii dei loro confederati. Queir attacco 
successe nelle vicinanze di Lodi: con intrepida e vicen- 



(0 Cronicon Cremonense, apud Marat. T. Vii Rer. Italie. 
CO Rossi, Elogi Istoriti, f. 41. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 43 

devole franchezza si battagliavano già da luughe ore /HE2B5S 
ed iudecise pendevano le sortii quando i Cremonesi Dopo 
ausiliarii dei Lodigiani avvisati che i Bresciani occor- anno * 
renti in soccorso de' Milanesi, erano ormai giunti a poca n<p» 
distanza, ed affrettavano il passo, fitte in mente ancora 
le busse da quelli avute nella tremenda giornata di 
Rudiano, compresi da altissima paura, abbandonarono 
sul campo il nuovo carroccio, che a quello allora per- 
duto, avevano sostituito, e si diedero di tutta fretta a 
precipitosa fuga. Per quello scompiglio le schiere com- 
battenti a favore dei Lodigiani si disordinarono, si rup- 
pero, si dispersero, ed i Milanesi, senza bisogno di ul- 
teriori pericoli, rimasero padroni del campo (i). 

§ i5. Allora l'imperatore Arrigo, giovato da una ^nno 
fortissima somma avuta dagli Inglesi per lo riscatto del ll 9^- 
sovrano loro Riccardo, che era rimasto suo prigioniero; e 
sosteunto ancora dalle forze navali dei Genovesi e dei 
Pisani, disceso nuovamente in Italia stava combattendo 
uelle provincie napoletane (2). Ivi avuto quegli avviso 
de' nuovi scompigli guerreschi che ardevano fra alcune 
città di Lombardia, e bramosissimo di riunirle in pace, 
spedì appositamente in queste regioni un suo ministro 
detto Tussardo, il quale ora adoperando destramente 
benevoli consigli, ora in nome del monarca assumendo 
tuono autorevole, si diresse con tanta attività, saggezza 



(1) Dum ambae acles fnrtiter dimicarent, Brixiensis militia 
in Mediolanensium adjutorìum properabat. Ouam cum Cremo* 
nensium exercilus addentare cognovisset, mox perturbali, adesse 
Brixienses fortiter clamitant, trepidanlque, et plus de fuga 
quam de praelio cogitante Malvet. Dist. VII, cap. jf. 

(«2) Muratori, ÀnnaL T. VII, f. 67 e h§> 



44 LIBRO MCIARIIOTBSIMO 

fc v »gore, che ia brevi giorni rimise tutto alla pristina 
*J°P° tranquillità (i). 

anno Corrado Palazzi nobile bresciano militava allora in 

"94. Sicilia fra le schiere dell'imperatore Arrigo VI e di 
quelle tutte era il supremo alfiere, cioè quello, cui era 
affidato lo stendardo maggiore. Dante Alighieri nella 
sua cantica ha lasciato ouoratissima memoria di queU 
l'illustre Bresciauo, ove così cantò: 

»• In sul paese ch'Adige e Po riga 
»» Solea valore e cortesìa trovarsi 
»» Prima che Federico avesse briga: 

»» Or può sicuramente iudi passarsi 

»» Per qualunque lasciasse per vergogna 
» Di ragionar co' buoni o d'appressarsi. 

»• Ben v'en tra vecchi ancora, in cui rampogna 
»» L antica età la nuova, e par lor tardo, 
». Che Dio a miglior vita li ripogna. 

». Currado da Palazzo, e '1 buon Gherardo, 
»» E Guido da Castel, che me* si noma 
». Francescamente il semplice Lombardo (2). 



(1) Chronac. S. Joann. ad ann. MCXCIV: Henricus capit Pw 
liam, et eodem anno iterum facta est pax Inter Brixienses et 
Medio lanenses ex sua parte, et Cremonenses et Pergamenses 
et Papienses et Laudenses, et Cumanos ex sua parte; per Tu» 
xardum missum Imperatoris. 

{1) Dante, Purg. Caut. XVI. Q uè tre buoni vecchi de' quali 
egli cantò, dietro il commento del Padre Pompeo Venturi, fu- 
rono Corrado Palazzi gentiluomo di Brescia, Gherardo Carni- 
nese da Trevigi, e Guido da Castello nobile di Reggio. E per- 
chè nessuno abbia a tentennare sulle dubbiezze esposte da Ot- 
tavio Rossi {Elogi Istorici f. 45) se fosse quello il Corrado 
Palazzi del quale ha cantato Dante, od un altro di tal nome, 



LIBRO DICIANNOVESIMO 45 

lo mi trovo in debito di raccontare quanto di quel-^^ 5 ^! 
l' illustre Corrado Palazzi bresciano mi è dato di trovare Do P° 
nelle ricordanze auliche; ma siccome le cose mi sem- anno* 
brauo dai cronisti un po' di troppo esagerate, a somi- ll 9^' 
glianza di Lorenzo Lippi: 

» Dico per dire, e non pretendo fede. 

Raccoutasi adunque, che mentre l' imperatore Arrigo VI 
stringeva di assedio Siracusa, uscirono verso terra per 
una delle porte di quella città gli assediati, che ir- 
rupero di tutt' impeto contro le schiere che gli stringe- 
vano, e che dopo orrenda strage nel pieno della mi- 
schia assalirono il supremo alfiere Corrado Palazzi, e 
strettolo di tutta possa gli mozzarono una dietro l'altra 
ambe le mani; e che egli dopo tanta percossa seppe 
sostenere tanta franchezza di spiriti, che con le brac- 
cia monche, irritate dallo spasimo e grondanti di san* 
gue, si strinse 1' imperiale stendardo al petto, e punto 
ancora da altre ferite, innanzi di mandare l'ultimo fiato, 
riportollo a salvamento (i). Di quauto si è rapportato 
credasi come si può; è però certo che Corrado Palazzi 
in quella giornata dopo valorosissime azioni spirò la 
vita, e che Y imperatore Arrigo VI non potendo signi- 



trascrivo le parole di Malvezzi, cronista assai più antico di 
Rossi, ove scrisse di quello {Disi. VII, cap. 7 4 ). Poeta VuU 
garis Aldigherius Dantes vcrsibus suis, de quibusdam probis* 
simis Lombardia cernendo, ipsius Corradi nomea adjunxit. 

(i) Corrado Palazzi, pectori suo Eegis vexillum nulla hostium 
vi conquassandum, abscissis manibus, continuo brachiis ac 
cinxit, et suorum acies ab hostibus opprimi conspiciens, forti" 
ter acclamans illos ad praelia hortabatur, etc. eie. MalveU 
Disi. FU. cap. 74. — Rossi, Elogi,/. 43 e scg. 



Ifi LIBRO MCIAWSIOVESIMO 

Gcare a quell'eroe le sue riconoscenze, perchè era °-(à 
D°P° sepolto, onorò la sua famiglia di un distintissimo stem- 

anno ma, e le addirizzò diplomi di amplissima magnificenza (i). 

kl &b> § 16. Cominciava allora a destarsi nell'animo de'Bre- 
sciaui lo spirito terribile delle fazioni; spirito funestis- 
simo, che fra non guari gli ha tratti a dilaniarsi a vi- 
cenda e ad irrompere a guerre civili. Raimondo U^oni 
e Galerio Calcherà, che erano due de' consoli annuali, 
sostenevano secretamente il partito de' nobili; e Mario 
Palazzi ed il coute Narizio (2) proteggevano quello del 
popolo. Auelavauo i nobili di guerreggiare incessante- 
mente contro quelle città vicine, con le quali, quan- 
tunque non si avesse alcuna causa di contrasto, pure 
non era segnata alcuna confederazione particolare; il 
popolo all' opposto sdegnava d' imprendere alcuua guerra 
se non eravi costretto da giusti motivi. Ambivano i no- 
bili di occupare eglino soli tutti i gradi i più distinti 
fra gli ufficii civili, giudiziarii e militari; il popolo al- 
l'opposto minacciava di usare la forza e l'armi, anzi 

Anno che cedere a tanta soperchieria. Tali cose erano state 

M 9 5, significate al vescovo Griffi, ed egli studiossi a tutt' uo- 
mo di calmare quegli sdegni, e seppe adoperarvisi con 
tanta attività e prudenza, che ora consigliando gli uni, 
ora supplicando minacciando gli altri, aveva da più 
mesi affreuata ogui aperta rottura. Ma sgraziatamente 
il venerdì io novembre 1195 Iddio chiamò quel pre- 



(1) Malvezzi e Rossi a' luoghi citati. 

(2) Quel conte Narizio apparteneva ad un ramo dell'antichis- 
sima e suddivisa famiglia di Lomelo, dalla quale, come si è 
detto, erano discesi i conti Longo ed Ugorii. Biemmi, Stor. mss. 
della Valli Troinpia e Sabbia, f. io del mio esemplare. 



LIBRO DICIANNOVESIMO 4 7 

Iato ad altra vita (i). Sette giorni dopo venne eletto - M 
vescovo di Brescia iu sua vece, non già l'abate Gio- Do P° 
vanni Pedrocca, siccome alcuni ne Io raccontano, ma m„o' 
l'arcidiacono della cattedrale, il canonico Giovanni Pa- n 9 5 - 
lazzi, uomo forse il più disadatto di ogni altro a tenere 
conservata la tranquillità di questa provincia, mentre 
secretamente fremevano le enarrate indignazioni (2). 



(1) Die Veneris X. infrante Novembr. Juhannes de Fiumi- 
celio Episc. Brissie ad Palazzo lum mortuus est, et die Veneris 
prox. seq. Juannes de Palacio Archidiaconus factus est Epi- 
scopio. Chronac. S. Jóannis ad ann. MCXCV. 

(2) Biemrai nel sopraindicato manoscritto a f. io così si 
esprime: in suo luogo (cioè in luogo del morto Vescovo Griffi) 
fu sette giorni dopo eletto l'arcidiacono Giovanni di Palazzo. 

Forno il più inetto ed incapace di questo ne' tempi di tanto 
bisogno non potevasi eleggere; come dall'esito, ecc. 



LIBRO VENTESIMO 



T 

§ i. J_Je oppressioni, i bisogni, i contrasti addriz-' 
iauo a rette vie le passioni, e traggono gli uomini alle q°^q 
opere, alle industrie, alle onorate imprese; gli agi anno 
per lo contrario, e le dovizie e gli ozii intorpidiscono '9 
gli spiriti, corrompono gli animi, e. sospingono le genti 
a gavazzare nelle brutture dei vizi, od a dilaniarsi a 
vicenda. E siccome le sorti delle città e delle nazioni 
seguitano fedelmente le sorti degli uomini, onde por- 
gere argomenti di un tale pensiero, non è d'uopo eh' io 
abbia a rovistare le diverse istorie antiche e moderne; 
basta che a quella io torni che ora vo percorrendo. 

I Bresciani, ottenuta per la pace di Costanza la pa- 
tria libertà, salvo però sempre il regio imperiale do- 
mjuio ed altre coudizioni di legger conto; e composte 
dopo per la interposizione di Arrigo YI, non senza van- 
taggio ed onore, le guerre promosse loro dai Berga- 
maschi e dai Cremonesi, nel decorso delle quali si erano 
vivamente adoperati onde allargare di qualche maniera 

Yol. IV. 4 



So LIBRO VENTESIMO 

TSSSS alcune troppo anguste contrade della città, onde ìiat- 
*?°5? tarue le mura e le fosse, allora aveano dato ancora co- 
an „o minciamento al pubblico palazzo di Broletto, e ne ave- 
! ^ 5, vano eretto quel tratto che dalla torre del Popolo si 
distende a meriggio, indi volto verso oriente giunge 
(juasi alla porta meridionale, detta delle carceri. Ad 
onta delle succennate guerre, brillava allora questa pro- 
vincia e per le attività e per le industrie; ed avrebbe 
creduto ognuno che dopo essere state ridotte a tran- 
quillità le cose pubbliche, avessero meglio a prosperare 
aueora le pubbliche opere. Ma le dovizie e gli agi addus- 
sero allora i nobili a rizzare la cresta, a superbire so- 
pra di quanti scendevano da basso lignaggio, a pre- 
tenderli esclusi dai pubblici uffici, quando ancora ne 
avessero vero merito (i). II popolo fremeva al vedersi 
per tali soperchierie depresso, e minacciava di scioglierle, 
irrompendo a guerra civile. Il conte Narizio da Loruelo, 
Anno del quale già si è detto, e Mario Palazzi, quantunque 
ll 9 {y ' amendue scendessero da stipite distintissimo, capitaneg- 
giavano il partito dei popolari; e Raimondo Ugoui e Ga- 
leno Calcherà quello de' uobili. Tali dissidii avevano 
avuto principio fino dagli ultimi anni che il vescovo- 
Griffi governava questa diocesi, e siccome abbiamo già 
raccontato, egli si adoperò di maniera che se non potè 
ottenere di pienamente sopirli, valse però a tenerli af- 
fienati d'assai. Il vescovo suo successore Giovanni Pa- 
lazzi studiossi invece di aizzarli, tratto a ciò dall' ani- 



(i) Biemmi, Storia Ms. delle valli Trompia e Sabbia, f. i i 
della copia fattane da Zamboni, che io conservo Miscellanea A. 
assicura di questo, appoggialo ad un'aotica pergamena Ialina, 
che egli aveva scoperta, e volta in volgare, della quale ho cer- 
cato indarno o l'originale o la versione. 



LIBRO VENTESIMO Si 

bizìoue di congiungere nella sola sua famiglia amendue- 
le primarie dignità della provincia; poiché egli godeva j?°PJ> 
già l'ecclesiastica, e sperava per un tal mezzo di prò- anno 
curare al fratello Mario la secolare, promettendosi di 1! 9"* 
farlo eleggere dalla fazione del popolo podestà di Bre- 
scia, qualora avesse ad essere quella de'nobili depressa (i). 
§ 2. Accortisi i Bergamaschi di tali cose pensarono 
trame vantaggio; e rivocando quanto nell'ultimo trat* 
tato di pace couchiuso fra loro ed i Bresciani, era stato 
determinato rapporto a Volpino, spedirouo messaggeri 
a Brescia, perchè domandassero restituzione, aìmeuo in 
parte, delle giurisdizioni che essi avevano godute sopra 
di quel paese. Udita appena i nobili Bresciani quella 
domanda, la gridarono tantosto insolente ed ingiuriosa 
ai patti scambievolmente firmati fra le due città, e scla- 
marono: non aversi a rispondere a tanta audacia che 
coll'armi, e doversi invadere immediatamente il terri- 
torio di Bergamo, devastarlo, abbatterne le castella, fin 
presso le mura della città. Il popolo bresciano all'op- 
posto, non tratto forse da intima persuasione, ma in- 
citato invece dall'ansia di opporsi alle idee de' uobili, 
gridava: non essere conveniente per alcun modo il rom- 
pere a uuove guerre, e pericolar altro sangue; ma do- 
versi piegare oude non rompersi, e cedere alcun lieve 
diritto, per conservare la pubblica trauquillità e la 
pace con una città vicina. Altri popolari di animo più 
caldo minacciavano di unire le proprie forze a quelle 
dei Bergamaschi, per costringere la nobiltà bresciaua 
a segnare con quelli una nuova convenzione (2). 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. 11. 
(•2) Biemmi, Mss. cit. f. 12. 



fa LIBRO VENTESIMO 

— Le patrie dissensioni intanto andavano di giorno fi 
f?°C? S ìorno crescendo. Il vescovo Palarli fingeva di aperta- 
anno mente adoperarsi, onde consigliare i Bresciani a enn- 
n SA cordia, ma sottomano studiavasi di tutta possa per fo- 
mentare la fazione de'popolari. Mentre era Brescia agi* 
tata da un tanto pubblico fermento, Mario Palazzi uscì 
secretamele dalla città, e trattosi l'una dopo l'altra 
nelle valli Trompia e Sabbia, dove aveva due figlie 
maritate, una a Longino conte di Bovegno e l'altra ad 
Oberto conte di Savallo, signori potentissimi ed intra- 
prendenti ambidue, concertò con essi loro le maniere 
di adoperarsi per deprimere il partito dei nobili di 
Brescia, ed addusse facilmente que'suoi due generi ad 
armare molte schiere di valligiani, ed a condurle iu 
Brescia, fingendo usare un tale mezzo onde rimettere 
a concordia i cittadini; fisso però che avessero sola- 
mente a sostenere la fazione dei popolari, della quale 
egli era uno dei capi. Dietro tale intendimento Mario 
Palazzi solo e tranquillo tornò a Brescia, come tornasse 
dalla visita di una sua tenuta campestre; quattro giorni 
di poi, mentre era per tramontare il sole, Longino ed 
Oberto entrarono in città seguitati da oltre un migliaio 
di valligiani armati; studiosamente non si introdussero 
nelle case dei capi dell'uno o dell'altro partito, e ciò 
per non muovere sospetti: ma procurate a suoi col pro- 
prio soldo le necessarie provvigioni, gii alloggiarono cou 
quanta maggiore prudenza e comodità lo poterono. So- 
praggiunto il mattino seguente si presentarono al ve- 
scovo e si adoperarono, o per meglio dire, finsero di 
adoperarsi onde combinare le due diverse fazioni che 
turbavano il buon ordiue e la tranquillità dei Bresciani. 
Scorto che il partito de' nobili era assolutamente deter- 
minato di rompere guerra ai Bergamaschi, senza dar 



LIBRO VENTESIMO 53 

cenno alcuuo, attesero la notte, e fra le oscurità ed i'. 
silenzi, schierate tacitamente le soldatesche valligiaue Dopo 
che seco avevano coudotte, e congiuntele ad una grossa anno 
masnada di popolari armati, dopo avere barricate in "9& 
fretta tutte le contrade, perchè non alcuno potesse 
scampare loro di mano, entrarono violentemente nelle 
case dei consoli Raimondo Ugoni e Galeno Calcherà, e 
gli incatenarono ambidue; indi diedero a* ceppi altri ses- 
santa nobili fra i più doviziosi e potenti, o di quelli 
almeno che di maniera più fanatica imbaldanzissero; ed 
il giorno seguente li trasmisero ben guardati nelle roc- 
che di Sabbio e della Nozza (i). 

§ 3. Un tratto così veemente mandò a grave scon- 
certo la fazione dei nobili; e l'ambizioso vescovo Palazzi 
credette essere quello il punto favorevole di procurare 
a suo fratello Mario la podestarìa di Brescia. Convoeossi 
a que'giorni il cousiglio generale, perchè avesse a de- 
liberarsi quale risposta si avesse a dare a que' di Ber- 
gamo. Colta il vescovo quell'occasione, salì la tribuna, 
e declamò essere cosa prudeutissima lo eleggere in quelle 
circostanze un podestà di Brescia, lo affidargli una au- 
torità superiore a quella degli stessi consoli, ed il ri- 
mettere pienamente a lui la determinazione di ogui 
contesa coi Bergamaschi; poscia, dopo di avere alta- 
mente encomiata la saggezza e la carità patria di suo 
fratello Mario, senza sentire alcun ribrezzo o rossore, 
francamente lo propose al consiglio, perchè lo elevasse 
a quella dignità (2). Longino da Boveguo ed Oberto 



(1) Biemmi, Mss. ciuf- 12. 

(2) Biemmi, Mss. cit. f i3. — Tale parzialità del vescovo 
Palazzi per suo fratello Mario è confermata implicitamente 
ancora da Ottavio Rossi, Elogi Historici,f. 45, ove lasciò scritto, 
cfee quel vescovo / \ts se fautore delia fazione de'suoi parenti 



96. 



Si LIBRO VENTESIMO 

— — da Savallo sostennero vivamente quella proposizione del 
h.»po vescovo, e francamente aggiunsero, che se fosse d'uopo, 
eglino stessi eleverebbero a quell'alto grado il loro suo- 
cero, usando le forze de' valligiaui, dalle quali erano 
accompagnati. Salì poscia in bigoncia il coute INarzio, 
e con bella eloquenza commendò in sulle prime l'idea 
esposta dal vescovo, quanto al bisogno di un podestà 
in que' frangenti, e quanto all'affidare al medesimo 
tutte quelle autorità che erauo state dallo stesso ve- 
scovo proposte; fece indi osservare non essere conve- 
niente il violare il prescritto dagli statuti generali della 
società lombarda, pei quali era vietato di eleggere al- 
cuno, per ottimo che fosse, podestà nella sua patria, e 
ciò solo per evitare quelle parzialità, alle quali sarebbe 
stato facilmente incitato o da' suoi interessi particolari 
o dai legami di pareutela o dalle affezioni d'amicizia; 
lodò poscia altamente le virtù della mente e dell'ani- 
mo del nobile Mario Palazzi; e finalmente conchiuse, 
che senza offendere i patrii decreti, non poteva egli 
essere podestà di Brescia. 

Il vescovo si contorse per lo dispetto, e si mordetle 
le labbra all'udire quella parlata del conte Narizio; 
ma i due capi de' valligiani Longino ed Oberto, quan- 
tunque ambedue fossero generi di Mario Palazzi, non 
poterono a meno di non acconsentire ai sentimenti di 
quel signore, sentimenti che avevausi già procacciata 
la piena condiscendenza del consiglio. Un cittadino 
ruppe allora i silenzi e propose podestà di Brescia Guido 
Mandelli da Milano, personaggio che per le molte po- 
destarìe ora nell' una ora nell'altra città occupate, ave- 
vasi guadagnato meritevolmente buon nome presso tutta 
la Lombardia. Ed i nobili ed i popolari in quel consiglio 
radunati convennero ad applaudire ai meriti del Man- 



LIBRO VENTESIMO 55 

delli, e concordemente lo proclamarono podestà di Bre- 
scia. Nel consiglio stesso, dopo esserne stati raccolti i Dopo 
voti, venne formalmente distesa la patente della sua anno 
elezione; e fu delegato Longino da Bovegno ad andare n 9 6, 
a presentargliela rispettosamente in persona, che ne 
assunse 1 impegno, e mosse con tutta sollecitudine a 
Milano ad adempirlo (i). 

§ 4. Guido Maudelli accettò la dignità offertagli dal 
consiglio generale di Brescia, ne accolse con tutta gen- 
tilezza il nunzio Longino, lo pregò di ringraziare i suoi 
concittadini della confidenza avuta in lui, e lo assicurò 
che al tempo debito si sarebb'egli tratto in Brescia per 
assumere gli addossati incarichi. Lieto Longino della 
prospera legazione tornò a rendere alle autorità pub- 
bliche contezza del risultato della commissione a lui 
affidata; e presso la fiue del giugno 1196 il siguor 
Maudelli giunse in Brescia, ed il dì di s. Pietro, se- 
condo la consuetudine, salinue lo scranno podestarile (2). 
Si seppe quegli dirigere con tanto accorgimento, 
equità e prudeuza, che uou solo amendue le fazioni bre- 
sciane ne presero così alto concetto che a lui si affidarono 
pienamente; ma gli stessi Bergamaschi rilasciarono al 
podestà Mandelli un compromesso, pel quale lo auto- 
rizzavano a giudicare le questioni, che essi credevauo 
avere coi Bresciani rapporto a Volpino. Quel compro- 
messo però era di assai scarso valore, perchè i Berga- 
maschi si riservavano l'approvazione del pubblico loro 
consiglio sopra la sentenza, che Maudelli avrebbe po- 
tuto emettere. 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. i3. 

(2) Chronac. S. Joarm. ad ann. MCXCVI: Guido de Manticlle 
pot. Brixie; et disscntio magna intcr paralicos et mililes. 



56 LIBRO VENTESIMO 

— Ausavano intanto procedendo i mesi, ed i nobili che 

J?°P° erano stali dalle soldatesche di Longino e di Oberto 
anno arrestati e tradotti nelle rocche della Nozza e di Sab- 
ll 9b- bio stavano guardando iovanamente la luna, ed i pa- 
renti loro si industriavano inutilmente di procurare a 
quelli favore, perchè il podestà era deciso di non la- 
sciare que' catturati in libertà, finché non fossero pie- 
namente sopite le fazioni bresciane, e determinata qua- 
lunque vertenza coi Bergamaschi. Aveva già egli, quasi 
si può dire, otteuuta la prima delie due intenzioni, 
perchè le circostanze avevano ridotta la nobiltà ad umi- 
liare le pretese; ma quanto a que' di Bergamo, ebbe il 
Maudelli un osso più duro a stritolare, perchè quan- 
tunque avessero eglino a lui concesso un atto di com- 
promesso arbitrario, quantunque si fosse egli dimostrato 
di essere disposto ad obbligare i Bresciani a cedere 
alcune delle giurisdizioni loro sopra Volpino, pure i 
Anno Bergamaschi andavano rifiutandosi di approvare le sue 
* J 97- determinazioni (i). 

Di tale maniera era giunto quasi inutilmente a ter- 
mine il primo anno della podestarìa in Brescia del 
milanese Guido Maudelli, quando si raccolse il consiglio 
generale, dietro deliberazione del quale, poiché il Mau- 
delli aveva dato segni non equivoci di essere animato 
da tutte le virtù necessarie a chi era stato eletto a 
sciogliere gli impegni di un tanto ministero, e poiché 
ancora era quegli ben informato di tutte le quistioni 
bresciane interne ed esterne, fu proclamato podestà di 
Brescia ancora per l'anno seguente; nel quale anno fu- 
rono consoli di questa città Ottone Avogadro, Brissiano 



(i) Biemmi, Mss. cit. f. i5. 



LIBRO VENTESIMO $7 __ 

Confalonieri, Mario Palazzi e Tedaldo da Mescoline (i); 

ma nel decorso di quell'anno ancora procedettero iuu- Dopo 

tili le sue speranze, uè potè ottenere di rendere a piena 

concordia la fazione de' nobili Bresciani con quella dei 

popolari, né la provincia di Bergamo con quella di 

* l i . o j Anno 

Brescia. Procedeva intanto il giugno 1198, ed appros- ^ 

simavasi il giorno di s. Pietro, cioè quello che recava 
la fine del secondo suo reggimento podestarile in que- 
sta città; ed aveva già il Mandelli assunto per altra 
provincia uguale impegno. Prima però di partire da 
Brescia segnò un decreto, pel quale si dichiarava che i 
nobili ratteuuti prigionieri nelle rocche della ISozza e 
di Sabbio dovessero essere ivi trattati di gentile ma- 
niera, e tale che potessero sopportarne la cattura, ma 
che non dovessero essere rilasciati, finche non fosse de- 
terminata ogni contesa con Bergamo, mandati i nuovi 
patti ad adempimento; ed anco allora dovessero essere 
obbligati a giurare sugli evangeli di non più turbare 
la patria tranquillità innanzi di essere disciolti. 

§ 5. Lasciate tali disposizioni e compito il Maudelli 
in Brescia il second'anno di successiva podestarìa, co- 
ronato dai pubblici applausi mosse alla nuova sua de- 
stinazione. Allora i consoli di Brescia e di Bergamo si 
occuparono gravemente per le scambievoli trattative 
di pace; e fiso il giorno 11 agosto 1198, si raccolsero 
fra Palazzuolo, Telgate e Grumello, dove in un prato 
detto di s. Pietro in Valico, protetti dall'ombra di una 



(1) Che quelli fossero i Consoli di Brescia l'anno 1181, oltre 
il citato Mas. di Biemmi, è chiaro ancora da un atto notarile 
stipulato fra i canonici del duomo e la città di Brescia, esi- 
stente nel pubblico Archivio, ed estratto da Zamboni, Misceli. 1, 
f. 83, eh' io conservo. 



58 LIBRO VENTESIMO 

~J^7 S ? a ° f 1 ™ 1 *^ ?**** COnVemie, ° di «PÌ contesa, , Ilc 
G.C? sL, P uIarono ,e gale ìslromento (i). 

anno' Per i patti di quella nuova convenzione, quantunque 
'9* Volpino per le condizioni del trattato antecedente fosse 
dichiarato di pertinenza bresciana, insieme con tutte le 
sue giurisdizioni; pure i consoli di Brescia, desidero- 
siss.m, di aver pace ancora a costo di qualche sacrificio 
accordarono che quel paese si avesse a dividere: i.«ché 
l'una metà restasse di pertinenza bresciana, e l'altra si 
rendesse a que'di Bergamo; 2.° che se ne avessero a de- 
molire tutte le fortificazioni sì dall'una parte che dall'altra; 
3.° finalmente che oltre quel'a cessione dovessero quei 
di Brescia pagare ai Bergamaschi quattrocento lire im- 
periali, somma corrispondente ad un dipresso ad au- 
simene L. 9240. Sembra che i consoli di Brescia sieno 
stati in quell'occasione troppo facili a cedere, ed ab- 
biano un po' di troppo allargata la mano; è però con- 
veniente il considerare che le agitazioni intestine di 
questa provincia non erano allora per anco del tutto 
sedate; cosa che avrebbe reso incerto l'esito di una 
guerra, perchè i Bresciani che avevano a combatterla 
non erano uniti di sentimenti, e solo Dell* unione è la 
forza; e considerando ancora che le paci non sono mai 
compre a prezzo sconvenevole, perchè le vite di quelli 
che cadono estinti nelle battaglie, non possono mai es- 
sere per alcuna maniera ricompre. 

Tale convenzione era sottoscritta, non però mandata 
ancora ad esecuz ione; quando il vescovo Palazzi, suo 

(1) Cronac. S. Joann. ad ami. MCXCrill, Vie Marlis XI 
mirante Augusto concordati sani Brixienses et Bergomenses 
etfacta est pax. Tutto il resto rilevasi dall' .strumento di quel 
trattato d. pace, che ancora conservasi nell'Archi*, secreto della 
citta, Uh. Poteris Comuni s Brixiae, f 16. 



LIBRO VENTESIMO 5 9 

fratello Mario ed il conte Oberto da Savallo incitati 

dalle esacerbazioui del proprio animo, e dalle voci an- J£g 
cora dei congiunti e degli amici di que' nobili che già- anno 
cevano catturati nelle rocche della Nozza e di Sabbio, ll 9 8 - 
deliberarono d'imporre a quelli un giuramento, pel 
quale promettessero ogni futura quiete, indi lasciarli in 
libertà. 1 conti Narizio e Longino all'opposto risposero 
che lo scaduto podestà Maudelli aveva decretato che 
quelli non si avessero a liberare finché non si fossero 
mandati ad esecuzioue i patti della nuova convenzione 
segnata con que' di Bergamo, ed aggiunsero che vio- 
landosi un tale decreto, i Bresciani si sarebbero esposti 
a tutte quelle turbolenze che possono mai essere ope- 
rate dalla libertà concessa a genti facinorose, opulenti, 
inviperite. Il vescovo e suo fratello Mario non si op- 
posero di pertiuaci maniere alle considerazioni dei conti 
Narizìo e Longino; ma il conte Oberto da Savallo, an- 
sioso forse di procurarsi 1' attaccamelo di que' cattu- 
rati, egli che li aveva tutti iu custodia, perchè racco- 
mandati alla sicurezza di due rocche della Yalsabbia, 
dove egli primeggiava, senza dar retta alcuna alle op- 
posizioni de' suoi compagni, andò sollecitamente alla 
Nozza ed a Sabbio, ed imposto a que' nobili il giura- 
mento prescritto, dopo averne loro raccomandata os- 
servanza, lasciolli tutti in libertà (ì). 

§ 6. Cani sciolti dal guinzaglio, tigri cui sia riuscito 
uscire di gabbia, ne possono offrire appena un paraUllo 



(i) Biemmi, Mss. cit. f. l4< Ma Oberto in cui solo potere 
erano tutti i prigioni, non volle ascoltare cosa alcuna, e tra- 
sportato ria una pazza ambizione eli farsi un gran merito, un 
gran nome presso la nobiltà, lasciolli tutti uscire fuori delle 
rocche, e ri mando Ili a casa. 



Anno 

"yy 



__ 6o LIBRO YENfBSIMO 

D^T del,e rU 1 ,Ì , eC,,C S , OS l' ÌUScro <I»e' Hheratf inlcn.pcstlva- 
STE me '" e d »' ««• 'li Savallo. Tornati qoe J!i precipito* 

ni m - teaB ';-eja, ed intesa Poltra convenzione segnata 
co» que d, Bergamo, ruppero ad arditissime smanie 
e la nlnlarono contraria ai patri! diritti, vergognosa 
Vendola; e per ogni crocchio sciamarono che lo .««luto 
podestà Modelli, e che i conti Narizio e Longino, ave- 
vano acconsentito di cedere ai Bergamaschi metà di 
Volp.no, ed a promettere in nome d. qae'di Brescia 
quattrocento lire imperiali, perchè essi ne avevano se- 
cretameute pattuita la porzioo loro. 
> Gli uomini, per la primitiva corruzione della natura 
■nchnat. originalmente al male, più facilmente sospet- 
tano colpevoli anco i più probi; quindi le negre impu- 
laz.ont di que' furenti trovarono ampia e cieca credu- 
la. La faz.oue dei popolari, la quale aveva per lo 
Marni primeggiato, per la discordia insorta fra Mario 
1 alazz. ed il conte Narizio, che ne erano i capi, erasi 
scomp.gliata, e per quello scompiglio aveva perduto 
gran forze. Avvisati i Bergamaschi delle dissidenze dei 
Inesc.au,, ed irritali perchè si andasse da quelli pro- 
ibendo così lungamente l'adempimento dei patti ulti- 
mante convenuti, spedirono a Brescia alcuni messaggeri 
con ordine d' intimare in nome loro la guerra a que- 
sta provincia, qualora non fossero immediatamente adem- 
pite le condizioni net? ultimo trattato giurate. Che più 
poteva»! desiderare dalla fazione de' nobili Bresciani? 
Abbornva quella il trattato celebrato sotto alla noce 
di s. P.etro ... valico; rideva la fazione contraria, per- 
chè vedevala indebolita per le dissensioni dei capi dell, 
medesima; freneticava dall'ansia di venire alle mani coi 
Bergamaschi: e senza dare pensiero alcuno al difetto 
dell' union pubblica, e senza porgere orecchio al con. 



LIBRO VENTESIMO 6< 

ligtis dei buoni, scorrendo il giugno dell'anno 1199,^ ~ 

irruppe improvvisamente sul territorio di Bergamo, ne ^ P, 
devastò gran parte di ogni peggior maniera, e diroccò anno 
singolarmente le due castella di Gisalba e di Tauno (1). II99# 

§ 7. Irritati i Bergamaschi da un tanto insulto an~ 
davano raccogliendo frettolosamente tutte le forze loro 
oude irrompere sul bresciano e vendicare col ferro e 
col fuoco le avute offese. Ma i couti Narizio e Longino, 
presentite quelle mosse, spinti da uno schietto amore 
di patria e da un ardentissimo desiderio della pubblica 
pace, si trassero insieme a Bergamo, ivi si presentarono 
al primario magistrato, esposero che i tratti ostili usati 
da una mano di Bresciani contro alcuni loro paesi erano 
stati operati da que' faziosissimi nobili bresciani, che 
senza pubblico consenso erano stati di fresco rilasciati 
dalle rocche della Nozza e di Sabbio; ma che erano 
pubblicamente disapprovate da tutti i buoni; e che 
quelli erano disposti ad unire le forze loro a quelle 
dei Bergamaschi, oude procurare ad essi risarcimento 
di onore, e dei danni recati, qualora non potessero in- 
durre altrimenti que' facinorosi ad un tratto così dove- 
roso. I Bergamaschi si rallegrarono di quell'ambasciata, 
e temperate le ire, promisero di tenere per qualche 
tempo sospesa ogui mossa (2). 

Lieti dell' operato i conti Narizio e Longino torna- 
rono francamente a Brescia; e qui raccolto il consiglio 



(1) Quella irruzione de' Bresciani sul Bergamasco, quantun- 
que non raccontala con tutta la precisione come dal eh. mss. 
di Biemmi, f. 16, la è però confermata dal Cronac. di s. Gio. 
con queste parole: Ann. MCIC, factum est super Pergamenses 
et captimi est castrum Tajuni y et Gisalbe, et dirupti. 
(1) Biemmi, $fss. cil. f. 16. 



(i) Chrooac. S. Joan. ad ami. MCIC: Ugo Camerarius Po- 
testà* Rùssie. 

(2) Biemmi, Mss. cit. f. 17. — Chronac. S. Joan. ad an. MCC. 
Ve mense Junii factum est assedium circa Soncinum per Bris- 
sienses. 



t* LiBBO VENTESIMO 

"'^generale, venne io quello presa deliberazione di aversi 
!><>po in tali circostanze ad eleggere un nuovo podestà, e 
di affidare a quello tutte le (acolta, dalle, quali era stalo 
investito lo scaduto Guido Manchili. Approvata tale pro- 
posta, e fatto lo scrutinio fu a pluralità di voti eletto 
podestà di Brescia Ugo Camerari (1), il qua le, dietro 
le comuni congetture, era di patria Milanese. 

Quel nuovo podestà non ebbe nel decorso del suo 
Anno reggimento alcuna buona ventura. La disunione dei capi 
della fazioue dei popolari la aveva ridotta a troppo 
avvilimento; e quella de' nobili all'opposto era ascesa 
a tant'auge, che luuge dal volersi per alcuna maniera 
combiuare coi Bergamaschi, si studiò di costringere an- 
cora la più parte della fazione del popolo ad unirsi ai 
nobili, spauracchiaudola gridando, che altrimenti tutta 
la provincia sarebbe stata invasa ed oppressa da' suoi 
vicini. E per questo, onde accrescere artificiosamente il 
numero de' suoi nemici, nel mese di giugno dell' auno 
1300 andò a cingere d'assedio l'aìlora forte castello di 
Sonciuo (2). 

§ 8. La tauta audacia della fazione dei nobili, ed 
il tanto pericolo delle giuste vendette delle offese po- 
polazioni confinanti diedero pensiero ai capi della fa- 
zione dei popolari, e gli addussero a riunirsi onde pro- 
curare il necessario salvamento della patria. Il vescovo, 
suo fratello Mario, ed i conti Narizio, Longino ed Oberto 
tornarono a coucordia fra loro, e giuratasi scambievole 



LIBRO VENTESIMO 63 

fede, istituirono una società, alla quale diedero per ono- ■— — ■ 
ranza il nome di Compagnia di s. Faustino (i); a quella Do P° 
società aggregarono quanti poterono avere desiderosi f nn ^' 
del patrio bene, intraprendenti e forti; indi studiaronsi "oo. 
tantosto di raccogliere un numero di soldatesche ba- 
stante a deprimere l'avverso partito. Molti si adopera- 
rono per questo con tutta sollecitudine a raccogliere 
tenti armate nella città ed in molti paesi del contado, 
ed i conti Longino edOberto sì trasseso per questo oggetto! 
l'uno in Val Trompia e l'altro in quella di Sabbio. ' 

^ Appena i nobili che assediavano Soucino ebbero av- 
viso di quanto andavasi dai Bresciani adoperando, che 
gioito subitamente l'assedio di quel castello, presero 
frettolosi le vie per Brescia, bramosi di giungervi in- 
nanzi che vi potessero entrare le forze che dall'avverso 
partito si andavano procurando. Enunciata quella mossa 
al vescovo, a suo fratello Mario ed al conte Narizio non po- 
terono a meno di non rabbrividire, siccome erano certis- 
simi di non essere in grado di poter respingere gli avversa- 
[fi a fronte aperta; quindi di concerto inviarono il prevosto 
U s. Agata e quello di s. Salvatore a scontrare i reduci da 
uncino, con ordine di usare ogni opera onde persuaderli 
i trattenersi due miglia fuori della città; che intanto si 
arebbe radunato il consiglio generale, onde procurare 

mezzi di rimettere a concordia l'uno e l'altro partito (2). 

Si accorsero i nobili essere quell'ambasciata indiritta 

oro scaltramente dagli avversarli a solo fine di prender 

(1) Della congrega bresciana, detta Società di 3. Faustino 
panno parlato l'autore del Mss. parafrasato da Biemmi a f , 7 ' 
divezzi, Disi. VII, cap. 81. - il Cronac. di S. Gio. all' an- 
>o 1200, dicendo: facla est Societas S. Faustini; ed altri. 

fc) Biemmi, Mss. cit. f. 17. 



f>4 LIBRO VENTESIMO 

tempo; la accolsero ciò nonpertanto con gentilezza, eri 
^°P° anzi nelle vicinanze di Torbole, forse solamente onde 
anno riposarsi dal viaggio, presero gli alloggiamenti, e per 
,i0 °- alcun poco si soffermarono. Que' due prevosti allora si 
congedarono gentilmente dai nobili, e verso Brescia si 
riavviarono. Erano quelli partiti da brevi quarti d'ora, 
che i nobili levarono le tende, e studiando il passo 
eglino ancora a Brescia si addirizzarono. Giunsero alle 
porte, e le penetrarono coli' anni approntate, come en- 
trassero in una conquistala città. Inorriditi i capi del 
partito dèi popolari, con quanti poterono trarsi dietro 
di tutta fretta si procurarono rifugio: il vescovo si ri- 
tirò Dell' episcopio, e ne fece assicurare di ogni ma- 
niera possibile le porte; suo fratello Mario fece lo stessa 
in quell'angolo del palazzo di Broletto, che era al- 
lora costrutto; ed il conte Narizio andò a chiudersi 
nel castello del colle Cidneo, sicuri tutti e tre di 
poter resistere ad ogni assalto per que' pochi giorni 
che avessero potuto ritardare quei sussidi i che andai 
vansi loro procurando dagli ascritti alla società di san j 
Faustino. 

I nobili ingalluzzati dalla prosperità degli eventi, cre- 
dettero di sottomettersi ad un tratto ogni avversario, 
ed appena entrati in Brescia assaltarono di tutta furia 
Ì' angolo costrutto del palazzo di Broletto; ma il drap* 
pello d'armati che ivi erasi raccolto a difesa di Mario 
Palazzi, podestà, saettò dall' alto con tauta maestrìa, 
che distese a terra feriti o morti moltissimi di quegli 
imprudenti assalitori, e respinse gli altri confusi e 
spauriti dalla caduta dei loro commilitoni. Ritiratisi 
allora i nobili, deliberarono di slanciarsi contro al pa- 
lazzo del vescovo; ma he ferite e la morte di quelli 
che erano appena caduti nell' altro assalto, avevanli 



LIBRO' VENTESIMO 65 

compresi da tanta paura, che non fu- alcuno cui ba- — 

stasse 1' animo di presentarsi al cimento (i). *?°1'° 

§ g. Intanto quelli della società di s. Faustino, i anno 
quali erano usciti di Brescia per raccogliere armati in 1200* 
sussidio de' popolari, udito lo scompiglio della città > 
affrettarono le mosse quanto più il poterono; cosicché 
tre giorni dopo l'assalto tentato dai nobili al palazzo 
pubblico, il conte Longino con gli armati di Valtrom- 
pia, il conte Oberto con quelli di Valsabbia, ed altri 
Faustiniani, fra i quali Dannesio Prandoni, Obizzo 
Ugoni, un Griffi ed un Confalonieri, quantunque tutti 
di lignaggio distinto, con truppe raccolte altre nella 
riviera del Benaco, altre in quella del Sebino o nei 
paesi dell' orieutale o dell'occidentale Piedimonte, ap- 
prossimavansi alla città, seguitati in tutti da circa sei 
mila e più armati. Avvisati i nobili di tanta minaccia, 
la quale sarà stata loro forse ancora dalla fama inga- 
gliardita, non osarono fermarsi, e datisi sollecitameute 
alla fuga, altri verso Cremona, altri verso Mantova si 
addirizzarono (2)4 

Brescia rimase di quella maniera in pieno arbitrio 
dei popolari. Il dì seguente si introdussero nella città 
le forze condotte dai Faustiniaui, indi convocossi tan- 
tosto il consiglio generale. Furono in quello eletti con- 
soli Desiderio S. Andrea, Fiorino Lavellongo, Gualtiero 
Calcherà ed Alberto Mergoldi da Capriolo (3); Allora 
il vescovo che non aveva dimessa ancora la speranza 
di procurare a suo fratello Mario la podestarìa di Bre- 



(1) Biemmi, Mss. ciuf. 18. 

(2) Lo stesso, ìbidem. 

(3) Malvezzi j Dist. VII, cap. 81 ricorda il nome degli accen- 
nati consoli di Brescia per l'anno 1200, 

Vol. IV. 5 



66 LIBRO VENTESIMO 

""*"""" scia, e lauto più perchè sapeva che quello sarebbe stato 
g^g» fortemente sostenuto dal favore de' suoi geueri i conti 
armo Longino ed Oberto, non lasciossi fuggire di mano l'oc- 
»soo. ca9Ìoue, e 6alita la tribuna declamò: essere necessario 
in quelle circostanze Jo eleggere podestà di Brescia uo 
cittadino conoscitore de* patrii bisogni, e di aversi da 
attribuire allo stesso tutte quelle facoltà che negli ul- 
timi tempi erano state affidate a Guidò Maudelli e ad 
Ugo Camerari. 11 consiglio accolse favorevolmente la 
proposizione del vescovo: molti furono i proposti al 
grado di podestà, e fra gli altri Mario Palazzi ed il 
coute JNarizio. Si dispensarono le fave, portato intorno 
il bossolo, e fatto lo scrutinio, il sig. Palazzi, siccome 
tra uomo che per la molta alterigia e per le maniere 
▼l'olenti non godeva gran fatto della pubblica confi- 
denza, uon ebbe che pochissimi voti favorevoli; ed il 
conte Narizio fu eletto podestà di Brescia a pluralità 
di suffragi (i). 

§ io. Nou è facile il dirsi quanto per quella ele- 
zione indispettissero il vescovo ed i conti Longino ed 
Oberto. L'ambizione è la potentissima delle passioni, 
e tragge di sovente ad atti indegni quelli ancora che 
hanno sortito bella educazione. Que' signori ambivano 
di vedere il loro congiunto elevato allo scranno pode- 
starile di Brescia, e delusi per gli avversi suffragi del 
consiglio nelle concepite speranze, non poterono nascon- 



(1) Quella podestarìa del co. Narizio non è solo ricordata 
da Biemmi Ms». cit. f. 19; ma ancora dalia Cronaca di S. Gio. 
dicendo: MCC Comes Narisius factus est Poltas Brisie; e 
finalmente dalla deposizione di Gandascio Antegnati, testimo- 
nio e§aminato in tiu processo esistente nel pubblico Archivio, 
Lib. PoUris, f. 242. 



LIBRO VENTESIMO 67 

dere il vivissimo IororiseutimeDto.il vescovo, ratteuuto - "" " *• 
forse dalla sacra sua diguità, si accese negli occhi e Do P? 
nel viso, mandò un sospiro, ma non azzardò di emet- ann o 
tere motto alcuno; i conti Longino ed Oberto all' op- 120 °- 
posto ruppero ad altissime declamazioni, e gridarono 
essere la promozione del coute Narizio alla podestarìa 
di Brescia un torto aperto usato dal consiglio generale 
al benemerito loro suocero; aggiunsero che in qualun- 
que altra occasione avrebbe la città supplicato il soc- 
corso de' valligiani invauameute; e digrignando e fre- 
mendo uscirono dal consiglio, e data ordinanza alle 
soldatesche del loro seguito, tornarono insieme con quelle 
alle patrie loro (1). 

Ristettero tutti i consiglieri ad un atto di tanta au- 
dacia, non però si scomposero, e prima di uscir dalla, 
sala sottomisero a processo que' nobili fazionai ii che 
avevauo osato entrare in Brescia colle armi approntate* 
ed assaltare il pubblico palazzo; e tralasciando di pure 
chiamarli a difesa, siccome erauo certissimi che non si 
sarebbero presentati, li condannarono tutti a perpetuo 
esilio, ed a prigione in vita, se potessero essere presi. 

Sciolto il consiglio ed assicurati i Bresciaui che i 
Cremonesi avevano promessi sussidii ai nobili fuoru- 
sciti di Brescia; assicurati che il nuovo podestà conte 
Narizio, che tutti cinque i consoli, che i reggenti la 
società Faustiniana, quantunque loro mancassero le forze 
de' valligiani, perchè questa provincia non avesse ad 
essere soverchiala e dai fuoruscili della medesima in- 
sieme, e da que' di Cremona, raccoglievano genti e le 
armavano onde sostenersi di tutto vigore; i Bresciani, 



(1) Ciemmi, Mss. cit. fi ig. 



68 LIBRO VENTESIMO 

— — — io dico, impugnarono le armi iu difesa della patria, 
Dopo U0Q quelli solo che uudrivano un animo ardente, ma 
anno quelli ancora che avevano per lo innanzi significata la 
ìaoo. massima trepidezza (*). 

§11. Ardeva a que' tempi un'aspra discordia Tra i Par- 
migiani ed i Piacentini, perchè sì gli uni che gli altri 
pretendevano il diritto di una assoluta giurisdizione 
sopra Borgosaudonuino. Quel cospicuo paese negli anni 
antecedenti era stato di ragione dei Parmigiani, ovvero 
di un ramo della cospicua famiglia de' marchesi Pela- 
vicini, che ne era feudatario, e domiciliava iu Parma. 
L' imperatore Arrigo VI che era passato ad altra vita 
Panno 1197, l'ultima volta che fu in Italia, costretto 
dalle necessità dell'erario, aveva impegnato Borgosandon- 
nino per due mila lire imperiali a que' di Piacenza (2). 
Morto queir imperatore, e continuando a lungo la va- 
canza del trono, tanto que' di Piacenza come quelli di 
Parma pretendevano di avere diritti su quel castello (3); 
e quella pretesa li trasse ad azioni sanguinosissime. I 
Parmigiani furono per quella guerra sussidiati dai Pa- 
vesi, dai Cremonesi, dai Bergamaschi, dai Reggiaui e 
dai Modenesi; e que' di Piacenza ebbero soccorsi invece 
dai Bresciani, dai Milanesi, dai Comaschi, dai Vercel- 
lini, e da quelli di Novara, di Asti e d'Alessaudria (4). 
Non mi sembra, è vero, essere cosa da credersi che 
uua città funestata dalle patrie fazioni, quale era Bre- 



(1) Biemmf, Mss. cit. f. 10. 

{1) Sicardus Episc. Cremon. et coaevus, in Chron. apud Mu- 
tai. T. VII. Rer. Italie. 

(3) Chronac. Parmens. T. IX. Rer. Italie. — Annales Pia- 
centini, ibidem, T. XIV. 

(4) Malvet. Dist. Yiì. cap. 79. 



LIBRO VENTESIMO 69 

scia a que* tempi, potesse essere ia istato di inviare - g— — 
sussidii ad altre città; onde però non rifiutare ogni ~°P a 
credeuza a quanto lasciò scritto il patrio cronista Mal- anno 
vezzi, ed a quanto ne rapporta ancora Muratori in ,200# 
questo proposito (1); mi sembra di poter salvare la 
capra e le verze, supponendo che i Bresciani che mos- 
sero a soccorrere que' di Giacenza non vi fossero già 
iudiritti dalle magistrature municipali, ma fossero in- 
vece soldatesche particolari di un qualche signore o 
feudatario bresciano, il quale, non avendo preso partito 
per alcuna delle patrie fazioui, potè aver campo di 
uscire a soccorso di una città forestiera. 

5 1 2. Tornando ora al brevemente intralasciato rac- 
conto, i nobili fuorusciti adoperandosi caldamente ed in 
Cremona ed in Mantova, dove avevano alte relazioni e 
parentele, avevano indotte ambedue quelle città a pren- 
dere partito in loro vantaggio contro alla fazione al- 
lora dominante in Brescia; que' nobili avevano usato 
Uguali maueggi ancora presso i Bergamaschi; ma quella 
città, dietro deliberazione del pubblico consiglio, si di- 
chiarò neutrale; ad outa di questo però molti feudatarii 
e uobili della provincia bergamasca si unirono ai Cre- 
monesi ed ai Mantovani per -sussidiare i nobili fuoru- 
sciti di Brescia (2). 

Il podestà Narizio avvisato di quelle cose, inviò am- 
basciatori a Milano ed a Piacenza, le quali due città 
erano da lunghi anni collegate in ferma amicizia con 
Brescia, e fece che quegli ambasciatori da tutte e due 
supplicassero sussidii; ma V una e l'altra ugualmente 
risposero, che siccome la provincia di Brescia non era 



(i) Muratori, Annali, Tom. VII. f. 86 « $e%. ediz. di Lucca. 
(2) Biemmi, Ms^cìl. /. 20. 



7 o LIBRO VENTESIMO 

"allora combattuta da forze estranie, ma agitata sola- 
D°P° mente da civili discordie, esse che si consideravano 
anno " amiche indifferentemente di tutti i Bresciani, non po- 
1200. tevano parteggiare per 1' una o per l'altra delle fazioni 
dei medesimi. Rapportata da que' messaggeri al podestà 
Narizio quella risposta, sollecitameute iuvionne altri ai 
Verouesi per uguale oggetto. Da Verona ottenne lar- 
ghissime promesse, le quali non furono che semplici 
spampannate, che una vox, vox praetereaque nih'U, 
poiché non ebbero adempimento alcuno (i). Costretti al- 
lora il podestà ed i consoli di Brescia ad affidarsi alle 
sole forze che avevano potuto avere dalla provincia, 
alle quali, quantunque per le indignazioni succedute, 
mancassero quelle delle valli Trompia e Sabbia, erano 
nondimeno assai numerose e ben addestrate, non si 
scomposero d'animo, e biavamente si tennero sulle 
difese. 

§ i3. 1 nobili fuorusciti rafforzati da una valida mano 
di Cremonesi e di Bergamaschi, passato E Ollio a Pa- 
lazzuolo, entrarono in Francia-corta, dove occupato il 
castello di Rodengo, ed in quello fortificatisi, minac- 
ciavano la città da vicino. E facile l'immaginarsi 
quanto, sospinti dallo spirito della vendetta, avranno 
essi operato di male in que' paesi contro di quanti 
avranno essi creduti avversi al loro partito. Perve- 
nuto in Brescia l' avviso di quella irruzione, mentre 
nel dicembre 1200, il conte Narizio, raccolta Tar- 
mata dei cittadini, era per ispingerla contro i fortifi- 
cati in Rodengo, avutone quelli per mezzo di solleciti 
confidenti P avviso, lasciato un forte presidio in quel 



(1) Biemmi, flfcs. ciuf, 20. 



LIBRO VENTESIMO 71 

castello, i fuoruscili con tutto il restante delle forze — 

loro, percorrendo vie indirette audarono a Gavardo, ^°?. a 
dove ne occuparono la possibilmente restaurata rocca, anno 
Lo scaltro podestà Narizio rattenne le forze cittadine, ,2Q,> 
appena si accorse che l'oste nemica divideva il campo, 
e le concesse accortamente il tempo che per quella, 
divisione si avesse ad indebolire. Colto poscia Y istante^ 
ruppe impetuosamente contro gli accampati a Gavardo,. 
gli attaccò, li vinse; indi seuza perdere tempo, condotte 
a Brescia le spoglie di quella vittoria, si spiuse contro 
a*quelli che erano in Rodengo, fortemente li percosse, 
e poscia ( forse ancora contro suo pensiero ) le sue truppe 
saccheggiarono quel paese e lo mandarono a fiamme (1). 

I fuorusciti allora, convinti non essere che un fiac- 
care le proprie forze dividendole, si ritirarono e stet- 
tero oltre sei mesi raccogliendone di nuove, e prepa- 
randosi ad un colpo veemente e decisivo. Essi radunali 
frattanto quanti armali poterono, e fatto lo stesso an- 
cora dai loro sussidiarii Mautovaui, Cremonesi e Ber- 
gamaschi, a* primi giorni dell'agosto 1201, irruppero 
in Bresciana, e traversatone rapidamente lungo tratto, 
pervennero sul tenere di Calcinalo, dove si attendarono 
luugo una contrada campestre, detta allora Alberga gì, 
ed ora il Gazzo, la quale si distende dal villaggio 
detto le Casette, ed il ponte del Chiese nominato da 
s. Marco; ed ivi i Mantovani ed i Cremonesi trassero il 
carroccio loro, e si barricarono (2). 

Àgli otto dello stesso mese il podestà di Brescia 
conte Narizio, accompagnato dalla più parte dei consoli, 
condusse Y esercito dei popolari presso Gli verghe, dove 



(1) MaWet. Disi. VlL cap. 82. 

(2) Convene runl acies in campo Albergaci, Disi. VII. e. 83. 



7 2 LIBRO VENTESIMO 

"""^" Iq tenne a campo, ed all' albeggiare del succedente 
J?°P° mattino Io spinse contro gli attendati nelle foreste del 
anno Cazzo. Le due osti iu quel giorno ruppero a battaglia 
1201. su ll'ora di terza (i). L'ansia di soperchiarsi a vicenda 
]a spinse al cimeuto; ed un' ira cieca, rubiconda, fu- 
rente, le assordò alla fame, alla sete, alle ferite, e quello 
che è più, alla morte, e le tenne sul campo indomite 
fino all' ul tini' ore del giorno; quaudo i nobili fuoru- 
sciti, cupidissimi di rientrare iu patria, ed inviperiti 
per la caduta di molti loro commilitoni, irruppero con 
tanta violenza contro le file de' popolari che avevano 
di fronte, sicché le afforzarono ? dare addietro. Le grida 
di trionfo che que' nobili allora mandarono altissime, 
il ritiramenlo delle schiere che avevano di faccia, erano 
per mettere in disordine tutto il campo dei cittadini. 
Il podestà Narizio in quel punto, fatto dar suono di 
raccolta, chiamò i suoi dintorno al carroccio, e ritiran- 
doli lentamente, di maniera però che alcune file aves- 
sero sempre a fronteggiare da tergo, cedette agli av- 
versari le spoglie del campo, ripassò il ponte del Chiese, 
e a tarda ora della notte, non perseguitato da alcuno, 
ricondusse I' esercito già già cadente per la fiacchezza 
e per la fame dentro le porte della città (2), 



(1) Ibique hora tertia diei (nove Agosto 1201) perstrepen* 
libus tubis, hinc populus, inde militici (cioè i Nobili ) cum suis 
ad belli certamina praeparantur. Commissum est praelium, 
maximaque hominum facta est strages utraque parte. Nox tan- 
dem bello finem dediU Malvet. Questa battaglia è ricordata an- 
cora dal cronaco di S. Gio. all'ann. MCCI, scrivendo: alio anno 
de mense Augusti capta est magna pars eorum qui remanse» 
rant in c'witate a militibus, cioè dai Nobili, et Cremonensibus 
cum Carozio, et a Mantuanis cum suo, et a militibus Bergomi, 

{>) Biemrni, Mss. tit< f< 21. 



LIBRO VENTESIMO 7 3 

§ i4- Quantunque i feriti ed i morti caduti in quella 



battaglia e dall' una parte e dall' altra fossero ad un Dopo 
dipresso di ugual numero, pure i uobili fuorusciti, gli 
alleati loro, e singolarmente i Cremonesi, imbaldanziti 1201. 
per esser eglino rimasti i padroni del campo, decla- 
marono di aver ivi conseguita una luminosissima vit- 
toria: e sì fattamente la predicarono, che in brevissimo 
tempo si diffuse per tutta la Lombardia: che l'esercito 
de' popolari di Brescia condotto dai consoli e dallo 
etesso podestà Narizio, nella giornata del Gazzo di Calci- 
nato, era stato pienamente sconfitto. Anzi i Cremonesi 
giunsero a tanta millanteria, che siccome vergognavano 
in ricordare, che nella battaglia di Rudiano i Bresciani 
avevano tolto loro il primo carroccio, e che in loro 
ludibrio, quello siccome altissimo trofeo de' Bresciani 
pendeva ancora in questa città appeso alle volte della 
basilica di s. Pietro in Duomo, mandarono notizie a 
Cremona di avere conquistato il carroccio de' Bresciani. 
Quella fandonia venne dai Cremonesi comunemente 
creduta, e di tale maniera, che il vescovo Sicardo, ri- 
putandola vera, senza dar luogo ad ulteriori disamine, la 
inserì nella cronaca che egli andava allora scriveudo (1). 

(1) Il vescovo di Cremona Sicardo, ingannato veramente dalle 
millanterie de'suoi diocesani, nella sua Cronaca (apud Murai. 
T- VII- Rcr Italie. ) ha scritto, che i popolari di Brescia nella 
battaglia di Calcinato avevano perduto il patrio carroccio, Ne 
dobbiamo meravigliarsi, se Muratori appoggiato al racconto di 
Sicardo, autor sincrono, non prestata fede a Malvezzi, perchè 
più tardo di circa due secoli, abbia negli Annali d' Italia, 
T. VII. f. 91 ripetuta quella fanfalucca. Non Io avrebbe egli 
l'atto sicuramente, se avess' egli potuto vedere la pergamena 
scoperta da Biemmi, e la Cronaca di S. Giovanni; ma que'duc 
antichissimi scritti non sono stati scoperti che dopo la morte 
di quell' eruditissimo autore. 



7 4 LIDHO VENTESIMO 

- ' -- La vittoria de* nobili fuoruscili e dejrli alleati loro 
JJ°P° esagerata quanto il più lo potevasi dalla fama \eimc 
anno sparsa in breve nelle valli Trompia e Sabbia, ed an- 
»aoi. nunziata ai conti Lougiuo ed Oberto. Que'due signori 
che amavano teneramente questa provincia, percossi 
all' animo da un tanto pericolo della medesima, deposte 
tantosto le ire particolari che lunge dal pubblico soc- 
corso li trattenevano, volonterosi, spontanei deliberarono 
amendue di scendere sollecitamente in difesa de' loro 
concittadini, con quante più numerose soldatesche fosse 
loro dato di raccogliere; e paurosi, che le a loro dipinte 
fierissime circostanze, nelle quali credevano essere il po- 
destà Narizio, lo avessero per mala ventura a costrin- 
gere a convenzioni indebite, gli spedirono frettolosamente 
alcuni messaggeri a porgergli conforto, e ad assicurarlo, 
che fra pochi giorni sarebbon eglino discesi a soccor- 
rerlo con quanti avrebbono potuto nelle valli Trompia 
e Sabbia armare (i). 

E non fu quella promessa trasportata e schernita dai 
venti. Tre giorni dopo appena il conte Longino entrò 
iu Brescia seguitato da oltre seicento Triumpiliui, e 
due giorni di poi giunse iu città il conte Oberto con 
più di ottocento Sabini: e quelle soldatesche valli- 
giane erauo genti franche e ben agguerrite. ISegiorni stessi 
l'esercito dei popolari aveva avuti altri russidii ora dal- 
l' uno ora dall' altro paese del contado. Pel che il po- 
destà Narizio, i consoli ed i conti Longino ed Oberto 
deliberarono di tentare un nuovo cimento, ed usciti di 
Brescia col pieno dell'armata, la condussero a campeg- 
giare nelle vicinanze di Cajonvico. 



(i) Biadimi, ìlfss. eli, f. ai, 



LIBRO VENTESIMO 7 5 

§ i5. Il vescovo Giovanili Palazzi frattanto non sa- 



peva dimenticare di non aver potuto vedere suo fra- Dopo 
tello Mario elevato al grado podestarile della provili- an ' n0 ' 
eia; disapprovava secretamele le mosse intraprese dai 1Q0I# 
suoi nipoti il conte Longino ed Oberto; purché però il 
conte Narizio, ad esclusione di suo fratello, non avesse 
a continuare ad essere il podestà di Brescia, acconcia- 
vasi a tutto; ma siccome era volpe vecchia, lungi dal 
lasciare traspirare ad alcuno i secreti del suo animo, 
seppe scaltramente tentare ed ottenere ancora il suo 
fine, usando un mezzo onestissimo, ed adatto ancora 
al sacro suo carattere (i). 

Quindi trattosi al campo, andò percorrendone le file, 
e ripetendo ugualmente ed ai capitani ed ai soldati: 
che egli non poteva sopportare più oltre, che i suoi 
cari diocesani avessero a continuare sì a lungo a dila- 
niarsi a vicenda; soggiugneva, che le battaglie non si 
compiono mai senza spargimento di sangue, e che quello 
che si diffonde nelle guerre civili è sangue patrio. Pro- 
cedeva, supplicandoli di avere pietà di se stessi, delle 
spose, de' figli, delle famiglie; e ad avere pietà ancora 
de' loro nemici, perchè erano quelli ancora figli della 
medesima patria; e conchiudeva, che convenendo a quei 
giorni ad un trattato di pace, essendo eglino pur al- 
lora stati rinfrancati da soccorsi molto potenti, sareb* 
bono stati in grado di sostenere onorate coudizioni, né 
alcuno avrebbe potuto mai dire che fossero stati ad- 
dotti a pace dalla paura. 

Sentimenti così plausibili ed esposti di bella maniera 
da quel prelato posero a sommossa tutta l'armata, I 



(t) Biemmi, Mss. cil. f. i-i. 



7 f, LIBRO VENTESIMO 

soldati dopo avere udito il vescovo recalcitravano agli 
J}°P° ordini de' capitani, si raccoglievano a' ciocchi, dichia- 
anuo ravauo a vicenda di non volere esporsi più oltre a 
1201. nuov i pericoli, e domandavano la pace. Il conte Nari- 
zio conobbe non essere quello il momento di aggredir 
gl'inimici, non di attendere gli assalti loro, ne di pro- 
trarre proposizioni di pace, onde non dar campo che 
vengano significate al campo ostile le agitazioni del 
suo. Convocati per questo frettolosamente nel suo pa- 
diglione il vescovo e tutti i più distinti capitaui, espose 
loro di aver egli sentimenti conformi a quelli del pre* 
lato; senza lunghe discussioni convennero tutti in uguali 
pensamenti, e senza frapporre indugio, date al conte 
Longino le opportune istruzioni, fu quello spedito a 
proporre agli avversari la pace (i). 

Quel cospicuo messaggero fu dai nobili fuorusciti e 
dagli alleati loro accolto di molto gentile maniera; si 
accettarono le proposte da quello presentate, si convenne 
di sospendere le armi e di rimettere le condizioni del 
trattato alla città di Bologna, siccome a quella che non 
avendo mai presa parte alcuna nelle dissensioni dei 
Bresciani, doveva essere e dall' un partito e dall' altro 
considerata affatto indiffereute; e che forse ancora so- 
pra di ogni altra città d' Italia abbondava di perso- 
naggi e per prudenza e per dottrine distintissimi. 

Fermata una tale convenzione, e raccomandatesi 
ambe le parti ai magistrati di Bologna, per mezzo di 
un atto di compromesso regolare, col quale giuravasi 
di attenersi inappellabilmente a quanto sarebbe stato 
dai delegati di Bologna determinato, il conte Longino 



(i) Cicalini, Mss. cil> f. 31. 



LIBRO VENTESIMO 77 

da Bovegno commesso dal podestà, dai consoli e dal " "'" 

consiglio de' popolari di Brescia, ed un altro signore* J?°P° 
del quale non è ricordato il nome, delegato dalla fa- anno 
zione de' nobili, mossero a Bologna a supplicare, in no- I201 « 
me dei loro commitenti, i magistrati di quella città 
d' intrommettersi onde rimettere a pace i Bresciani, ed 
a presentare ai medesimi l'atto di compromesso sopra 
indicato. I Bolognesi assunsero voloutariamente quell' ini- 
peguo; e dietro deliberazione di un apposito consiglio 
destinarono sei fra i più accreditati loro concittadini, 
perchè dovessero trarsi immediatamente a Brescia, pren- 
dere esatte informazioni delle contese ond era quella 
agitata, e delle cause delle medesime; indi, dietro al- 
l'affidato compromesso, emettere sentenza, e pubblicare 
fra que' cittadini la pace (1). 

§ 16. Que' sei delegati dalle magistrature di Bologna, 
accompagnati dai messaggeri che i contendenti Bre- 
sciani avevano alle città loro avviati, mossero a Brescia. 
Dove arrivati appena, il podestà Narizio, a ciò consi- 
gliato singolarmente dal conte Longino, onde rimettere 
i cittadini ad una piena libertà di se medesimi, e 
onde non essere provocatore delle ambizioni di chic- 
chessia, rinunziò spontaneo la dignità podestarile. Die- 
tro tale operato i delegati di Bologna, più sollecita- 
mente che non avrebbouo potuto desiderare, determi- 
narono ogni quistione. E dopo di avere obbligato i 
popolari ad auuullare i decreti di condanna ad esiglio 
od a qualunque altra pena, da essi pubblicati contro i 
nobili; e dopo avere obbligati i nobili medesimi a giu- 



(1) Sequentl vero Mense Novembris intercurrentibus Bono- 
niensium Legaiis idem populus cum ipsìs nobilibus pacem fe- 
di. Malvet. Disi. VlL cap. 84. — Bieinmi, Mss. cit. fi 22. 



7 8 LIBRO VENTESIMO 

!rare dimeuticanza dello sforzato allontanamento dalla 
Dopo patria sofferto, e piena ubbidienza alle leggi muuici- 
aùno' P a ^j finalmente onde chiudere l'adito ad ogni quistioue 
1201. futura, a quanti Bresciani avrebbono potuto tentare in 
avvenire di essere eletti podestà nella propria patria, 
rinnovato l'antico decreto che ne lo proibiva; dopo di 
avere eletto podestà di Brescia Guido Rambertiui di 
Bologna, saggissimo personaggio, ed unico del numero 
di que'sei delegati, di cui ne rimanga ancora la ri- 
cordanza del nome, mentre declinava il novembre del- 
l' anuo 1201, appoggiati ai documenti autorevoli onde 
erano muniti, pubblicarono ai Bresciani il trattato di 
pace (i). 

Disteso, pubblicato, accettato, e per ambe le parti 
sottoscritto il legale istrumento di quel trattato, pochi 
giorni dopo, cioè il dì 26 novembre dello stesso anno, 
si disposero al couvenuto e solenne ritorno in Brescia. 
Erano quelli addobbati di tutta leggiadria, cavalcavano 
destrieri riccamente bardati, e distesi in lunga e dop- 
pia fila, e preceduti dal nuovo podestà di Brescia, il 
bolognese Guido Rambertini, mossero dal campo di Cal- 
cinato, e verso la città si avviarono. Giuuti nelle vici- 
nanze di Rebuffone, furono scontrati dai conti Longino, 
Narizio, Oberto, Fiorino Lavellougo, Migliograzzo Ugoni, 
Alberto Mergoldi da Capriolo, e dai signori Desiderio 
S. Andrea, Gualtiero Calcherà, Imberto Fogazzi, Vitale 
Umiliati, famiglia che si è estinta sugli albori del se- 



(1) Malvet. Chronic. Dist. VII. cap. 84. — Bierami, Mss. 
cit. f. il- — Queste cose ed altre che uè paragrafi addietro 
si sono dette, sono confermate ancora da Elia Caprioli ( Hist. 
Brix. Lib. VI.), ma di una maniera un po' di troppo affa- 
stellata e confusa. 



LIBRO VENTESIMO 79 

colo XV, e da quanti avevano primeggiato nella fa- ——— 
rione dei popolari, e salutatisi scambievolmente di ma- Dopo 

niere gentili, e giuntesi reciprocamente le destre e G * C 
j .• • . , , . r uc ' c anno 

datisi a vicenda baci di pace, rientrarono tutti insieme **©*. 
in Brescia, e festeggiaronsi alternamente con urbanità 
così gioconda, che ognuno avrebbe creduta ingenua e 
ferma la riconciliazione dei Bresciani (i). 

§ 17. Ma intanto le pubbliche costruzioni, alle quali 
quando erauo ancora concordi avevano caldamente dato 
opera, giacevano imperfette; ed il pubblico palazzo dì 
Broletto, del quale non erasi eretto che appena la quarta 
parte stava indarno aspettando la patria unanime at- 
tività (2). E vero che pel decorso intero dell'anno, nel 
quale fu questa città governata dal podestà Guido 
Ilambertini, le pubbliche cose andarono tranquillamente. 
Era altissimo il rispetto che di quel signore avevano i 
popolari, ed altissima ancora la gratitudine che a lui 
dovevano i nobili. Quella però non era che una ap- 
parente tranquillità. 

Inclinava all'occaso l'anno del reggimento del Ram- 
bertini, che raccoltosi in Brescia il consiglio generale, 
fu da quello eletto podestà per l'anno che era per 
Buccedere un certo Verzio Tempesta, del quale non mi 
I dato di poter indicare la patria: e da quel consiglio 
ancora vennero eletti i nuovi consoli, che furono Gia- 
como Testi da Ome, Ottone Avogadro, Obizzo Ugoni 
■ il dottor legale Imerico da Montechiaro (3). 

Occupavano quelli da pochi mesi la dignità concessa, 
iuando alcuni nobili incapaci di soffocare più oltre nel- 

(1) Biemmi, Mss. cit. f. 11. 
(**) Zamboni, Pubbl. Fabb. di Brescia, f. 9. 
; (3) Malvet., Dist. VII. C ap. 84. 



G. C 

aubo 



80 LIBRO VENTESIMO 

'animo V ira, che incende vali contro i popolari, usando 
Dopo maniere audaci e facinorose, domandarono da quelli 
risarcimento di quanto avevano essi sofferto e nell'onore 
e negli interessi nel lungo tratto che furono costretti 
a vivere lunge dai proprii focolari. I popolari, veden- 
dosi cimentati con tanta audacia, si prepararono nuova- 
mente all'armi, ma non erano capitanati da alcuno che 
li sapesse saggiamente dirigere. Per quelle agitazioni 
venne scomposta la sopra enarrata società Faustimana; 
e ne fu a quella surrogata un' altra, che forse dal no- 
me del venerabile della medesima dicevasi l'adunanza 
Bruzella. Quella nuova società sostenuta dal maggior 
nerbo dei popolari, ma abbandonata a maniere troppo 
sfacciate, uon risparmiava le più mordaci declamazioni 
coutro di quanti la avrebbouo potuta regolarmente di- 
rigere. I nomi del vescovo, di suo fratello Mario, e dei 
cotti Longino, Narizio ed Oberto furono in quell'occa- 
sione dilaniati orrendamente (1). 

§ 18. 1 nobili, che per l'avuta educazione non man- 
cavano di un discreto raffinamento, seppero destra- 
mente cogliere il punto: e poiché sapevano che i conti 
JNarizio, Longino ed Oberto erano aspramente irritati 
per le ingiurie ruttate dai popolari contro di loro, li 
trassero artificiosamente a famigliari discorsi, e si fe- 
cero da quelli fermamente promettere di non più as- 
sumere impegno alcuno a favore di quelli. Dopo 
aver data il conte Narizio quella parola, ritirossi ad 
Asola, dove dopo le divisioni e suddivisioni della po- 
tentissima sua famiglia, oltre le molte di altri paesi, 
godeva aucora gran parte delle giurisdizioni feudali} 



(1) Malvet. Disi. VIL cap. 84. 



LIBRO VENTESIMO 81 

e dopo pochi giorni fu imitato dal conte Longino, che ** ^"— 
ritirossi a Bove^no (i). Dopo 

Imbaldanziti i nobili per le promesse di neutralità arino* 
avute da que' signori, i quali sopra di ogui altro gli *2o3. 
avrebbono potuti ribattere, e de' quali ragionevolmente 
paventavano: il giorno 26 gennaio i2o3, raccoltisi ar- 
mati nella piazza Mercato nuovo, ululando improperii i 
più infami, sfidarono a battaglia i popolari. Al feroce 
provocamene i popolari risposero con eguale audacia 
ed accettarono il guanto. Le schiere dei nobili erano 
minori assai delle opposte, ma agguerrite di tutto punto; 
quelle de' popolari per lo contrario erano numerosis- 
sime, ma affoltate, confuse, e quel che è peggio, man- 
cauti perfino di un direttore geuerale. Come potevano 
quelle, senza alcun capitano, nelle angustie di una 
piazza, per ispaziosa che sia, difilarsi regolarmente, 
spiegare ai fianchi dell' iuimico le corna alterne, ten- 
tare di attaccarlo per di dietro, e stringerlo ad amendue 
i lati ed alle schiere? Accettarono i popolari la batta- 
glia, perchè l'ira e non il consiglio li trasse al ci- 
mento; e quantunque molti nobili ancora cadessero fe- 
riti od estinti iu quella giornata, quelli ne ebbero tut- 
tavia vittoria, perchè fu assai maggiore il numero dei 
popolari caduti; ed altra gran parte di quelli aucora 
o fu serrata nelle carceri od espulsa dalla città (2). 
Per le conseguenze di quella vittoria non poterono 
avere i nobili ragioni sufficienti di potersi dire unici 
ed assoluti dominatori della città: li soverchiava di 
troppo il cumulo della fazione opposta. 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. 23. 

(2) Malvet. Visi. FH.cap. 84. 

Yol. IV. 



8* UnUO VENTESIMO 

j 19. Il podestà Yerzio Tempesta in cjue' frangenti 
Dopo adoperossi caldamente per raccouciliare gli animi dei 
anno* Sl101 auimiuistrati. Parlò ai popolari, e trovolli dispo- 
j-2o3. 5 ti ad accettare la sua interposizione; ma ebbe egli po- 
scia una risposta pienamente contraria dai nobili: il 
desiderio di vendicare l'espulsione sofferta rodeva a 
quelli le viscere, e la vittoria che avevano appena ri- 
portata in piazza Mercato nuovo rendevali baldauti. 
Indispettito quel podestà dalla arditezza e dalla osti- 
nazione de' nobili, dimenticando di essere la parzialità 
disdicevole ad un supremo magistrato, si diede al 
partito de' popolari; e poiché li vedeva mancanti di 
un capitauo adatto a dirigerli, e poiché conosceva che 
i soli conti INarizio, Longino erano gli adatti a 
quell' impresa, mosse primieramente ad Asola onde ec- 
citare il conte INarizio ad assumere quell' impegno, indi 
si trasse a Boveguo oude ripetere al conte Longino 
eguali eccitamenti; ma l'uno e l'altro di que' signori 
significarono la promessa di neutralità che avevano essi 
data ai nobili, ed amendue rifiutarono il proposto in- 
carico (1). 

Il vescovo e suo fratello Mario, agitati amendue da 
spiriti irrequieti, non potevano rattenersi dal parteg- 
giare, ed unitamente si spiegarono a favore dei nobili. 
Il conte Oberto da Savallo all'opposto si diede ai po- 
polari, bramosissimo di essere scelto da quelli al grado 
di comandante supremo. Andavano allora scorrendo i 
primi mesi dell'anno i2o3, ed ognuno può conoscere 
da quante agitazioni e paure fosse allora perturbata 
questa miseranda città. Oggi i nobili occupavano una 



(1) Bìemmi, Mss> ciL f.i\* 



LIBRO VENTESIMO 83 

porta, un bastione, un rivellino, una torre; domani ?— ""— ^ 
i popolari facevano lo stesso di altri fortilizii. 1 più D°P° 
saggi e prudenti si adoperavano di tutta possa, onde anno 
calmare il diverso irritamento degli animi, riunire i l20 ^* 
partiti ed evitare un paventato spargimento di altro 
patrio sangue: ma troppo era caldo il fomite, l' esca 
era già accesa, e la mina da un istante all'altro era 
per iscoppiare (i). 

Il dì 24 febbraio giunsero in Brescia circa cento 
uomini di Valle Sabbia molto bene agguerriti, ed era 
facilissimo il comprendere che quelli erano una com- 
pagnia delle milizie del conte Oberto. Que 5 valligiani 
non disser altro che d' aver ordine di custodire il pub- 
blico palazzo, e di porsi a guardia del podestà, la si- 
curezza del quale era per tante combustioni minacciata. 
Il dì seguente, vero falso che il fosse, si sparse voce 
che altri due mila Sabini erano per discendere armati 
in Brescia per unirsi ai popolari e sbrigarsi ad un tratto 
della fazione opposta. I nobili non istettero allora ad 
aspettarsi addosso la piena di quel torrente: si ordi- 
narono rapidamente a battaglia, e senza perdere un. 
istante assalsero il pubblico palazzo, e dopo averne o 
morte disperse le guardie, se ne insignorirono. Fe- 
cero in quello prigioui il podestà Verzio Tempesta, il 
conte Oberto e quauti altri erano con essi loro parti- 
giani del popolo (2); indi spintisi di furia contro quanti 
popolareschi irrompevano a ciurme per le contrade, 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. 24. 

(2) Cronica di s. Giovanni. Anno MCCIII. Rupta est Inter 
milites et societatem Bruzele de mense Febbr. Et Verzius Tem- 
pesta dejectus de pot. et magna pars societalis capti sunt et 
in carcere positi, et multi in barino perpetuali* 



84 LIBRO VERTESMO 

"— MM> onde accorrere in difesa del palazzo pubblico, del po- 
Dopo d es tà e di quanti del loro partito sapevano essere Beco; 
ftnno e poiché il buon ordine e la regolare disciplina sover- 
120D. ^3 sempre facilmente le ciurme scomposte, quantun- 
que più numerose; le ordinate milizie dei uobili sba- 
ragliarono in brevi istanti le frotte tumultuanti dei po- 
polari, ne stesero a terra morti o feriti moltissimi, di 
moli' altri ne affollarono le carceri, ne espulsero il resto 
dalle porte, e lo dannarono ad un perpetuo bando. 

§ 20. Il conte Longino, che menava in que' giorni 
una vita ritirata in Boveguo, udita la prigionia del 
podestà Tempesta, del suo coguato il conte Oberto e 
di altri suoi cari, sentinne altissima dispiacenza', e sic- 
come era egli un siguore di animo gagliardo e di ga- 
gliarde posse, spedì tantosto alcuni messaggeri ai no- 
bili bresciani, perchè loro protestassero in suo nome, 
the se essi non liberavano sul fatto il podestà, il conte 
Oberto e quanti avevano per solo titolo di partito ser- 
rato in carcere, egli fra pochi giorni sarebbe disceso 
con tutte le forze delle Valli Trompia e Sabbia, ed a 
marcio loro dispetto gli avrebbe a ciò costretti. Ristet- 
tero i nobili allo scroscio di un tuono così romoroso, 
e poiché sapevano che il conte Longino era capacis- 
simo di osservar la parola, dopo breve consiglio, sciol- 
sero il podestà Tempesta, e dopo averlo con villauissimi 
rimproveri vituperato, lo espulsero dalla città; liberarono 
poscia il conte Oberto e quanti valligiani avevano car- 
cerati, ma per iscaltra prudenza non li motteggiarono 
con impertineuza alcuna (1). 

Per quell'avvenimento la società Balzella rimase pie- 
namente disciolta; ed i nobili che per lo innanzi ave- 

(i) Biemmi, Mss. ciU f. "ì5. 



LIBRO VENTESIMO 85 

vano sofferta 1' espulsione divennero gì! assoluti domi-S 



natori dell i città. Ma poiché, siccome ancor si è detto, Dopo 
le fauste sorti e gli agi corrompono facilmente gli uo- arino* 
mini e gli adducono sovente a contrasti scambievoli e ad ,2 °5« 
ire: i nobili bresciani felicitati da quelle sorti avven- 
turate, cominciarono a prendere gelosia .1* uno del- 
l' altro, ad invidiarsi scambievolmente, ad odiarsi, ad 
abbonarsi, alle quali passioni succedettero altre dissen- 
sioni civili. 

§ %i. Que' nuovi coutrasti non erano fra' nobili e 
popolari come gli antecedenti, ma fra nobili e nobili; 
e de' popolari, alcuni parteggiavano per una fazione, al- 
tri per l'altra (i). Sugli albori di que' dissidi! primeg- 
giava dall' una parte Patila Poncarali e dall'altra Ot- 
tone Calcherà. Il Poncarali ardito ed intraprendente 
per natura, e di spiriti veramente feroci andò un giorno 
a scoutrare il Calcherà lungo una contrada di Brescia, 
per la quale sapeva che alla tal ora aveva quello a 
transitarvi; scontratolo lo assaltò, trapassogli di propria 
mano il cuore a pugnalate; ne contento di aver mas- 
sacrato di propria mano quell' illustre personaggio, che 
e per la distinzione della famiglia e più assai per le 
virtù sue proprie era presso chiunque riputatissimo, 
mozzogli il capo dal busto, e dato quello a' suoi sgherri, 
lo fece conficcare sopra un altissimo leguo, ed esporre 
sul fastigio della torre militare della sua casa (2). 

(1) Biemmi, Mss. cit. f. a6. 

(2) Malvet. Disi. VII. cap. 85. Interempto Ottone de Calca» 
ria, viro per omnia idoneo, ac milite praecipuo, crudeli ssimus 
concivis, et sanguine clarus Patina de Ponlecarali, qui eitrn 
occiderat, neque contentus sanguine fuso, inhiimanis siine fa» 
citns caput illius aòsijulit, et super lurrem magnani de Ponte» 
caralis in ipsa cintale, alta trave suspendit. 



86 LIBRO VENTESIMO 

T mm — ' Quel crudelissimo tratto diede raccapriccio a tutti i 
D°P° cittadini. I Pazionariì del massacrato Calcherà sosnira- 
anno vano di vendicarne il feroce eccidio; e quelli di Patina 
1204. p on carali, indispettiti di tanta barbarie, lo abbando- 
narono. Alcuni personaggi desiderosissimi della pubblica 
tranquillità, giovandosi di quell'occasione, si frapposero 
fra que' due partiti, mentre mancava ad amendue il di- 
rettore, all'uno perchè ucciso, all'altro perchè abbando- 
nato: ebbero quelli la sorte di combinarne felicemente 
i contrasti, e nell'ottobre 1204 ottennero da amendue le 
fazioni giuramento di scambievole riunione e pace, e 
sottoscrizione all'atto legale della medesima (1), il quale 
venne disteso dinanzi a Pagano Runcini da Lucca, che 
era succeduto a Verzio Tempesta nella dignità pode- 
starile di questa città (2). 

§ 22. Dopo quel trattato restavano ancora serrati in 
carcere tutti que' popolari, che nel sanguinoso tumulto 
civile dell'anno antecedente erano stati dai nobili cat- 
tivati, e la protratta detenzione di quegli infelici ad- 
dusse Brescia a nuovi terribili dissidii. Giacopo Coufa- 
lonieri assunse il capitanato di quanti sospiravano la 
libertà di quei detenuti, Mario Palazzi gli si unì, ed 
a que' due si aggiunse ancora il vescovo, il quale an- 
dava ogni giorno declamando pubblicamente: che egli 
sentivasi scoppiare il cuore alla ricordanza della così a 
lungo protratta cattività di quei miserabili, ed al ri- 
petuto piangistèo delle spose loro, dei figli, delle fami- 



(1) Malvet. Dist. VlL cap. 86. 

(2) Cronac. di S. Gio. all' ann. MCCf. Paganus Runcinus 
de Luca pot. a festo S. Pelri,ad aliamfcsL, cioè dai 2.9 gin- 
gilo 1204, allo stesso giorno i2o5. 



LIBRO VENTESIMO 87 

glie, che iucessantemente lo supplicavano d' interporsi, ^"™ >M ^ 
onde procurare la liberazione de' loro congiunti (1). 5°P? 

Il conte Alberto da Gasala! to* discendente da cospicua 9mto 
prosapia, perchè procedente egli ancora da 011 ramo I ^ oi >* 
della potentissima ed antica famiglia da Lomelo; ed 
alto forse più ancora per la baldanza degli spiriti e 
delle ambizioni, aveva per lo addietro parteggiato nella 
fazioue dei nobili, della quale non avendo avuto la sorte. 
di ottenerne il capitanato, ritirossi, tornò a'suoi feudi,, 
dove si trattenne ad indignata neutralità (2). Scorto 
quegli il punto di potere facilmente primeggiare ad 
un partito, usci francamente da' suoi recessi, ed entrato 
in Brescia, si fece capo di quelli che opinavano, essere 
cosa imprudente il concedere libertà ai popolari fatti 
prigioni nell' ultimo scontro civile, adduceudone a mo- 
tivo, di essere quelli tutti uomini facinorosi e fanatici, 
e che restituiti a libertà non avrebbero fatt' altro che 
fomentare discordie ed attentare vendette. 

§ a3. Il dì 29 giuguo di quell'anno il sig. Alberto 
Musso da Bologna aveva assunta la dignità podestarile 
in questa città, ed era quello un uomo infingardo ed 
ambizioso d'assai. Per la infingardaggine non sapevasi 
scuotere un atomo onde tentar di sopire quelle rina- 
scenti civili discordie; e pu* l'ambizione andava stu- 
diando quale dei due partiti potesse più facilmente 
soverchiare l'opposto, per appigliarsi a quello, lusin- 
gandosi di tale maniera di essere eletto podestà di Bre- 
scia ancora per I' anno seguente. 

Iutanto la fazione del conte Alberto- di Casalalto era 
ascesa a tant'auge, che pareva inevitabile la perdita 

(4) Biemmi, Mss. cit. f. 26. 

(2) Malvet. Disi. VII. cap. 86. — Biemmi, Mss. ciuf. 26*27. 



88 LIBRO VENTESIMO 

""" "^ dell'avversarla. Il podestà Musso credette allora di es- 
J?°P° sere quello il puuto di sciogliersi dalla osservata neu- 
anuo tralità, e di unirsi al partito del Casalalto; e quantunque 
I20J * foss' egli proprio uo vero inerte, sospinto da una pas- 
sione straordinaria oou sapeva cessare egli mai d'in- 
citare quel conte ad assaltare la parte opposta, e ad 
espellerla dalla città (ì). Non resta memoria che alcuno 
de ? consoli di quell'almo, il priore de' quali era Alberto 
Brusati, signore riputatissimo, abbia preso parte alcuna 
in que' patrii sconcerti (2): e però indubitato che Gia- 
como Gonfalonieri, il vescovo e suo fratello Mario, ac- 
cortisi delle forze preponderanti de' loro avversarii, si 
diedero a scrutinare gravemente per qual mezzo potes- 
sero non solo scampare felicemente da un tanto peri- 
colo, ma uscirne forse ancora con trionfo, e dopo breve 
conferenza si persuasero che il solo conte Narizio poteva 
rimettere a buona piega le cose loro. Quindi tutti e tre 
insieme si trassero ad Asola, si presentarono a quel si- 
gnore e lo supplicarono di assumere la protezione di 
que' popolari, che fatti prigionieri nell'ultima zuffa ci- 
vile, giacevano aucora miseramente in carcere. Quel 
conte rifiutossi a lungo, ma furono così fervorose e così 
potenti le istanze che a lui si fecero, e così vive le 
descrizioni di que' miserabili, che, tenero com'egli era 
e sensibilissimo d'auimo, incapace di più resistere, ac- 
cettò finalmente l'esibito incarico, e prese insieme con 
que' signori le vie per Brescia, col patto però di vo- 
lersi ritirare nuovamente a' suoi feudi appena avesse 
potuto ottenere la liberazione di quegli infelici (3). 

(1) Biemmi, Mss. cit. f. 27'. 

(2) Malvezzi, Dist. VII. cap. 86. 
(?) Bierami, Mss. #if. /. 28. 



LIBRO VENTESIMO 89 

§ a4- Giunto il conte INarizio in questa città, ed an- ■ 
nunziato appena il motivo pel quale era egli veuuto, Dopo 
le cose presero tantosto un diverso aspetto. Moltis- anno 
simi tanto popolari che nobili si staccarono pronta- 120Òt 
mente dal partito del conte Alberto da Casalalto, e si 
unirono a quello opposto. I conti Longino ed Oberto, 
che kriigi dalle civili contese vivevano allora ritirati 
1' uno a Bovegno e l'altro a Savallo, udito appena es- 
sere tornato a Brescia il coute Narizio, tratti dall'alta 
riputazione che ne avevano, raccolsero frettolosamente 
quante genti agguerrite poterono, dietro pochi giorni 
scesero con quelle in Brescia, ed a lui si unirono; co- 
sicché quella parte che per essere stata in sulle prime 
capitanata dal conte Giacomo Gonfalonieri, la Confalo- 
niera dicevasi, trovossi in istato di poter abbattere la 
Casalalta qualunque volta avesse creduto di farlo (1). 
Il vescovo, suo fratello Mario, i couti Confalouieri ed 
Oberto da Savallo, iu dispetti ti perchè il podestà Masso 
invece di adoperarsi in sui principii onde tentar di 
sopire le risorgenti fazioni, fosse stato osservando quale 
delle due fosse stata per ascendere a maggiore poteuza, 
ed alla Casalalta allora si fosse appigliato; indispettiti 
di ciò que' signori, erano determinati di farlo arrestare, 
processare formalmente da un apposito tribunale, e qual 
traditore del pubblico ministero condannare alla morte. 
I couti Narizio e Longino si opposero vivamente all'ese- 
cuzione di un tratto così violento; ed aggiunsero che 
essi avevano preso parte in quell' impegno, non per 
offendere deprimere alcuno, ma solo per restituire a 
tranquillità i cittadini, e per tentare la liberazione dei 

(i) Biemmi, Mss. ciU f 28. 



90 LIBRO VENTESIMO 

miseri catturati. Pareva che il vescovo e molti fra i 

D°P° suoi compagni si fossero per quella risposta rattempe- 
auno rati; ma il conte Oberto di Savallo sulle prime ore del 
120O, gj orno rj ottobre 1206, seguitato da' suoi Sabini e da 
molt' altri partitane, assalse all'improvviso il podestà 
Musso nel pubblico palazzo, lo diede a' ceppi, e carico 
di cateue lo fece strascinare innanzi al conte Narizio: 
poiché considerava quel signore il direttor generale della 
parte, e domandò, o che quel conte pronunziasse sen- 
tenza contro quel dignitario colpevole, delegasse un 
tribunale a processarlo e sentenziarlo di maniera giu- 
ridica. 

Il conte Narizio disapprovò altamente quella violenza, 
la quale disapprovazione fu lodatissima ancora dal conte 
Longino; e fatto sciogliere da' ceppi il trepidante signor 
podestà Musso, per usare insieme un tratto di clemenza 
e di necessaria politica, gli accordarono le ore neces- 
sarie per procurare il carico ed il trasporto delle sue 
masserizie, fattolo poscia per sua sicurezza circondare 
da una forte schiera di armati a cavallo, lo fecero da 
quelli scortare sino fuori dei confini della provincia (1). 
Convinto allora il conte da Casalalto di non essere 
co' suoi partigiani più iu grado di azzardare un at- 
tacco contro la parte Confaloniera, e di essere esposto 
ancora ad alto pericolo di essere aggresso e mandato 
fors'anco alle carceri, od a qualche altro di pesrgio, 
radunati poco dopo i suoi aderenti, i primeggiane fra 
i quali erano Goffredo Coufalonieri ( cougiunto forse di 



(1) Bierarai, Mss. cit.f. 28. — Cronac. di S. Gio. all'ann. 1206: 
Albertus Mussus de Bonomo, poi- et eodem an, de mense 
Octubris dcjcctus fuit de pot. et reversi et restituii sunt in ci* 
vitale UH qui dejecli et capti erant, eie. 



LIBRO \ENTESIMO gì ^^ 

Giacomo dello stesso cognome, che primeggiava nella ' — 
fazione contraria) Giacomo Poncarali, alcuni signori Dopo 
Martiuengo e Griffi, tutti seguitati dalle proprie geuti anno 
d* arme, uscì di Brescia insieme con quelli, ed andò a I<20 7* 
barricarsi in Leno (i). 

§ a5. Appeua il Casalalto con quanti lo parteggia- 
vano era uscito di Brescia, il conte Narizio convocò il 
consiglio generale, al quale propose la liberazione dei 
popolari detenuti: quella proposta fu approvata a pieni 
voti, dietro il patto però, che innanzi che quelli aves- 
sero ad essere sciolti, dovessero giurare sopra gli evan- 
geli, di non mai assumere parte alcuna in qualunque 
patrio contrasto fosse per succedere in avvenire; e dopo 
quel giuramento furono tutti restituiti a libertà (2). 

Contento allora il conte Narizio di avere ottenuto 
quell' inteuto che trattolo aveva a riprendere impegni 
nelle pubbliche cose, accomiatavasi dagli amici onde 
tornare alle tranquillità de' suoi feudi; la più parte dei 
cittadiui allora affoltavasi dintorno a lui, e singolar- 
mente i più distinti, e supplicavamo di rattenersi; ma 
egli tenne fermo il proposito, sicché alla fine ringra- 
ziato delle sue provvidenze, ed auspicato delle bene- 
dizioni del cielo, tornò ad Asola (3). 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. 29. — Cronac. dì S. Gio. all' ann. 
MCCVII. — Malvezzi ancora lo conferma, Dist. VII. cap. 86; 
colla differenza però ch'egli racconta d'essere stati il Casalalto 
ed i suoi partigiani scacciati dalla città per battaglia, e gli 
altri lo dicono scampato solamente per la paura di essere at- 
taccato. 

(2) Cronac. S. Gio. et reversi sunt in civitate UH qui dejecti 
et capti erant per Narisium et Longinum, et Iacobum Confa* 
no ne ri um, et prò eorum parte. 

(3) Biemmi, Mss. cit. J'. 29. 



9 2 UBRO VEWTESIMO 

• Per essersi quel siguore allontanato da Brescia, il 

Dopo conte Giacomo Gonfalonieri fu nuovamente riconosciuto 
.-nino capitauo supremo della (azione de' Bresciani, che da lui 
I2o 7- era detta Confalouiera. Il vescovo, suo fratello Mario, 
il conte Oberto da Savallo e molti altri fortemente lo 
incitavano ad irrompere contro gli accampati in Leno-, 
ed egli invece, dietro i consigli lasciatigli dal conte 
Narizio, inclinava ad evitare nuovi conflitti, ed a ten- 
tare un onorevole accomodamento col conte di Casa- 
lalto e con quanti Io seguitavano. Quando i fratelli 
Bonifacio e Giovauui Boccacci, signori che godevano 
molta riputazione, e che né l'uno uè l'altro avevano 
negli ultimi contrasti parteggiato per chicchessia, e si 
erano anzi affaticati di molto, quantunque inutilmente, 
onde comporre le pubbliche dissensioni, irritati per un 
tratto d'arroganza usato loro dal conte Alberto di Ca- 
salalto, rotta la neutralità fino allora irremovibilmente 
conservata, si aggiunsero amendue alla parte Confalo- 
Diera; e per Y alta riputazione che godevano, non fu 
loro difficile lo spingere il conte Giacomo Confalonieri 
a prendere le armi contro i rifugiati in Leno (i). 

§ 26. Il regio monastero di Leno era a que' tempi 
governato da un padre abate che aveva nome Onesto, 
il quale per le troppe ambizioni e per Io smoderato 
brigantismo dicevasi pubblicamente l'abate Disonesto 
di Leno (2). Quell'abazia, siccome già si è detto, per 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. 3o. 

(1) L'ab. Onesto di Leno era allora così pubblicamente dif- 
famato, che l'autore della Cronac. di S. Gio. che viveva, quasi 
può dirsi, a que' tempi, perchè mancò di vita solo 56 anni 
di poi, non ha avuto ribrezzo di nominarlo francamente: Abbas 
Vesonestus de Leno, ad ann. 1209. 



LIBRO VENTESIMO 9 3 

le molte giurisdizioni feudali, e per le ampie possi- "!i™!!!ì£ 
denze era doviziosissima e tauto potente, che aveva J?°P° 
perfino il proprio esercito ed il proprio carroccio. Il anno' 
coute da Casalalto, che con quanti erano del suo par- i:i0 7* 
tito, e con le sue soldatesche erasi rifugiato in quel 
paese, seppe giovarsi della passione predominante di 
quell'abate, onde trarlo a parteggiare per lui. Quindi 
lo assicurò che se egli poteva giungere a scacciare dalla 
città la parte Confaloniera, avrebbe espulso subitamente 
dalla cattedra episcopale di Brescia il vescovo Palazzi, 
e vi avrebbe fatto sostituire l'abate Onesto. Vinto quel 
monaco da tanta lusinga, si aggiunse egli ancora alla 
parte Casalalta, e studiossi di sostenerla con tutte le 
forze del suo monastero (i). 

Radunatosi in que' frattempi in Brescia il consiglio 
generale, vennero in quello eletti consoli i due fratelli 
Bonifacio e Giovanni Boccacci, e priore de' medesimi 
il conte Giacomo Confalonieri. Il vescovo Gio. Palazzi, 
cui erano state significate le alte promesse fatte dal 
Casalalto all'abate Onesto, e moltissimo paventavaue 
l'adempimento, propose di aversi a rompere tantosto 
con quante forze potevasi contro i fazionarii acquar- 
tierati in Leno, ed all' abate di quel monastero loro 
collegato. Il conte Oberto da Savallo, udita appena 
quella proposta, secondando gli impeti del suo genio, 
e la troppa confidenza di se stesso, sclamò bastare egli 

| solo co' suoi Sabini a tutte disperdere quelle canaglie; 

| e supplicò di essere egli destinato col solo suo seguito 
ad eseguire quell' impresa. 

I consoli, il vescovo e quanti erano di avveduti in 
quel consiglio, sapevano che le forze del Casalalto e 



0) Biemmi, Mss. ciuf, 3o e 3i. 



9 4 UMO fWTESWQ 

quelle dell'abate raccolte in Leno non erano da pi- 
Dopo gliarsi a gabbo, non tali da essere attaccate semplice- 
fcuno* toente da alcune schiere parziali, ina bastanti ad ioM 
1207. peguare tutte insieme quelle della città: quindi dopo 
aver negato al conte Oberto il permesso di azzardarsi 
a quell'impresa solamente co' suoi, decisero di spin- 
gersi contro agli acquartierati in Leno con tutte le forze 
possibili, fissarono il giorno di quella mossa, ed incau- 
tamente non lo tennero celato. Il conte Casalalto e messer 
lo monaco ne ebbero avviso; per questo si prepararono 
a ribatterli, e lo* fecero con molto buon esito. Respinta 
la parte Coufalouiera dalla Casalalto barricata in Leno 
fu costretta a ritornare frettolosa ed avvilita in Bre- 
scia, ed andavasi querelando di non essere quell' im- 
presa riuscita, perchè i nemici ne avevano saputo tra- 
pelare il secreto. 

§ 27. Tripudiavasi intanto in Leno per la gioia di 
avere ripulsata e percossa la parte avversaria: e l'abate 
Onesto ed il conte da Casalalto e Goffredo Confalouieri 
stretto parente del capitano ostile e Giacomo Poncarali 
e quanti primeggiavano in quel partito; e singolarmente 
il fanatico monaco Epifanio, che in quell'occasione get* 
tato il salterio e deposta la cocolla, aveva cinto l'usbergo 
e brandita la spada, tutti insieme rubicoudi e bai- 
danti cantavano trionfo, ed altre palme ancora più 
luminose si promettevano, ed i respinti in Brescia tutto 
attribuendo il mal esito del primo attentato all' averlo 
lasciato traspirare, ne fissarono uà altro e lo tennero 
secretissimo, onde giungere addosso alle osti all'im- 
provviso. 

Quindi lasciati passare alcuni giorni dopo gli ultimi 
crepuscoli della sera uscirono dalla città con quante 
forze avevano potuto raccogliere, ed onde non mettere 



(i) Il vaso Serioletta che aggira di presente il molin nuoto 
e fiancheggia quella slrada, non è stato scavalo che lunghi se- 
coli dopo. 

(a) I due esposti fatti d'arnie seguiti presso Leno fra quelle 
due fazioni bresciane non sono dai patrii cronisti raccontati 
di una mauiera uniforme. Biemmi, Mss. cit. foglio 5i ap- 
poggiato ad un'antica pergamena, ne rapporta le maniere 
ed i successi, ma dice che il conte Oberto da Savallo, segui- 
tato dalle schiere de' suoi Sabini e da molte triumpline, abbia 
da se solo tentato T un dopo l'altro quegli assalti. Malvezzi, 
Disi. VII. cap. 86, nulla dice del conte Oberto, e parlando 
in generale scrive: direxit civitas exercitum contro, eos, cioè 
contro gli accampati in Leno. — E l'autore della cronaca di 
S. Gio. che merita pia fede per la maggior vicinanza de' tempi 
in cui scrisse, così si è espresso: Ann. MCCVlh Illa pars 
Com. Alberti, atque Fi/redi Confanonerii intraverunt in Leno, 
et pars Jacobi qui Consul cum filiis Boccacci de mane fuerunt 
circa Lenu.ni prò duabus vicibus, cum omnibus illis qui re- 
manserunt in civilate, nec valuerunt capere» Onde raccontare 



LIBRO VENTESIMO 9 5 

a sospetto alcnu esploratore , si addi rizzarono verso 555555S 
Moutechiaro. Giunti a Casteuedolo, piegarono a raerig- Do P° 
gio, e trapassato Ghedi si promettevano certissima la anno 
sorpresa di Leno. I capitani della parte Casalalta non ,20 7- 

I mancavano di confidenti avveduti e fedeli che li sep- 
pero avvisare a tempo di quella mossa delle osti; onde 

j essi prepararousi tantosto ad uu agguato non lunge da 
Leno e lungo la via che mette a Ghedi, la quale al- 
lora non era fiancheggiata per anco da alcun vaso di 
acqua (i); e mentre le soldatesche Gonfaloniere, tra le 
più fìtte oscurità della notte, per ivi trapassavano, usciti 
ad un tratto dagli agguati, le assaltarono ad amendue i 
fianchi, le ruppero, le percossero, le fugarono e disperse 
le costrinsero a rifugiarsi nuovamente in Brescia, deluse 
per la seconda volta e soverchiate (2). 



9 6 LIBRQ; VENTESIMO 

—— § 28. Brillava allora di ripetuta allegrezza la (azione 
Dopo Casalalto, la quale per essere fuori della città, dicevasi 

ce 

anno" ancora degli Estrinseci, per aver ripetutamente ripercosso 
1207. gloriosamente gli attentati della parte opposta; quella 
gioia però non la acceccava sì fattamente che avesse 
a lasciarsi vincere da una troppa baldanza, e spingersi 
a tratti presuntuosi. Conoscevano pur troppo gli Estrin- 
seci essere la parte Confaloniera superiore di forza; per 
questo onde crescere eglino ancora di potenza, si rac- 
comaudarouo a que' di Cremona. I Cremouesi, che dopo 
la famosa giornata di Rudiano, e la perdita ivi fatta di 
tante schiere e dello stesso carroccio, che a perpetua loro 
vergogna penzolava ancora in Brescia, appeso in seguo di 
trionfo sotto alla volta maggiore della basilica di san 
Pietro in duomo, andavano sospirando un'occasione di 
spingersi coutro di Brescia. Uditi quelli i messaggeri 
dell' abate Onesto di Leno e del conte di Casalalto, pri- 
ma di rendere loro risposta, destinarono un giorno per 
raduuarsi in consiglio geuerale, perchè, dietro ad uua 
regolare deliberazione potessero assumere alleanza col 
coute Oberto, con messer lo abate, e con quanti erano del 
loro partito. 

I conti Narizio e Longino che amendue allora vive- 
vano ritirati nelle terre di loro giurisdizione, percossi 
all'animo al vedere la provincia non solo combattuta 
da una guerra civile, ma ancor minacciata da nuove 
irruzioni di Cremonesi, sospinti da una vera patria 
carità si abboccarono, e dietro scambievole concerto, 
mossero insieme frettolosamente a Cremona, dove giun- 



quelle due zuffe, io non ho potuto che raccapezzare possibil- 
mente quanto dai varii cronisti è stato diversamente e confu- 
samente tramandato. 



LIBRO VENTESIMO 97 

sero innanzi che que' cittadini si fossero raccolti in 
consiglio, e per conseguenza innanzi che avessero pò- p°£° 
tuto dare alcuna risposta assoluta ai delegati dei pri- anno 
meggiauti nella fazione Casalalta, ovvero degli Estrinseci. 120 7* 

Que' di Cremona, ai quali era notissima l'alta e meri- 
tevolmente acquistata riputazione dei conti Narizio e Lon* 
giuo, studiarousi accoglierli di ogui più gentile maniera. 
Que' due signori si presentarono ai magistrati ed ai 
personaggi più distinti di quella città, li supplicarono 
a non assumere parte alcuua a favore dell' una o dell'al- 
tra delle fazioni bresciane, e per lo bene della umanità 
di non lasciare invece mezzo alcuno intentato onde tor- 
narle a pace. E que'siguori seppero in quelF occasione 
adoperarsi con tanta destrezza e così accortamente, 
che i Cremonesi che già erano per fermare alleanza con 
messer lo monaco e col conte Alberto, e con quanti tene- 
vano le parti loro, caugiato pensiero, si raccolsero in con- 
siglio generale, nel quale dopo avere deliberato di non 
parteggiare per chicchessia, e d' intromettersi invece 
onde ricomporre la discordia delle città vicine, delega- 
rono sei fra i loro più cospicui cittadini, perchè in com- 
pagnia dei conti Narizio, e Longino avessero a trarsi 
di subito a Brescia, e non lasciare ogni industria in- 
tentata, affine di ridurre ad una possibile riconciliazione 
quelle fazioni (1). 

§ 29. Assunta que' signori la commessa delegazione, 
partirono sollecitamente desiderosi di metterla a fausto 
compimento; e lungo il viaggio, stoltisi a Manerbio per 
breve tratto dalla strada maestra, entrarono in Leno, 
dove convocati presso il padre Onesto ed Alberto da 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. 32. 

Vol. 1Y. 



9 8 LIBRO VENTESIMO 

"** - Casalalto, Goffredo Gonfalonieri e Giacomo Poncarali ed 
Dopo jl Martinengo ed il Griffi, e quanti altri primeggiavano 
anno m quella fazione, loro esposero di essersi que' di Cre- 
ri07. mona determinati di non uscire in campo onde soste- 
nere o l' una o l'altra delle parti contendenti bresciane, 
ma di volersi invece adoperare possibilmente per nuova- 
mente unirle in iscambievole amicizia; spiegarono poscia 
il documento, dal quale era dichiarato, essere eglino 
inviati da Cremona per tale oggetto; indi avranno senza 
dubbio aggiunte quelle considerazioni e que'consigli, 
che un retto criterio avrà mandato loro sulle labbra 
in tale circostanza. 

L' abate Ouesto, il conte Casalalto e quanti erano con 
essi loro, uditi da que' signori i pensamenti de' Cre- 
monesi, posero la mente a partito. La vigorosa e ripe- 
tuta percossa che avventuratamente avevauo data alle 
osti negli ultimi attacchi gli aveva tratti a gioia, non però 
ad una così cieca baldanza che non avessero a compren- 
dere di non aver essi forze bastanti a ribattere per 
lungo tratto quelle maggiori degli avversarii; considera- 
rono che essendo andati delusi della tentata alleanza 
con que' di Cremona, era ad essi mancato il sussidio 
dello sperato Achille; e decisero essere prudeuza Y ac- 
cettare proposizioni onorate, mentre la ventura propizia 
degli ultimi due fatti gli avvantaggiava. Perlocchè a 
que' signori deputati ed ai conti Karizio e Longino 
che erano presenti risposero: che essi accettavano di 
buon animo le addotte proposizioni e la esibita inter- 
posizione, intendendo di essere certi, che per la sag- 
gezza loro e per l'onestà del loro carattere non ave- 
vano a sospettare di essere addotti a sottoscrivere con- 
dizioni, per le quali potessero essere defraudati o negls 
interessi o nell' onore. 



LIBRO VENTESIMQ 99/ 

Que' signori allegrissimi di una tale risposta si ac- 



commiatarono dagli estrinseci accampati in Leno, e J*°Pf 
mossero a Brescia, dove, trattine solo i due fratelli anno' 
Boccacci, cui trovarouo inclinanti a pace; ed il capi- ,20 7* 
tauo supremo della fazione degli Intrinseci Giacomo 
Confalouieri, ed il vescovo e suo fratello Mario ed il 
conte Oberto da Savallo e quanti primeggiavano in 
quel partito, ributtarono ostinatamente ogni proposizione 
di racconsigliamento, e fermamente dichiararono di vo- 
lere determinate le contese colla punta della spada. Ad 
una risposta così ardita e con tanta fermezza ripetuta è 
giurata da tauti collegati, ristettero i deputati di Cremona, 
ed erano per considerare ogui opera loro mandata al 
vento. Quando i conti Narizio e Longino ed amendue i 
fratelli Boccacci irritati da una tanta bramosìa di sangue, 
francamente declamarono: che essi invece volevano pace, 
che avrebbono raccolte tutte le forze possibili da'paesi 
di loro giurisdizione, che le avrebbero congiunte a 
quelle degli accampati in Leno, ed avrebbero costretta la 
fazione degli Intrinseci a segnare quel trattato di pace, 
che sarebbe stato confacente alle circostanze (1). 

Una tanta minaccia data di maniera così franca da 
persone che e per la gagliardìa del potere e per la 
fermezza dell'auimo e per l'altissima considerazione onde 
erano universalmente riputate, la avrebbero maudata 
ancora sicuramente ad effetto, scompose fortemente al- 
cuni che primeggiavano fra gli Intrinseci, e li persuase 
di schivare ogni futuro pericolo, di cogliere l'occasione 
che i deputati di Cremona presentavano, e di accettare 
dietro oneste condizioni un trattato di pace. V abbat- 
timento di que' primi si trasse dietro la necessaria con- 

(1) Biemmi, M$s. cit. f* 32. 



ioo LIBRO VENTESIMO 

discendenza degli altri; sicché fra pochi giorni talli 
Dopo promisero, che avrebbero accettata la pace dietro quei 
anno patti, che i conti INarizio e Longino ed i siguori inviati 
l '*°l* di Cremona avrebbono proposti-. 

Que' destiuati intrommissari allora di consenso del ca- 
pitano supremo degli Intrinseci, il conte Giacomo Cou- 
falouieri, del vescovo e di quant' altri primeggiavano 
in quel partito, dopo avere da quelli avuta una 
carta formale di salvocondotto, chiamarono in Bre- 
scia il conte da Casalalto, l'abate Onesto e quanti altri 
distinguevausi fra gli Estrinseci, affinchè avessero eglino 
aneora a produrre dinanzi a loro le proprie domande 
e le ragioni delle medesime. Dietro tale invito i prin- 
cipali fra gli Estrinseci si trassero in città, e vi fu- 
rono accolti cou gentilezza: si proposero scambievol- 
mente e si discussero le condizioni delia pace, si con- 
vennero alla fine, se ne distese l'atto formale, al quale 
dopo essersi firmate ameudue le parti, si sottoscrissero 
ancora in segno di testimonianza quelli che ne erano 
stati i mediatori. E così dopo essersi i Bresciani vicen- 
devolmente raccouciliati, entrarono tutti insieme nella 
basilica di s. Pietro in Duomo a benedire all'Altissimo, 
ed a rendergli grazie dell' ottenuto favore. 

Convocato poscia il generale consiglio, i Bresciani 
desiderosi di porgere a que' di Cremona un attestato 
d'ella propria gratitudine e della confidenza che avevano 
in essi loro, dietro comuni suffragi elessero podestà di 
Brescia il marchese Guido Lupi, il quale era uno dei 
delegati dai Cremonesi a ricomporre le fazioni bre- 
sciane, e quello forse che erasi sopra tutt'altri distinto 
onde procurare la patria racconciliazione (i). 

(i) Cronac. di s. Gio. An, MCCVlL Tandem mediante Crc 



LIBRO VENTESIMO ior 

§ 3o. Mentre era Brescia perturbata dalle raccontate 



civili contese, nel monastero di vergiui che era allora Do P° 
sopra al monte suburbano di Brescia, detto di s. Fio- anno 
rano, passò ad altra vita Richelda Sala direttrice di ,20 7* 
quel Cenobio, la quale per le molte sue virtù era con- 
siderata santa; e dall' epitaffio, al quale è stata racco- 
mandata la sua memoria, è chiaro che la sua famiglia 

o 

era fino da que' tempi in questa città distintissima (i). 



moncns. ( gli Estrinseci ) in civitatc reversi sunt; et dederuttt 
eis Vidonem Lupum Marche slum Polestatem. Le quali cose sono 
raccontate ancora più diffusamente e con maggiore chiarezza 
da Biemmi, Mss. cit. f. 32. 

(i) Malvezzi, Dist. VII. cap. 80, dove rapporta ancora per 
intero l'epitaffio di S. Richelda. 






LIBRO VENTESIMOPIUMO 



§ i. XVipetendo i patri! avvenimenti, uon posso a ^""""^ 
meno di non sentire naturalmente ribrezzo, richiamando q°^q 
alla memoria le coutese, le fazioni, le guerre civili, onde anno 
venne questa miserabile provincia agitata in que' tempi, la0 7» 
nei quali vantava una quasi assoluta indipeudeuza; e 
più assai mi attrista il considerare che se alcuno amasse 
per avventura di trascorrere qualche ora di ozio leg- 
gendo queste istorie, pervenuto a questi tempi, abbiasi 
a sentir egli ancora abbrividire gli spiriti e comprimele 
dall'amarezza il cuore. La ricordanza delle prosperità 
godute dagli avi allegra per naturale consenso l'animo, 
de' posteri, e per lo couseuso medesimo, quella degli iu- 
fortunii loro lo attrista. Ma siccome e Brescia e la sua 
provincia furono veramente funestate allora da quelle 
tristissime vicissitudini, io, per lo assunto impegno, sono 



io4 LIBRO VENTESIMOPRIMO 

m ~ mmm costretto a superare qualunque ripugnanza ed esporle 

D°P° con ischiettezza: e se e vero che 
G.C. 

anno 

1207. n Soìatium est miseri* soc'ios habere mali (1) »• 

Che sollievo è agli infelici 
Veder altri a tormentar. 

Onde attemperare possibilmeute l'affanno che racconti 
di tal sorta ed a me cagionano, e potrebbero destare 
in chi avesse forse a leggerli, io consiglio ognuno 
a gettar meco lo sguardo sopra le ricordanze delle 
città d' Italia, e le vedrà quasi tutte percosse allora da 
somiglievoli vicende. 

Cremona era allora divisa in due fazioni e per quelle 
agitatissima (2); Verona dopo di essere stata pertur- 
bata dalle contese fra i signori di Montecchio e quelli 
di s. Bonifacio, ebbe guerre contro al vescovo di Trento, 
e fu poscia combattuta da altre più scabre vicende (3); 
Vicenza, Padova, Bassano, Trivigi e le altre città di 
quella Marca baltevansi incessantemente a vicenda e 
depredavansi (4); Milauo, Pavia, Piacenza, Mantova e 
le altre città vicine facevano lo stesso (5). Gli sdegni 
implacabili fra i marchesi d' Este che parteggiavano 
pei Guelfi, e Salinguerra famosissimo capitano de' Ghi- 
bellini ed i discendenti di Eccelo da Ouara; le aspre 



(1) Ovid. 

(9) Sicardus, Episc. Cremon. in Chronic, 

(5) Verci, Storia degli Ecce lini, Lib. XI. 

(4) Verci, Storia della Marca Trivigiana. 

(5) Sicardo, in Chronic. T. VII. Rerum. Italie. — Annales 
Piacentini, ibid. T. XVL 



LIBRO VESTESiMOPRfMQ io5 

contese fra il pontefice Iunocenzo III e 1' imperatore — 
Ottone IV (i). Che più! la discordia scuoteva allora Dopo 
sopra la misera Italia il suo crine vipereo, ed orrenda- anno * 
meute bruttavala di veleno e sangue. 1207. 

La pace ultimamente celebrata tra le fazioni belli- 
gerauti bresciane non era già stata persuasa alle parti 
da uno scambievole desiderio di tranquillità e di ami- 
cizia. da sentimenti di patria tenerezza; ma le vi fu- 
rono obbligate invece dalla necessità e dalla paura. I 
deputati da Cremona avrebbero mandate al vento inu- 
tili parole, parlando di racconcigliatnento agli Estrinseci 
accampati in Leno, se i capi di quel partito, quantun- 
que confortati dagli ultimi fatti d'arme, non fossero 
stati sicuri di non avere forze bastanti a ribattere a 
lungo quelle degli avversari: e perciò il solo timore 
avevali addotti ad accouseutire alle proposte. Gli In- 
trinseci per Io contrario, sospiranti vendetta ed affidati 
alla maggioranza delle proprie forze, avevano già ne- 
gato ai deputati medesimi di pur discendere ad accordo 
alcuno; e se nou fossero stati i conti Narizio e Longino 
ed i fratelli Boccacci che allora si rizzassero, ed alta 
la fronte ed inarcate le braccia ai fianchi, non ^li aves- 
sero minacciati di unire le proprie milizie a quelle delle 
osti, e per tale maniera non gli avessero dati a paura, 
gli Intrinseci non avrebbono acconsentito sicuramente a 
condizione alcuna, né sottoscritto il trattato. Ma una 
pace celebrata dietro tali principii non proviene dalla 
persuasione ma dalla forza; ce può durare finche non 
conservasi il priucipio pel quale si celebrò. 

§ 2. Dopo che le città di Lombardia avevano pel 
trattato di Costanza ottenuta la facoltà di reggersi li- 



(1) Muratori, 4, inali T. VlL 



12U8. 



l0 5 LIBRO VENTESIMOPRIMO 

■»■■ wiiim fo efamen t e c Ji costituirsi i propri! statuti municipali, 
Uopo ]\jj| an0 e Brescia avevano sempre conservata una scam- 
anno bievole amicizia ed alleanza; e quasi pur sempre in 
que' frattempi i Milauesi avevauo avute rotture con quei 
di Ciemoua. Per la qual cosa, appena que' di Milano 
vennero a sapere che le fazioni bresciane si erano raccou- 
cigliate per la interposizione de* Cremonesi, non seppero 
ralteuersi da un dispiacente risentimento: quasicchè la 
tranquillità ricuperata degli antichi loro fedelissimi con- 
federati fosse ad essi medesimi d' ingiuria; perchè pro- 
curata dai Cremonesi. Quiudi spedirouo a Brescia il 
loro concittadino Obizzo dalla Fustella, che era l'avve- 
dulissimo di tutti i Milanesi, e per le gentili maniere 
e per la naturale facoudia distintissimo; e qui dopo 
averlo scaltramente istrutto lo addirizzarono, perchè 
avesse ad usare celatameute ogni opera adatta a stac- 
care i Bresciani dall'amicizia dei Cremonesi (i). 

Obizzo dalla Pusterla venne ad ospiziare in Brescia, 
celandone il vero motivo sotto a quello specioso di una 
trattativa di matrimonio. Accorto, franco e gentilissimo 
com'egli era, si introdusse facilmente ne' circoli più 
frequentati, nelle più illustri famiglie, nelle più floride 
conversazioni, ed in brevi giorni si accorse: che la pace 
celebrata fra i partitanti bresciani non poteva essere 
che un atto effimero, perchè le nimicizie e gli odi scam- 
bievoli ardevano ancora vivissimi, quantunque coperti 
come brage sotto la cenere. Il conte Giacomo Gonfalo- 
nieri, che era stato il capitano supremo della fazione 
degli Intrinseci, per infermità naturale era allora pas- 
sato ad altra vita. I fratelli Boccacci, spalleggiati dai 
eouti Oberto da Savallo e Longino da Bovegno sospi- 



(i) Biemmi, Hhs. cit. f. 3% 






LIBRO YENTESIMOPIUMO io 7 

ravauo di espellere nuovamente dalla città la parte 

avversa. Il capo di quella, ch'era il conte Alberto da Dopo 
Casalalto, uudriva in petto le stesse idee contro i Boc- anno 
cacci e quanti con essi parteggiavano; ed oude rendersi ,20 ^ 
più forte aveva indotto il podestà marchese Guido Lupi 
a collegarsi con esso lui. Ed il vescovo Giovanni Pa- 
lazzi intanto, siccome trepidava che 1' abate Onesto di 
Leno avesse a stringere nuove alleanze col conte da 
Casalalto, ed a tentar di scacciarlo dalla cattedra epi- 
scopale per esservi egli surrogato, eccitava, incessante- 
mente i fratelli Boccacci ad irrompere contro Leno, ed 
a deprimere l'abate di quel monastero (i). 

§ 3. Tutta Brescia era allora continuamente assor- 
data da sempre nuovi, ed il più spesso ancora, imma- 
ginati racconti, siccome suole quasi sempre succedere 
in una città, quando è fomentata dallo spirito della ri- 
volta. Alcuni dicevano che il conte Alberto da Casalalto 
aveva fermato alleanza con que'di Cremona, dalla quale 
città gli erano stati promessi sussidii bastanti a som- 
mettersi e Brescia e tutto il bresciano, ed a costituir- 
sene principe. Altri narravano invece che i Cremonesi, 
bramosissimi di reudicare la sconfitta sofferta a Ru- 
diano sospiravano ardentemente alla signoria di Brer 
scia; e che per ottenerla si erano collegati col conte 
da Casalalto, col podestà di Brescia il marchese Guido 
Lupi e con molti altri. E Io scaltro milanese Obizzo 
dalla Pusterla, e nelle conversazioni e ne' crocchi fingeva 
credere simili racconti, e con tutta la sua naturale elo^ 
quenza concitava il pubblico fermento, ed iucitava al- 
l'armi le ancora troppo ardenti fazioni. 



(?) Bierami, Mss. ài. f. 33. 



I0 8 LIBRO VENTESIMOI'RIMO 

i .. . p er vennte a Cremona tali notizie, i magistrati e tutti 

Dopo insieme gli abitanti di quella città sentirono con grave 
anno dispiacenza che in Brescia si pubblicassero dicerìe pie- 
1208. nam ente immaginate, e tanto aggravanti l'onoratezza 
loro; e per questo inviarono a Brescia il loro podestà 
Agassito Nazzari, perchè avesse a giustificarli degli at- 
tentati e delle alleanze che loro si imputavano; e perchè 
avesse ancora a studiarsi di tranquillare le fazioni bre- 
sciane, che nuovamente minacciavano scoppio (1). 

Appena giunto in Brescia il Nazzari podestà di Cre- 
mona, le pubbliche agitazioni, invece di calmarsi, mag- 
giormente si accesero. I fratelli Bonifacio e Giovanni 
Boccacci e quanti con essi parteggiavano andavano di- 
cendo: che i Cremonesi avevano indiritto a Brescia il 
Nazzari, perchè dietro le cooperazioni dei loro compa- 
triota il podestà Guido Lupi, del conte da Casalalto 
e di quanti tenevano quel partito, potesse in nome della 
sua città ottenere il dominio di Brescia. Lo scaltro mi- 
lanese Obizzo dalla Pusterla avvalorava quelle voci eoa 
irrequieti e tronchi discorsi. 1 conti Longino da Boye- 
gno ed Oberto da Savallo non si tennero le mani alla 
cintola, e trattisi rapidamente, il primo in Yalle Trom- 
pia e l'altro in quella di Sabio, radunarono in fretta 
quanti armati poterono e li condussero sollecitamente 
nelle vicinanze di Brescia. Procedeva allora il maggio 
dell'anno 1208, ed il podestà di Cremona Agassito Naz- 
zari e quello di Brescia il marchese Guido Lupi, spau- 
riti da quelle minacce, scamparono amendue e si rifug- 
girono* in Cremona (2). Non trapassarono lunghe ore, 



(1) Biemmi, Mss. ciU f> 33. 

(9.) Biemmi, Mss. cit. f. 54. — La Cronaca di S. Gio. così 
poi si espone: Anno MCCVllt de mense madìi Guido Lupus 



LIBRO VENTESIMOPRIMO 109 

che ritirandosi ugualmente da Brescia il conte da Ca-P™" — - 
salalto, Goffredo Coufalouieri, Giacomo Poucarali, alcuni Do P° 
de' conti Martiuengo, un Griffi e molti altri di alto li- anno 
gaggio, seguitati dalle proprie soldatesche, andarono I9 ° 8 * 
essi ancora a ritirarsi in Cremona. 

Spuntava appena il giorno posteriore alla fuga di 
que' fuorusciti, che il conte Longino accompagnato da 
tutte le milizie di Valle Trompia giunse in Brescia, e 
mostrò gran dispetto di non essere giunto a tempo di 
sorprendere que' profughi. Soffermossi però- e raccoltosi 
a consiglio con quanti in questa città primeggiavano 
nel suo partito, concertò seco loro che avesse a fare. 
Il vescovo Gio. Palazzi, che era uno tra i principali 
suoi fautori, che sapeva essergli dall'abate Onesto di 
Leuo invidiata ed insidiata la mitra, e che paventava 
più assai di quel monaco che non dei Cremonesi, del 
Casalalto e di quanti confederati mai si avessero, rotti 
i silenzii dei raduuati, alzò balbettante, perchè a ciò 
ne Io obbligava natura, ma potente la voce e di tutta 
energia incitò il conte Longino, a spingersi di tutto 
slancio contro il castello di Leno ed a quel regio mo* 
uastero; gli altri congregati acclamarono alle parole 
del vescovo: ed il conte Longiuo, dopo aver dato un 
breve ristoro alle sue milizie, contro Leno le addirizzò. 
Non ebbe però ivi la sorte di sorprendere labate Onesto, 
perchè avvisato quello preventivamente da fedelissimi 
confidenti del fulmine che il minacciava, cautamente 
scausollo, e ritirossi egli ancora a Cremona. Fremette 
il conte Longino a non aver potuto aggrappare quel 
monaco; senza però alcuno spargimento di sangue in-» 

rtcessil, et derelinq. poU et fugit Cremoham, et cum omnibus 
Cremonensibus. 



no LIBRO VENTES1M0P1MIO 

" MMMM " signorissi di quel castello e di quel mouastcro. e Ia- 
copo sciatavi una forte guarnigione, alla quale destinò co- 
anno mandante il capitano Filippino dal Corvioue, tornò ia 
1208. Brescia (1). 

§ 4* P er l a ^ u o a ^el marcnese Guido Lupi era al- 
lora vacante iu Brescia lo scranno podestarile. Il ve- 
scovo Palazzi cine non aveva ancora dimesse le spe- 
ranze di procurare quella dignità a suo fratello Mario, 
per la terza volta ne lo propose, e teutoune V ambito 
gagliardamente; ma la sua proposta fu ripulsata, onde 
fu costretto a ripetere col famoso Leandro d'Abido 

»♦ Ter grave tenlari 

« Obstitil inceptis tumidum . . . aequor (2) * 

Tre volle a tanta impresa 

Ardente il cuor mi ha spinto, 
E tre me n* ha respinto 
Furentemente il mar. 



Adoperò allora quel vescovo ogni possibile artificio, onde 
procurare a suo fratello Mario il grado di podestà; fa 
quella la terza volta che lo tentò, e non ebbe solo a 
vedersi vergognare dal consiglio col rifiuto della pro- 
posta, ma a sentirsi pubblicamente rimproverare per 
tale motivo dal più saggio de' suoi nipoti, il quale era 
forse aucora uno de' più saggi di tutta la provincia, il 
conte Longino (3). 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. 5^. 

(?.) Ovidio, Hevoidum, episL XVlIk 

( T >) Biemmi, Mss. cit. f. 54« 



anno 



LIBRO YEKTESIMOPRIMO ni 

L'accortissimo e facondo milanese Obizzo dalla Pu- —— 
sterla avevasi procurata già da tempo iu Brescia mol- Dopo 
tissima considerazione; e dopo la ripulsa al grado pò- ^' 
destarile data a Mario Palazzi, ne fu egli da un qual- **ol 
che cousigliero proposto, ed accettato dall'adunanza a 
pieni voti. 

§ 5. L'asilo e la protezione data dai Cremonesi al- 
l'abate Onesto da Casalalto, a Goffredo Confalonieri, a 
Giacomo Poucarali, a Barufaldo figlio di Miloue Griffi, 
a due o tre conti Martinengo, ed a quant'altri seguitati 
ad tip per uno da una buona mano di genti d'arme 
loro particolari, erano fuggiti dalla provincia, e rac- 
L-olti iu Cremona, aveva destato alta apprensione nel- 
animo dei Bresciani, e tratti gli aveva a paventare un 
mminente attacco dai Cremonesi e dai proprii fuoru- 
citi. Quindi per quanto fosse alta 1' estimazione ch'essi 
tvevano del signore dalla Posteria nuovo podestà di 
Jrescia, ben maggiore non pertanto era quella che in 
nolte occasioni avevasi presso loro guadagnata il conte 
Sanzio: e per questo, desiderosissimi di essere da lui 
liretti in circostanze tanto pericolose, dopo di avere 
applicato ed ottenuto da Obizzo dalla Pusterla di as- 
ciarsi quel signore allo scranno podestarile, e di con^ 
igliare con esso lui, e dipartirsi gli affari, spedirono 
d Asola uua deputazione, perchè in nome de' pubblici 
magistrati pregasse quel conte di trarsi a Brescia per 
ggetti di alta importanza. Quel signore portossi sol- 
sitamente in città, dove dal podestà la Pusterla, dal 
escovo e dai più illustri magistrati gli vennero significate 
| pubbliche agitazioni, ed il desiderio universale che 
vess' egli ad accettare, in compagnia dell'attuale po- 
destà, la reggenza de' pubblici affari. 11 conte Narizio 
i ringraziò gentilmente della confidenza che avevano 



uà LIBRO VENTESIMOPRMO 

— — g iu lui* ma rifìutossi d'accettar quell'incarico, prote- 
Dopo stando di avere iu suo petto già fiso di non impac- 
anno ciarsi in cose pubbliche, qualora uou fossero immediata* 
1208. me ute relative a componimeuti di pace; e senza volersi 
arrendere ad alcuna preghiera, congedatosi gentilmente, 
ritornò a' suoi feudi (i). 

Scorreva allora il maggio 1208, e que' di Brescia 
quantunque attristati per le ferme ripugnanze del conte 
JNarizio alla dignità esibitagli, non per quelle però si 
scoraggiarono; anzi nelle emergeuze dov' erano presero 
le meglio consigliate misure. Il conte da Savallo mosse 
nuovamente nelle valli Trompia e Sabia a procurare 
altri armati; Gausoue Federici da Esine andò ad as- 
soldarne altri iu Valcamonica; il podestà Posteria in- 
tanto raccoglievane altri con tutta sollecitudine da amen- 
due le riviere del Sebino e del Benaco, dai paesi di piedi- 
monte, e da quelli più distesi della pianura. Ed il 
conte Longino erasi tratto a Milano, onde impetrare 
sussidii da quella alleata città. 

§ 6. E per altra parte i Cremonesi avevano prestato, 
è vero, un ospitale rifugio ai fuorusciti bresciani, ave- 
vano a quelli promessi ancora i possibili sussidii; ma 
uou sapevano determinarsi ad uscire in campagna, e 
rompere all'armi. L'abate di Leno Onesto, che era volpe 
del pelo grigio, cui pungeva V animo l'occupazione dei 
suoi castelli fatta dagli avversari*!, e più assai 1' emi- 
grazione alla quale era costretto; quell' abate che so- 
spirava più di ogni altro un pronto attacco, seppe stu- 
diare ed avere le maniere d'averlo. Il presidio di Pon- 
tevico era allora raccomandato ad un figlio di Alte- 



(1) Biemmi, Mss. citi fi 35« 



LIBRO VENTESIMOPRIMO n3 

fcherio Bosardi (i), capitano più ansioso assai del da- 
naro che non dell'onore; quell'abate per mezzo di ap- Dopo 
posili sensali contrattò col Bosardi la resa di Pontevico, anno * 
ne convenne del prezzo, e compra che l'ebbe v' intro- 12 ° ai 
dusse a difesa alcune sue milizie particolari ed altre 
cremonesi che erano in que' dintorni capitanate dal- 
l' espulso podestà di Brescia il marchese Guido Lupi (2). 

Il conte Longino da Bovegno che dai Bresciani era 
stato avviato a Milano onde avere soccorsi da quella 
città alleata; non solo avevali ottenuti, ma era egli 
stato scelto ancora capitano dei medesimi, ed era già 
per condurre quelle schiere contro agli iuvasori di Pon- 
tevico. I Cremonesi ebbero notizie di tali cose, ed erano 
assicurati dai loro confidenti del giorno perfino e del- 
l'ora che il conte Longino sarebbe cogli ottenuti ausi- 
liari partito da Milano, delle vie che aveva destinato 
percorrere, e del paese ove sarebbe andato ad unirli 
alle soldatesche bresciane, che i fratelli Boccacci e gli 
altri loro commilitoni avrebbero indiritte verso Ponte- 
vico. Per questo i Cremonesi deliberarono di attaccare 
il conte Longino innanzi che avesse a congiungere le 
schiere de' Milanesi con quelle di Brescia (3). 

L'osservanza di un secreto promesso fra molti è pe- 
ricolosissima; per questo Obizzo dalla Pusterla podestà 
di Brescia ebbe da fedelissimi confidenti sollecito av- 
viso di quanto erasi in Cremona deliberato; ond' egli 
per la via di Pontoglio spedì il conte Oberto con tutte 
le soldatesche triumpline e sabine, perchè avesse a raf- 



(1) Malvezzi, Dist. VII. cap. 8^. 

(2) Biemmi, Mss. cit. f. 55. — Caprioli lo conferma confu- 
samente al Lib. "VI. 

(5) Biemmi, Mss- cit. f. 56. 

Vot. TI S 



i»4 LIBRO VEUTFSIMOPMMO 

"' forzare le schiere degli ausiliarii che venivano condotte 

^°P? da! conte Longino; e lo affrettò a quella marcia, onde 

anno avesse a giungere innanzi che potesse essere quello at- 

iso8. t acca to dai Cremonesi. 11 conte Oberto non mancò della 

possibile sollecitudine, ed ebbe la buona ventura di 

congiungere le sue truppe a quelle degli alleati ad 

occaso del Serio. E siccome que' due conti paventavano 

di essere da un istante all' altro assaliti dai Cremonesi, 

procedevano con tutta circospezione e eoo le schiere 

approntate ad ogni istante a battaglia. 

E non fu quella sagacia militare una inutile pru- 
denza, poiché il dì 23 settembre, ad un luogo ch'io 
non posso indicare, non avendone i cronisti scritto il 
nome; ma che secondo le possibili congetture doveva 
essere a maestro e non lunge da Soncino, le due osti 
si scontrarono e ruppero ferocemente a battaglia, la 
quale andò fra non molto a decidersi in grave rotta 
dei Cremonesi, moltissimi dei quali caddero sul campo, 
oltre a quattrocento gettarono le armi e si diedero pri- 
gionieri (1), e quelli che ebbero la sorte di salvarsi si 
dispersero fuggendo. 

5 7. Poche notti dopo quel fatto, mentre fra gli 
oscuri e taciti silenzii quelli che avevano occupato Pon- 
tevico ivi senza le debite circospezioui placidamente 
dormivano, ed incaute e sopite russavauo le scolte me- 
desime, i Bresciani condotti dal podestà Obizzo dalla 
Pusterla scalarono le mura di quel castello, e senza 



(1) Muratori, Annal. T. VIU f. 108, racconta che i Cremo- 
nesi caduti prigionieri in quella giornata furono quallrocenta 
di cavalleria; e l'antico Mss. scoperto da Biemmi Ji dice an- 
ch' egli {00, ma non distingue classe alcuna di milizia, e ci» 
a f. 5G. 



LIBRO VEHTESI&IOPRIMO 1 1 3 

alcuna perdila di sangue lo ricuperarono e ne condus- ■ 
sero prigioniera a Brescia la guarnigione (i). Dal quale *^P? 
avvenimento ebbe origine il volgare proverbio che in anno 
questa ed in altre province audavasi poscia ripetendo l20 $' 
ai sonnacchiosi, pel quale dicevasi: ehi si dorme? siamo 
forse a Pontevico? (2). 

Le fazioni che scompigliavano allora la provincia di 
Brescia e molte altre vicine, si accesero anche in Cre- 
mona, e così vivamente, che ivi un partito aveva oc- 
cupato quel tratto della città, che dicevasi città vec- 
chia, e l'altro quello detto città nuova, e così 1' uno 
e V altro avevasi eletto il proprio podestà (3); per 
lo che avvenne che i Cremonesi scompigliati dalle pa- 
trie discordie furono costretti a dimettere la difesa dei 
fuorusciti Bresciaui, quelli però non si piegarono a ten- 
tare riconciliazione. L' ira sempre è feroce; ma se ac- 
cesa fa compatriotti o congiunti, la è implacabile. 

Filippino dal Corvioue, siccome già si è detto, co- 
mandava allora in nome dei consoli di Brescia il pre-* 
sidio del castello di Leno. Non mancava già quel ca- 
pitano di accortezza e di valore, ma era avarissimo e 
facile per questo a vendere a prezzo d' oro la fede, Lo 
scaltro abate Onesto che conosceva pienamente di Fi- 
lippino la tempera, e che non badava ad aggravare di 
debiti il proprio mouastero ed a profondere tesori per 
giungere all' adempimento de' suoi desiderii, comperò 



(1) Malvet. Visi. 7. cnp. 87: Cremonenses vero qui ad cu- 
stodiam ( di Pontevico ) posili erant, Brixiae carceribus cibo 
doloris senati sunt. — E ciò è confermato dal Cronac. di 
S. Gio. all'anno 1*208. 

(2) ftlalv., Dist. VII. cap. 87. — Caprioli, Lib. VI. 

(5) Chronic. Cremonens. apud Murai. T. VII Rer. llalic. 



"6 LIBRO VESTKSIMOPRIMO 

-del comandante Filippino !a fede, e dietro quel turpe 
Q °g> e gravosissimo mercato, accompagnato dal * marchese 
«nno Guido Lupi, dal coute di Casalalto e da quanti altri 
,2 °9- fuorusciti bresciani erano con essolui a Cremona, rien- 
trò in Leno (i). 

Allora non solo quel castello, ma quel regio mona- 
stero e tutto quel grosso paese furono tutti insieme 
conversi in una attentissima piazza d'armi. Altri dise- 
gnavano o costruivano trinciere; altri procuravano i 
necessarii magazzeni; quale capitano metteva a campo 
le sue schiere onde guardare Leno da un lato, qual 
altro capitano faceva lo stesso dall'altro; ed il frenetico 
monaco Epifanio poi, quasi sempre a cavallo, cinto di 
maglie e carico d'armi, visitava indefesso ogni posto 
approntato, ogni scolta: e con franche parole e con pro- 
messe e con regali incitava chiuuque alla fermezza, alla 
vigilauza ed alla fedeltà (2). 

§ 8. Il vescovo di Cremona Sicardo, afflittissimo per 
le orride fazioni, onde era allora perturbata la sua 
diocesi, avviò alcuni suoi deputati ad Asola, onde aves- 
sero a supplicare il conte Narizio di tentare ogni mezzo 
possibile per rimettere a pace i partitane cremonesi, 
Quell' ottimo signore accettò un tanto impegno, si trasse 
sollecitamente a Cremona, parlò vivamente all'una ed 
all'altra fazione, ma sparse indarno e l'opera e le pa- 
role, perchè erano amendue pervivaci, indomabili, irri- 
tatissime. Depresso l'animo per la mal riuscita impresa, 



(1) Cronac. S. Jo. ad ann. 1209: Die Martis V. exeunt. 
Febbr. abas Desonestus de Leno, intravit in Lenum cum Vi- 
done Lupo, et eum militibus qui de cwitate exiverant secum; 
et Philippinus de Corviono cum hominibas de Leno tradidil eum. 

(a) Mss. cit. scoperto dal Biemmi, f. 3y. 






LIBRO VENTESIMOPRIMO 117 

partitosi da Cremona, mosse spontaneamente a Leuo, ^^* 
dove parlò all'abate Onesto, al conte Alberto da Casa- Dopo 
lalto ed a quanti primeggiavano di quel partito, ma an no 
con quelli ancora non fece che lavare la testa all'asino, I20 9* 
e consumare indarno la fatica (1). 

Ottone IV che dopo alcuni anni d' interregno era 
succeduto al morto imperatore Arrigo YI, era a quei 
giorni per discendere da Germania onde procurarsi dal- 
l'arcivescovo di Milano la corona del regno italico, e 
dal poutefice Innocenzo III il diadema imperiale, e per 
determinare ancora alcune contese col re di Sicilia Fe- 
derico. Prima però che Ottone avesse a valicare le Alpi 
commise a Yalchero patriarca d'Aquileia di precederlo 
per le diverse città d' Italia, nelle quali aveva ideato 
di entrare, e di adoperarsi in quelle, perchè i popoli 
gli avessero a prestare i debiti omaggi (2), Era ancora 
il conte Narizio a Leno, quaudo quel prelato era giunto 
ad ospiziare in Brescia, onde eseguirvi le imperiali com- 
missioni; lo seppe egli appena, che trattosi frettolosa- 
mente in città presentossi al patriarca Yalchero, lo 
supplicò caldamente perchè avesse ad adoperarsi di 
rimettere i Bresciani in pace: quei prelato ne accettò 
l'impegno e diede per quello ogni opera possibile. Il ve- 
scovo Palazzi, suo fratello Mario ed i signori Boccacci, 
siccome erano già fiaccati dalle lunghe agitazioni, si 
piegarono facilmente a' suoi consigli- ma tutti gli altri 
capi-fazione, e siugolarmente i capitani de' valligiani 
Oberto da Savallo e Longino da Bovegno, ed a Leno 
il padre abate Onesto ed il conte da Casalalto rifiuta- 



(1) Mss. cit. scoperto da Biemmì, f. 57. 

(2) Muratori, Annal T. VII f. 109. 



1,8 UBRO VEKTESIMOP1UMO 

mumm mm . i-ouo apertamente di acconsentire ad ogni trattativa di 
D(, P° pace. Il patriarca Yalciiero bramosissimo di rendere a 

fiue quelle contese, parlava iudefesso e caldamente ora 



anno 



lio 9- all' uno de' contendenti ed ora all' altro, profondeva con 
gigli, instava, perorava; ma quando alfine si accorse di 
non avere a trattare se non con genti caparbie, egli 
che nou era l'uomo di rimettere sì facilmente le pive 
iu sacca, minacciò francamente la collera del sovrano 
a chiunque gli avesse negato orecchio e si fosse più a 
luu"-o rifiutato di aderire a' suoi eccitamenti. Per quella 
minaccia se non potè reudere ! faziosi bresciani a pace, 
li trasse almeno a sospendere le armi ed a giurare una 
tregua durabile fiuo all'arrivo del re Ottone, alle deli- 
berazioni del quale diedero promessa di sottomettersi. 
Quella tregua interinale fra gli ardenti faziouarii bre- 
sciani non fu ottenuta solamente per opera del com- 
messo imperiale il patriarca Valchero, ma ne ebbe gran 
merito ancora il bresciano conte Narizio (i). 

§ 9. Lieto il patriarca Valchero di quanto insieme 
col suddetto conte aveva iu questa città ottenuto, mosse 
a Bergamo, indi a Milano; ed i rappattumati bresciani, 
e singolarmente quelli che pei sospesi armeggiamenti 
potevauo tornare alle case loro, ansiosissimi di rivedere 
i proprii focolari, le spose, i figli, le famiglie, volarono 
ai loro paesi, ed uno de' primi fra quelli fu il conte 
Oberto da Savallo. Per quella tregua ferme giacevano 
in questa provincia ne* foderi le spade, ma non erano 
l'ermi gli animi ne* petti, sicché bastava una leggeris- 



(1) Biemmi, Mss. cit. f. 67. — Zamboni, f. 3o del Ragiona- 
mento per la Comunità di GottoleDgo al nuovo eletto protettore 
delia medesima il N. U. Gianfrancesco Sagredo, stampato in 
Brescia per Pietro Vescovi l'anno 1784. 



LIBKO VENTESIMÓPRLMO 1 1 9 ^^ 

sima scintilla per emettere uà iucendio. Trascorsero "™5S 
alcune settimane, quando pubblicossi una voce che nou Dopo 
bene può dirsi se la fosse verità o dicerìa, per la quale ann o 
enunciavasi che l' abate Ouesto di Leno avesse iuviati ,ao 9- 
alcuni sicarii in Valsabia, onde avessero ad uccidere 
il conte Oberto da Savallo. Le inimicizie fra que'due, 
quantunque inveterate, erano ancora vivissime, le cir- 
costanze delle cose, e l'animo irrequieto e facinoroso 
di quel padre abate, diedero un tanto credito a quel 
racconto, che venne universalmente creduto; ed il conte 
Oberto fra gli altri lo tenne così certo, che attizzato 
giurò per V evangelo, di tentare ogni mezzo per avere 
l'abate Onesto in mano, di conficcarlo per l'ano su di 
un'antenna appuntata, e di mandarlo a morte convulsa 
secondo le costumanze de' turchi (1). 

Ne mancò quell'irritatissimo signore di tentare fra non 
molto 1' esecuzione dei giurati disegni. Avvisalo egli che 
messer lo abate tratteuevasi a que' giorni in Gottolengo, 
guardato da un non molto potente corpo di soldatesche, 
deliberò di ivi sorprenderlo all'impensata, e radunata 
una forte mano di valligiani, prese con quelli le vie di 
Gottolengo, sperando di giungervi inaspettato e fra le 
oscurità della uotte. Ma per quanto procedasi quatta- 
mente, è difficile il cogliere la volpe nel covacelo ad- 
dormentata. L'abate Onesto era uomo accortissimo, 
pieno di sospetti e generoso; e come tale profondeva 
somme ingenti oude avere fedelissimi e scaltri esplora- 
tori per ogni parte. Necessaria precauzione di chiun- 
que sappia di avere nemici, e possa spendere. Quell'abate 
Tenne dalle sue spie avvisato a tempo opportuno di 



{\) Biemrai, Mss. cit. f. 38. — Zamboni, Opusc. eit. f. 3i. 



200 



i2o LIBRO VENTESIMOPRIBIO 

- quanto aveva tramato il conte Uberto, ed era in mossa 

Dopo y er j jerare contro di lui. Nulla egli si scompose, ma 
arjlj0 schierate le milizie che teneva acquartierate in quel 
'9* suo castello, e raccolti ancora in fretta quanti potè 
avere in Gottolengo addatti all' armi, sugli ultimi cre- 
puscoli della sera precedente la notte, nella quale aveva 
ad essere dall' irritato valligiano aggresso, mosse tutti 
i suoi armati fuori di quel castello, li condusse luogo 
la via che da Gottoleugo mette a Leno, ed ivi alla di- 
stanza di circa tre miglia ne' campi laterali alla strada 
gli agguatò. 

Scorrevano le prime ore di una notte, che per le se- 
gizie periodiche della luna e per le nebbie occidentali 
che coprivano il cielo, era oscurissima; ed il conte 
Oberto allora, accompagnato dalle sue soldatesche, pro- 
cedeva, come a tentone, lungo quella strada senza al- 
cun sospetto, quando schizzarono ad un tratto da^li 
agguati gli apposti da messer lo abate, assaltarono i 
discendenti ed inordiuati valligiani ad ambi i fianchi: 
T aggredirli e lo sperderli fu un colpo solo. Un grosso 
numero di quelli cadde estinto in sulla via; cento al- 
l' incirca gittate le armi si diedero prigionieri; e quelli 
che ebbero la sorte di salvarsi fuggendo, fra i quali 
debb' essere annoverato ancora il conte Oberto da Sa- 
vallo, tennero cause maggiori di ringraziare per quello 
scampo le oscurità della notte, che non V industria e la 
franchezza loro (i). 

§ io. Dopo quel fatto il vittorioso abate fece assi- 
curare uelle carceri del suo castello di Leno i circa 
cento valligiani che gli si erano dati prigioni, e ri- 

(i) Biemmi, Mss. cit. f. 38. — Zamboni, Ragionamento in" 

dicalo f. 32. 



LIBRO VE1NTESIMOPRIMO 121 

cordevole che il coute Oberto aveva giurato di farlo' 
impalar vivo, caso lo potesse aver fra le mani, vendicò J?°P° 
quel giuramento con un tratto di crudeltà, unico, io anno 
credo, che siesi usato in queste regioni. Pose il nome 12IQ * 
di que' sciagurati in uu bossolo, ne trasse dodici a sorte, 
e fatto dichiarare a quelli, che egli li aveva condannati 
a morire della morte medesima che il loro condottiero 
aveva a lui destiuata, dopo averli per alcune ore rae- 
comaudati ad alcuni monaci e ad altri sacerdoti per- 
chè avessero a disporli ad un così tremendo sacrificio, 
e dopo averli fatti confortare per mezzo de' santi sa~ 
cramenti, li fece coudurre sul ciglione a meriggio di 
un campo che è contiguo a Leno, a siuistra della strada 
che mette a Mauerbio, dinanzi al qual ciglione una 
Spaziosa pendice apriva ed apre ancora un largo trat- 
to pel concorso d'innumerevoli spettatori, ed ivi man- 
dò barbaramente ad esecuzione quell' orrendo spetta- 
colo (1). 

E 1* pie genti di Leno e quelle de' paesi circouvi- 
cini consideravano i miserandi mandati a morte così 
tremenda siccome fossero tanti martiri; li dicevano i 
sacrificati alla gran morte, e per la corruzione della 
latinità di quel secolo, invece di appellarli i mortuos 
magni lethi, li chiamavano i mortuos lethonis, sgram- 
maticando di tale maniera uno strano aumentativo: an- 
diamo, confortavausi scambievolmente le persone pie, 
e singolarmente il devoto femmineo sesso; andiamo a 
pregar pace alle anime sacrificate al letone, andiamo 
a supplicare la protezione di que* martìri; ed il campo 
dove venne eseguito quell' atroce supplizio,, è detto an- 



(1) Mss. cit. e Zamboni ai f. sopraindicati. 



t»* LIBRO VENTESIMQPRIMO 

" M """ M cora il campo del Letone. Ivi era uu antico e quasi 

5°P° cadente oratorio sacro ai definiti, sul muro del quale 

anno vedevansi alcuui avauzi di uu' antica iscrizione, dissi- 

121 °* pata pel rovinìo delle calci, il quale oratorio è stato 

demolito e rifabbricato negli ultimi anni del passato 

secolo, e nel nuovo costrutto dentro una cava apposita 

si «allumano dai divoti ancora preseutemeute fiaccole 

funeree. 

Gli altri che avevano perduta la vita nell'enunziato 
fatto d'arme vennero raccolti, ed ivi dentro uno scavo 
medesimo sepolti, sopra al quale pochi anni dopo venne 
eretta una lapidaria iscrizione per la quale raccoman- 
davansi alla pietà dei fedeli le anime di que' defunti. 
Procedendo gli auni, venne in quel luogo eretta una 
chiesa sacra a Maria Yergiue, detta la Madonna del 
massacro, la quale è uffiziata ancor di presente (i). 

§ li. La morte crudelissima che per sentenza del- 
l'abate Onesto avevano sofferto i dodici valligiani in- 
fissi per l'ano sui pali nel campo Letone a Leno, aveva 
destato a raccapriccio chiunque; ed incitati a tant' ira 
i conti Longino da Bovegno ed Oberto da Savallo e 
tutti iusieme precipuamente gli abitanti le valli Trom- 
pia e Sabia, i quali erano o congiunti, od amici, od 



(i) 11 luogo dove è quella chiesa apparteneva anticamente al 
comune di Gottolengo, e per tramutazione di confini fatta per 
un nuovo corso datosi al vaso Rudone verso l'occaso del secolo 
XVI, è stato aggiunto al territorio di Leno. Zamboni ha tratto 
dall'Archivio comunale di Gottolengo la seguente memoria: ai 
24 luglio i558 si diede principio alla fabbrica della Chiesa 
della B. V ergine di Mazzago, territorio di Gottolengo, con 
una gran processione della detta terra, alla quale intervenne 
Prète Andrea Maggi, che faceva le veci del Prevosto di Got» 
tolengo Antonio Barbera. Zamboni, Ragionavi» cf&/T68, noia. A* 



1210. 



LIBRO YE1STESIM0PR1M0 ia3 

almeno conoscenti dei miserabili confitti, che giurarono ■51EEIU! 
di scendere a Leuo ed a Gottoleugo, e di eseguire *?°P° 
sopra al crudelissimo monaco e ad ogni suo aderente anno 
asperrima vendetta. Mentre quelli si armavano e dispo- 
nevansi a quella mossa di orrore, giunse avventurata- 
mente a Milano l'imperatore Ottone IV (t). H conte 
Narizio che sospirava ardentemente il bene possibile e 
la migliore tranquillità dei Bresciani, si trasse tantosto 
a Milano, dove presentatosi al monarca gli significò le 
funeste vicende e le pendenti sciagure de' suoi compa- 
triotti, e lo pregò di giovarsi della suprema sua au- 
torità, onde rimetterli a quiete. Quell'augusto accolse 
propizio le suppliche di quel conte, ed inviò issofatto 
a Brescia un personaggio fra i più illustri della sua 
corte, perchè avesse a minacciare a chiuuque la sua in- 
dignazione, caso non avesse a deporre tantosto le armi 
ed a rattenersi da ogni attentato ostile, finche nou fosse 
egli giunto in persona in questa città. 

Quando arrivò in Brescia quel regio commesso, i 
conti Longino da Bovegno ed Oberto da Savallo, se- 
guitati da lunghe file di valligiani erano per ispingersi 
contro gli accampati a Leno ed a Gottolengo: ma la 
miuaccia della collera dei sovrano li trattenne, e se 
non li costrinse ad una vera racconciliazione, sforzollt 
almeno a ritirarsi nelle proprie valli, ed a rimettere le 
Tendette ad occasione più conveniente (2). 

(1) Galvano dalla Fiamma, ftfanipoì. Fior. e. 1^, ha scritto 
che Ottone IV fosse giunto in Milano sino dall'anno 1209. Ciò 
non conviene coi fasti di quel sovrano, e devesi sopra di ciò 
maggior fede a Tristano Calchi Histor» MedioL. che unitamente 
all'autore del Mss. scoperto da Biemmi lo dice ivi arrivalo nel 
maggio 1210. 

(2) Biem. Ms$. cit f. 09. 



1210. 



i24 LIBRO VENTESIMO? RIMO 

- 6 12. Il dì i5 maggio 1210 entrò in Brescia il re 

D°P° Ottone IV determinato di trattenervisi più giorni. I fra- 
anno telli Boccacci, che dopo la morte del conte Giacomo 
Gonfalonieri avevano assunto il capitanato della fazione 
detta allora degli Intrinseci, unitamente a quanti ap- 
partenevano alla parte loro, trattine i soli conti da 
Bovegno e da Savallo, tennero incontro a quel sovrano 
e lo accolsero di ogni più gentile e debita maniera. 
Ottone allegrossi moltissimo delle distinte ed ospitalis- 
sime maniere onde era stato ricevuto, ed auspicando 
buon esito, propose tantosto trattative di pace fra i 
contrastanti Intrinseci ed Estrinseci di questa città. 
Gli Estrinseci che avevano per capo il conte Alberto 
da Casalalto erano rifugiati iu Leno e nelle castella di 
que' dintorni; e dietro commissione e salvocoudotto di 
quel sovrano si trassero iu Brescia, dove o lo fosse 
perchè veramente desiderosi di riavere tranquillità, o 
perchè non osassero opporsi agli autorevoli cousigli del 
monarca, accettarono e sottoscrissero il trattato di 
scambievole pace, il quale fu legalmente pubblicato il 
giorno 22 dello stesso mese (i). 

Insospettito ciò non pertanto il re Ottone che per 
quel trattato si fossero i contendenti Bresciani raccon- 
giunte le destre ma non gli animi, e che difficilmente 
avrebbono potuto convenire nello sciogliersi il podestà, 
egli stesso destinò a quella magistratura Tommaso Tu- 
rini, che era uno de' signori del suo seguito; il quale 
sì dall'una che dall'altra delle ricomposte parti fu, se 
non con ingenua, almeno con simulata compiacenza al- 
legramente ricevuto (2). 

(1) Biemmi, Mss. ciL f. 5t). 

(2) Qui, cioè il re Ottone, prius quam ab urbe ìsla disce» 
dcrct, sitcnuurn quondam vi rum Thomam nomine de Turino, 



LIBRO YEHTESIMOPMMO i2. r > 

§ i3. Restavano a rappattumarsi le discordie fra i " ""^ 
:outi valligiani Longino ed Oberto, e l'abate Onesto di J?opo 
Leno. Quell'abate era a que' giorni in Brescia, era già anno 
itato accolto dal sovrano, ed insieme co' suoi aderenti I2IQ ' 
iveva egli ancora sottoscritto l' istrumeuto di pace colla 
azione opposta, ed unitamente a quelli accettato il nuovo 
codesta Tommaso Turini; ma i conti Longino ed Oberto 
lecisi di non mai scendere a ricouciliameuto alcuno eoa 
in monaco che aveva mandati all'enarrato crudelissimo 
tappitelo dodici loro dipendenti, e paurosi che quel so- 
lano ne Io avesse loro ad imporre, tenevansi da lui 
ontani; e lunge dal presentategli, stauziava l'uno in 
cavallo e l'altro in Bovegno. I fratelli Bonifacio e Gio* 
'anni Boccacci ed il conte Narizio bramosissimi della 
)ieua tranquillità della provincia, e perciò desiderosi 
meora di una rappattumazione fra i conti valligiani e 
' abate di Leno, supplicarono il monarca perchè avesse 
)er questo ad in ter porsi. Quel re accolse propizio le 
n'esentategli istanze; e dopo avere sopra di ciò tenuto 
liscorso coll'abate Onesto, il quale mostrossi prontissimo 
d acconsentire a' suoi desiderii, spedì un messo nelle 
'alli, per mezzo del quale addirizzò una carta di sal- 
'ocondotto ai couti Longino ed Oberto, e commise ai 
nedesimi di trarsi sollecitamente a Brescia, e di pre- 
entarsi a lui. A quell'avviso il conte Longino, deciso 
li vendicare colla punta della spada le orrende cru- 
lellà usate dall'abate Onesto, onde non esporsi a rifiu- 
are sommissione a quegli eccitamenti che non poteva 
:he aspettarsi dal sovrano, adducendo a motivo la vera 



"raesidem , constituit. Malvet. Disi. VIL cap. 89 — e eie 

J pur confermato dal cit. Mss. f. ?>g. 



i 8 6 LIBRO VERTESIMOPRIMO 

SBg ' od infinta sua mala salute, pregò perdono, se non pò- 
Dopo t eva prestare ubbidienza alle regie commissioni e tra- 
arino dursi a Brescia. Il conte Oberto invece ubbidì prouta- 
1210. mente all' ordine di presentarsi al monarca; ma per 
quante gliene sia quegli andate dicendo onde addurlo 
a pace con messer lo monaco, non solo rifiutossi in- 
domito di prestare couseutimeuto, ma non volle pur 
mai discendere almeno a fingere di perdonargli. Ri- 
dotto per questo il monarca a disperare ogui buon 
esito della sua interposizione, uè permettendosi di 
usare al conte Oberto forza alcuna; onde non violare 
il salvocondotto che avevagli rilasciato, innanzi di ac- 
commiatarlo, gentilmente lo interrogò, se poteva servirlo 
di qualche grazia; alla quale veramente augusta esibi- 
zione, sì, rispose quell' irritato ed audacissimo conte, 
sì, maestà, faccia infiggere su di un palo V abate 
Onesto; poi, fatti i debiti convenevoli, accommiatossi, 
e ritornò a Savallo (i). 

§ i4- Dopo brevi giorni partì da Brescia ancora 
l'augusto Ottone, e siccome era irritatissimo contro di 
Federico II re di Sicilia, perchè due anni audieho aveva ' 
quegli osato di aspirare all' imperiale corona e tentato '' 
di contrastargliela: per questo dichiarogli guerra, e 
seuza dar tempo al tempo, irruppe con un potente eser- ' 
cito nelle regioni napoletane, e ne invase la maggior 
parte. Quell'operato spiacque moltissimo al pontefice In- 
nocenzo IH, il quale dopo di avere usata ogni possi- i 
bile esortazione pei- indurre l'imperatore a lasciare ri' 



(?) Mss. cit. f. 4o — e che sia poi cerio che 1' imperatore 
Ottone IV abbia a que' giorni stanziato in Brescia lo confer- 
mano le date di alcuni suoi diplomi citati da Muratori, Aunal. 
T. VII. f. ii2, eliz. del Giuntini da Lucca. 



LIBRO VEiNTESIMOPRIMO , 2? 

re di Napoli io pace, e dopo di avere tentato per que- = 
sto ancora le ecclesiastiche minacce, lo fulminò co°-li Dopo 
anatemi; e quello che è più, indusse ancora molti pre- ££ 
lati e principi di Germania a dichiararlo caduto dal- >™«* 
l'impero (i). 

Quelle dissidenze fra 1' imperatore ed il papa addus- 
sero alcune città di Lombardia a parteggiare o per 
l'uno o per l'altro; fra le quali Milano e Lodi favo- 
reggiavano il pontefice; ed il marchese da Este e quelli 
di Pavia, di Cremona e di Verona spalleggiavano Y im- 
peratore (2); ed in Brescia dove non erano raccongiuuti 
ancora saldamente gli animi, Giovanni e Bonifacio fra- 
telli Boccacci assunsero le parti imperiali, ed il conte 
Alberto da Casalalto, giovandosi in quell'occasione di 
cause sacre onde coprire con quelle altre funeste che 
andava egli nutrendo in petto, percorreva ogni via, e 
declamava essere un mancare al debito rispetto dovuto 
alla chiesa istituita da Gesù Cristo, un provocare la 
collera dell'Altissimo il parteggiare per un principe 
scomunicato: e dover anzi ogni buon cattolico brandire 
le armi ed espellere dalla città qualunque rifiutasse di 
aggiugnersi alle parti del pontefice. 

il conte Alberto avevasi per mezzo di quelle decla- 
mazioni procurati in Brescia molti aderenti, e dato dì 
ale maniera principio a nuove fazioni. Dai partigiani 
li quel conte si raccolsero alcune secrete adunanze, uelle 
juali dopo aversi considerato essere sempre stata in 
Vescia vincitrice la parte sostenuta dai valligiani; con- 



(1) Murator. Armai. T. VII. f. noe u5. 

(2) Mslensis enim Marchio, jam cum Papiensihus, et Cre- 
lonensibus, et Veronensibus consentii stimmi Ponti ficis foedus 
lire conlradictionis. Sicardus in Cronic. 



irò LIBRO VENTESIMO™ MO 

11,1 " flMM 5Ì(lerato che io queir occasione non si sarebbono i vai' 

Dopo ]igiani adoperati uè per gli uui uè per gli altri- non 
anno pel conte da Casalalto, perchè tool inveterati ed im- 
121 *■• placabili nemici; non pei fratelli Boccacci per lo dispetto 
che quelli avevano loro ultimamente recato, fermando 
la pace col da loro abbominato abate di Leno; ed in 
quelle secrete adunanze finalmente considerato che non 
avevasi allora a paventare la collera dell'imperatore, 
perchè era egli lontano e gravemente in altri impegni 
occupato: deliberossi essere quello il punto di assumere 
vendette delle offese e dei danni sofferti nel lungo esi- 
gilo, armaudosi tantosto e scacciando dalla città la 
parte avversaria. Fiso tale deliberamene, onde man- 
darlo ad effetto di una maniera più vigorosa, imma- 
ginarono essere più facile il popolo a tumulto in uà 
giorno di grande concorso; e per questo decisero di 
rompere alle mosse il dì i5 febbraio, giorno sacro alla 
festiva ricordanza dei santi martiri protettori della pro- 
vincia Faustino e Giovila (i)« 

§ i5. Il conte INarizio venne avvisato di tali divi- 
samenti; onde agitato egli dalla minaccia di una nuova 
guerra civile, e prevedendo nel tempo stesso che l'im- 
peratore avrebbe avuto fra non molto a ripassare per 
queste regioni, onde tornare in Germania per rimettere 
in calma le turbolenze ivi ultimamente contro di lui 
suscitate, nella quale occasioue quell'augusto sarebbesi 
sicuramente impegnato per reudere nuovamente ad or- 
dine le cose di Brescia: dietro tali considerazioni il conte 
Narizio supplicò i fratelli Boccacci, Goffredo Gonfalo- 
nieri, il vescovo Palazzi e tutti gli aderenti loro ad 



(i) Mss. ciU f. il, 



LIBRO YENTESIMOPRIMO 129 

usare prudenza, a schivare la perdita di altro sangue, == 
a ritirarsi per alcun tempo dalla città, e ad aspettare Do P° 
le provvidenze dell'imperatore. anno* 

I consigli del conte Narizio furono accolti ed osser- 1211, 
vati da quasi tutti gli addetti alla fazione Boccacci. 
Monsignor vescovo uscì di Brescia prima di ogni altro 
e ritirossi a Bovegno; molti altri seguitarono sollecita- 
mente l'esempio di lui, alcuni de' quali si ricoverarono 
a difesa nel castello di Gavardo, altri in quello di Ro- 
deugo, altri in Palazzolo, in Treuzano, in Monterotondo 
ed in altre castella di minor nome (1). 

Quando surto da circa tre ore il sole del dì i5 
febbraio 1211, il conte Alberto, seguitato da lunghe 
frotte di partigiani armati, diede a tumulto e slanciossi 
di primo tratto contro il palazzo pubblico, lo penetrò 
e costrinse Tommaso Turini a scendere dallo scranno 
podestarile: indi raccomandato ad un valido corpo di 
guardia lo fece da quello accompagnare sino oltre i 
confini della provincia; poscia irruppe contro la torre dei 
sig. Mario Palazzi, fratello del vescovo, la quale era 
la più forte e la bellissima di ogni altra torre parti- 
colare dei signori bresciani. Mario Palazzi stavasi al- 
lora in quella ricoverato, e poiché ivi tenevasi a difesa 
una valida mano di armati, aveva fermo il chiodo di 
non cederla vivo ad alcun costo. Il Casalalto che era 
uomo capace da mandare tantosto ad esecuzione ogni 
ardentissimo divisamento, fece subito circondare quella 
torre da gran catasta di legne, e minacciò di accen- 
derla; i difensori del Palazzi presi allora dalla paura 

(1) Mss. cit. f. 4*2. —Ed il Cionaco di S. Gio. all'anno 121 1 
così si esprime: et reducti sunt in Gavardo ; et Rodingo, et Tven- 
zano, et Palazzolo, etc% 

yoi.. vi. 9 



ìli I. 



i3o LIBRO YEKTEeiMOPRIMO 

**— M * di aver a morire o brucala ti o soffocati rial fumo, chiusi 
^°P° gli orecchi ad ogni ordine gridato dal padroue, spa- 
nnila laucarono di quella torre la porta, e, supplicando mi- 
sericordia, uscirono; il Casalalto gli accolse dolcemente 
ed aggregolli alle sue soldatesche. Per essere in quel 
punto aperte le porte della torre Palazzi, gli armati 
del Casalalto la penetrarono, ne trassero il derelitto 
Mario, al quale venne usata in quelle terribili circo- 
stanze una vera clemenza, poiché fu solamente espulso 
dalla città, sicché egli andò a ricoverarsi presso suo 
geuero il conte Oberto da Savallo (i). 

§ 16. Dopo che il Casalalto ebbe espulsi da Brescia 
ed il podestà Turiui e Mario Palazzi e quanti primeg- 
giavano nella fazione opposta, raduoossi il pubblico con- 
siglio, nel quale dopo essere stati dichiarati uemici 
della religione i fratelli Bonifacio e Giovanui Boccacci 
e gli aderenti loro, perchè tenevano le parti di un im- 
peratore, contro il quale il santo padre aveva fulmi- 
nate le ecclesiastiche censure, venne deliberato di ga- 
stigare gli imputati di quella colpa, mandando al fisco 
i beni de' medesimi, ed abbattendo le case, i palagi o 
le torri di fortificazione che quelli avevauo nella città. 
Dopo segualo quel decreto, sciolto il consiglio, uè 
nsciroao furibondi i radunati, e chiamate a seguita 
lunghe caterve di geuti facinorose, si spinsero alcuni 
contro le case e la torre di Mario Palazzi, ed altri 
contro quelle di Goffredo Confalonieri, di Laffrauco La- 
vellongo, di Guglielmo Luzzago, di Americo da Mon- 
techiaro, di Ronzerio da Villa, di Alberto daOme, di 
Ugo da Torbiato e di molti altri; e non le mandarono 



(i) Mss. cit.f % 4 2 - 



LIBRO YEKTESIMOPRIMO i3i 

solameute a sacco ed a fiamme; ma dietro lunga e rab- - ' SS 
biosìssima fatica le demolirono (i). Do P° 

In quell' occasione si ratteunero a grave stento quei anno 
furiboudi dall' abbattere ancora i palagi del podestà e l2lti 
del vescovo: e lo avrebbono fatto sicuramente, se altri 
meno accecati non si fossero frapposti gridando e de- 
clamando che quegli edificii erano di pubblica ragione. 
Allora saccheggiaronsi aucora le case del conte Longino, 
non già perchè egli appartenesse all'uno od all'altro 
dei partiti, ma solo perchè il vescovo espulso era allora 
©spezialmente albergato in, Boveguo presso di lui. Con 
un tratto poi di scaltrezza raffinatissima non usarono 
uguali perfidie coutro i caseggiati di ogni fuoruscito, 
ma rispettarono quelli de' fratelli Boccacci e di molti 
altri; e lo fecero onde dividerne gli animi, incitando i 
medesimi a sospetto, che quelli dei quali si erano ri- 
spettati gli edifici, fossero per alcune corrispondenze 
secrete aderenti del conte Alberto o de' consorti suoi (2)* 

§ 17. Quelle due nuove fazioni bresciane sono dai 
patri crouisti indicate, V una dal cognome del signore 
che in quella primeggiava, ed era detta Casalalta; e 
1' altra, qual mai ne fosse la causa, era detta la Bru- 
cella. La Casalalta che era la più forte, siccome quella 
che signoreggiava la città e la più parte della provin- 
cia, onde provvedere al seggio podestarile, reso vacante 
per la espulsione di Tommaso Turini, elesse a quella 
cospicua dignità Guglielmo da Lendinara (3). Quel 



(1) Oltre il cìt. Mss. f. £3, ciò è confermato ancora dal Cro- 
naco di S. Gio. e dall' altro detto di S. Pietro all' ann. 1211. 

{1) Mss. cit.f. 43. 

(3) Il Cronaco di S. Gio. come lo ha pubblicato Doneda al- 
l'anno 121 1, scrive: et acceperuni Podestà, Villelminum de Leu* 



i3 2 LIBRO VEINTESIMOI'KIMO 

nuovo podestà fatto persuaso che le guerre civili, ondtf 

G°C° era c I uesta Provìncia agliata a que' tempi, erano singo- 
auno larmeule incitate dalle ambizioni del vescovo Giovanni 
*• Palazzi, il quale andava iucessantemeute e per oo-ni 
mala via tentando il grado di podestà della provincia 
a suo fratello Mario; per questo quel nuovo dignitario 
Guglielmo da Lendiuara incitò il conte da Casalalto ed 
i suoi aderenti ad inviare a Roma una deputazione, la 
quale avesse a rappresentare al pontefice Innocenzo III 
i luughi e fortissimi disastri di questa provincia, ad 
assicurarlo che il precipuo fomentatore ne era il vescovo 
Giovanni, sospiuto ad un tanto male dalle sfrenate sue 
ambizioni; ed a supplicare ad un tempo Sua Santità 
di deporre quel vescovo dalla cattedra di una diocesi, 
nella quale era la causa primaria di tanti mali. 

Non mancarono al vescovo Palazzi alcuni conQdenti 
che lo avvisarono di quanto andavasi tramando contro 
di lui; onde egli per evitare la vergogna di essere for- 
malmente deposto dalla cattedra per castigo, spedì un 
messaggio al sommo pontefice con uno scritto, uel quale 
accusando la sua provetta età, la sconcia salute, e sin- 
golarmente il naturale difetto di balbettare, che anda- 
va gradualmente crescendo cogli anni, dichiaravasi 
incapace di più spiegare al popolo le sacre dottrine 
e di adempiere agli impegni del suo grado; per le 
quali cose addirizzava spontaneamente al santo padre 
T atto di rinuuzia al vescovato di Brescia, e lo suppli- 
cava di accettarlo. Giunsero quasi contemporaneamente 
a Roma i deputati della fazione Casalalta rappresen- 



ta; e come dall' autografo ha trascritto Zamboni, dice Vii* 
Ulminum de Lendenarar 



LIBRO VENTESIMOPRIMO 133 

tante la citta, ed il messaggero del vescovo Palazzi; ma 
il sommo pontefice preso sospetto che le denunzie date Do P° 
dai Bresciani contro al loro vescovo fossero puramente ann o 
dettate dallo spirito dipartito, e che l'atto di rinun- 12M - 
zia di quel vescovo procedesse più dalla paura di es- 
sere vergognosamente degradato, che non da una in- 
genua persuasione, non volle acconsentire alle istanze 
dei primi, né accettare le domande del secondo (i). 

Tornati a Brescia que* deputati colle pive in sacca, 
resero contezza agli scambievoli committenti del nullo 
esito della eseguita missione. Che la parte Casalalta si 
fosse forse allora fiaccata della podestarla di Gulielmo 
da Lendinara, e ne lo avesse deposto; o che giunto il 
giorno di s. Pietro, nel quale solevasi a que' tempi tra- 
mutare le magistrature se ne fosse egli medesimo ri- 
tirato, quantunque non ne occupasse lo scranno che da 
circa cinque mesi; o che fors' anco foss' egli natural- 
mente passato ad altra vita, certo è però che dopò 
quell' epoca non resta più. memoria di lui, e viene anzi 
ricordato essere allora stato podestà di Brescia un certo 
Oberto da Oseno (2). 

§ 18. Il conte Narizio da Lomelo non sapeva compor- 
tare le aspre discordie de'suoi concittadini, ed ansiosissimo 
di procurarne provvedimento, presentatosi ad Alberto Con- 
cesio, a Girardo Calcherà e ad Alberto Razio, i quali 
erano signori riputatissimi e non appartenenti ad alcuna 
delle agitate fazioni, di concerto con essi loro, deliberò 
di adoperarsi scambievolmente onde procurare la riu- 



(1) Mss. cit. foU 44- 

(2) Il Cronac di S. Pietro pochi mesi dopo scrive: Et Ober» 
tus de Oseno trai Potlas. 



i34 LIBRO VENTES1MOPRLMO 

""*"" nione de* contendenti. Dietro tale divisamente quel quat- 
J?°P? tro veri filantropi si presentarono ai primeggiane nella 
anno parte Brucella, siccome li credevano di un carattere 
Ì2ÌU naturalmente più dolce, e per la circostanza di essere 
esuli dalla città, sospinti dal desiderio di ritornarvi, 
più facili ancora ad aderire alle proposte loro. Molti 
Brucellesi però risposero francamente che non sarebbonsi 
mai piegati ad accettare alcuna composizione, se nou 
avesse a statuirsi nell'articolo primo del trattato da 
farsi, che ogni danneggiamento recato dai Casalalti ai 
loro fabbricati di Brescia ed alle suppellettili dei me- 
desimi non fosse stato dal conte Alberto e da' suoi 
partigiani pienamente riparato. Molti altri però di quella 
fazione, conoscendo che il pretendere una piena esecu- 
zione di quell'articolo era un interrompere le vie della 
racconcigliazione, si appigliarono a condizioni più tem- 
perate. E di quella maniera il conte Narizio, fra i neu- 
trali ed i moderati che ogni giorno giugnevansi a lui, 
venne fra pochi giorni a costituirsi uu partito che era 
forse più potente degli altri due, cioè della parte Ca- 
salalta e Brucella, quando ancora avessero a conside- 
rarsi cougiunte (i). 

Francato egli allora dalle forze dei molti aderenti, 
fattosi scortare da uu valido corpo di armati, entrò 
in città, dove presentatosi intrepido al conte da Casa- 
lalto gli significò il suo desiderio di rimettere in pace 
i Bresciani. Quel conte, che per essere volpe vecchia 
conosceva che non avrebbesi potuto sostenere se Nari- 
zio ed i suoi aderenti si fossero uniti alla parte Bru- 
cella, non si mostrò lontano dà un accordo, se lo stesso 



(i) Mss. ài. f. 45. 



LIBRO YENTESIMOraiMO i35 

Marzio si Fosse assunto l'impegno di dettarne egli me» ^"^ 
desimo, dietro le norme della conosciuta sua saggezza ^°P? 
e pndenza, le condizioni. Allegrissimo quel conte di ann< > 
una tale risposta, accommiatossi dal Casalalto ; uscì di ,211 * 
Brescia, ed andò a significarla ai compagni; poscia ed 
esrli ed il Coucesio ed il Razio ed il Calcherà e 
molti altri con loro si diedero per ogni parte, ed ora 
parlando all'uno, ora all'altro, si adoperarono così for- 
temente, che ridussero quasi ad ordine i preliminari 
di pace fra quelle due irritatissime fazioni. 

§ 19. Mentre que' signori ansiosissimi del pubblico- 
bene audavano procurando quelle trattative, le contra* 
stanti fazioui tenevano sospeso ogni atto di ostilità, co- 
sicché i Casalalti vivevano tranquillamente in Brescia 
ed in que' paesi che parteggiavano per loro, ed i Bru- 
cellesi facevano lo stesso nelle castella di Gavardo, dì 
Rodengo, di Monterotondo, di Palazzuolo, di Trenzano, 
ed in quanti altri si erano ritirati. Quando il conte 
Oberto da Savallo, il quale non apparteneva ne al- 
l' uno ne all' altro di que' partiti, ma era tanto adi- 
rato contro il Casalalto e contro l'abate Onesto di 
Leno da non saper patire che alcuno avesse ad unirsi 
con quelli in pace: onde stornare le trattative che a 
que' giorni andavansi disponendo, raccolto nelle valli 
Trompia e Sabia un grosso corpo di genti armate, 
entrò con quelle all'improvviso in Gavardo, dove, senza 
-commettere alcuua violenza contro gli abitauti, né contro 
que'Brucellesi che ivi si erano da tempo ricoverati, prese 
egli ancora colle sue genti in quel grosso castello le 
stanze. Ed irrequieto, siccome egli era, persuase fra 
non molto ai Brucellesi, che ivi erano raccolti, di non 
porgere orecchio ad alcuua proposizione di racconci- 
liamento coi Casalalti, se prima non avevano yeudica4t> 



i36 LIBRO VENTESIMOPRIMO 

— i saccheggi, gli incendi, le rovine che quelli avevano 

G^cT ^ at0 ìn ^ resc ' a a ^ e case > ai P a ' a g'j alle torri loro. E 
anno data egli promessa di giovarli con le proprie forze, onde 
121 '• mandare a termine una tale risoluzione, que' Brucellesi 
si unirono col conte Oberto, uscirono di Gavardo, ed 
ora penetrando un paese, ora l'altro distruggevano 
quanto trovavano che fosse di ragione di alcuno degli 
aderenti al Casalalto, e così saccheggiando, abbatten- 
do, incendiando, e via per le campagne devastando i 
seminati, e sradicando le viti ed ogni albero fruttifero, 
procedettero sino presso le porte della città (i). 

Il conte Narizio spedì Alberto della illustre famiglia 
de' Concesii (2), indi Girardo dell'altra cospicua dei 
Calchere ad intimare in suo nome a que' devastatori 
di cessare tantosto da quelle perfidie, di ritirarsi, ed 
a minacciarli del suo risentimento, caso avessero conti- 
nuato ad infierire. Fu quello un favellare ai sordi, onde 
egli, quantunque non gli andasse troppo a genio 
l'ambizioso carattere del conte da Casalalto, credette 
Necessario di convenire con lui, di unirne le forze, e 
di ribattere insieme le scelleraggini di quegli audaci. 
Il Casalalto andava a que' giorni maneggiandosi per 
essere eletto podestà di Brescia in compagnia del conte 
Iacopo Poncarali: e colta l'occasione della presenza 
del conte Narizio, desiderando di aggiugnerlo al suo 
partito, Io pregò di accettare egli ancora in compa- 
gnia del Poncarali e di se medesimo la podestarìa di 
Brescia: quasicchè quella magistratura avesse ad essere 



(1) Mss. cit. f. 47. 

(2) Malvet. Dist. VII. cap. roi: Albertus de prosapia qume 
dieta fuit de Concesio» erat quippe diebus illis apud cives hu» 
jus civitatis generatio satis praecipua. 



LIBRO YEKTESIMOPRIMO l3 ? ______ 

per le sue ambizioni conversa in un triunvirato, ag 

^iuuse però che sarebbesi lasciata al coute Narizio ogni ^P? 
plenipotenza, e che egli ed il Poncarali sarebbonsi della anno 
sola onoranza appagati. Rifiutava il Narizio in sulle 
prime di soggettarsi a quell'incarico, ma replicategli 
le istanze, e fatta egli considerazione che l' autorità po- 
destarile <rli avrebbe aperti più facili i mezzi di ren- 
dere a pace i Bresciani, chinò la fronte ed accettò, 
perlocchè l'anno 121 2 furono tre i podestà di Brescia, 
il conte Narizio da Lomelo, il conte Alberto da Ca- 
salalto ed il sig, Iacopo Poncarali (1). 

I podestà delle città di Lombardia non isdebitavano 
allora l'incarico loro gratuitamente, ma, siccome erano 
essi tenuti a mantenersi un conveniente corteggio, erano 
essi ancora rimunerati dal pubblico cou una conve- 
niente riconoscenza. Per uno statuto del consiglio ge- 
nerale venne non molti anni dopo fiso il corteggio del 
podestà di Brescia a quattro giudici, a due militi, 
cioè nobili assessori, a sedici armati a cavallo, ed a 
quattro fanti; e lo stipendio dei podestà medesimi era 
fissato in mille lire imperiali (2). Non mi è però dato 
di poter annunziare con sicurezza, se tutti e tre quei 



(1) Che il Lomellino, il Casalalto, ed il Poncarali fossero 
l'anno 1212 tre contemporanei podestà di Brescia è confer- 
mato dal Msif. ciLf. 47. - dal Cronac. di s. Gio. all'ann. \i 1*2. - 
E quel che è più, dalla risposta data pochi anni dopo da Giacomo 
da Sale, il quale interrogato dai Deputati della città eletti ad 
esaminare i possessori de' fondi che quella allora godeva nel 
territorio di Marianna, affermò essersi da lui fatto permutaci 
un certo fondo, et hoc fuit, disse, tempore Poteslariae Dmni 
?1 arisii. Dormii Alberti, et Dmni Jacobi de Poncarali. Uh. 
Volerla, fot 112. esistente nel pubbl. Archivio di Brescia. 
(«2) Statidum vetus Brixiae manuscriplum. j. 6b\ 



anno 

1212 



^^ 1 3S LIBRO VER TESIMOPIUMO 

== contemporanei fossero ad un per uno tenuti ad un par- 
G°c! tÌC ° Iare corte SS io > e tu tt ; e tre ricevessero dal pubblico 
una speciale pensione; ovvero, come lo è più proba- 
bile, se tutti e tre si giovassero nel pubblico palagio 
di un corteggio solo, e si dividessero scambievolmente 
una sola pensione. 

§ 20. Vero o falso che il fosse, raccontavasi allora 
pubblicamente, e dalla più parte ancora credevasì, es- 
sere stato il vescovo Giovanni Palazzi che aveva inci- 
tato il conte Oberto da Savallo ad entrare colle sol- 
datesche valligiane in Gavardo; ad unirsi coi Brucel- 
lesi che stanziavano in quel castello, ed onde inter- 
rompere le trattative di pace, ad esercitare le euunziate 
perfidie e devastazioni. Quindi i tre nuovi podestà, 
appena assunto l'affidato ministero, replicarono al som- 
mo pontefice le querele contro quel vescovo, le docu- 
mentarono formalmente, perchè le avessero ad essere 
credute, e ne supplicarono provvedimento. II santo pa- 
dre non potè allora a meno di nou passare ad una 
risoluzione decisiva; e per mezzo di un breve del dì 
4 agosto dell'anno 1212, commise ai legati apostolici 
i vescovi di Verona e di Vercelli, ed a Nicolò Maltra- 
versi vescovo di Reggio di esortare destramente, e di 
persuadere al vescovo Palazzi di rinunziare la cattedra 
di Brescia, e caso avess'egli a rifiutarsene, Io depones- 
sero dalla medesima in suo nome, non allegando però 
cause disonoranti la dignità ecclesiastica, ma solo quei 
motivi che aveva quello stesso vescovo allegati in al- 
tro suo scritto di rinunzia, non allora accettato, cioè 
la troppa età, la mala salute, e la oguora crescente 
balbuzie; e che poscia ne elegessero e ne consecrassero 
un altro in sua vece. Ma la provvidenza del cielo li- 
berò quel prelato da una tanta vergogna, poiché frat- 



LIBRO VEINTESIiMOiTilMO fi ?9 ^^ 

tanto passò naturalmente ad altra vita in casa del coute ===== 
Longino a Bovcgno il di 3 agosto 181 2, cioè appunto g»Jg 
il fiorno innanzi che il pontefice Innocenzo III avesse anno 

O I 2 1 Q« 

ad emettere l'enuuziato Breve (1). 

Mentre la Deputazione indirizzata dai nuovi podestà 
di Brescia a Roma stava aucora supplicando dal Pon- 
tefice provvedimeuto a quanto domandavano, que' po- 
destà medesimi, raccolto un forte nerbo di truppe, ed 
affidatone il comando ad uno di essi, cioè a Iacopo 
Poncarali, a lui commisero di slanciarsi contro le ma- 
snade devastatrici condotte dal conte Oberto da Sa- 
vallo, e gli aggiunsero che dopo avere liberate da 
quelle la provincia, dovesse demolire ogni fortifica- 
zioue di Gavardo. Quello da Savallo che aveva pre- 
sentito il rombo di quella minaccia, non istelte ad 
aspettarne lo scoppio, e seguitato non semplicemeute 
da' suoi valligiani, ma da que' Brucellesi aucora che si 
erano con esso lui associati, si ritirò. Il Poncarali, non 
iuterrotto da alcun contrasto, giunse a Gavardo, dove, 
secondo il convenuto co' suoi compagni, fece demolire 
le mura di quel castello, perchè non avessero più ad 
essere un asilo di genti facinorose (2). 



(1) loan. Brixen. Episc. qui dicebatur de Palatio die tertio 
infrante Augusto mi gravi t de hoc secalo ann. Uni. 1212, In' 
dicL XV. tosi la Cronaca di Bologna, pnbbl. da Muratori, 
T. XVUl» Rer. Italie, e con miglior precisione 1' anonimo 
cit. Mss. f. 49- 

(•2) Quel fatto è raccontato Hi tale maniera rial cit. Anon. 
Mss. f. 37, e confermato dal Cronac. di s. Pietro, che all' ann. 
WCCXll, scrive; Castruin Gavavdi caplum et destructum; è 
confermato ancora dal Cronac. di s. Giovanni all'anno stesso 
con queste parole: Comes flarisius, et co. Albertus, et Ja- 
cobus de Pontecaralì potcstates Basic ..... et Gayavdus ab eis 



anno 
1212. 



i4o LIBRO VENTESIMOPimiO 

II Poncarali dopo avere atterrale le mura di Ga- 
G ^> varilo tornò in città, seguitato dalle sue milizie, dove 
insieme con gli altri suoi due consorti continuò a reg- 
gere le cose pubbliche. E quantunque le fazioni bre- 
sciane non irrompessero frattanto ad alcun tratto osti- 
le, ma, come fiacche dall'ire, se ne giacessero neghitose; 
per quante industrie andasse pur tuttavia tentando il 
conte Narizio onde rappattumarle, non potè mai averne 
il sospirato intento: e di ciò ne fu precipuo motivo; 
perchè non era il Narizio congiunto in piena confidenza 
col suo consorte il conte da Casalalto, e perchè la fa- 
zione avversaria, quantunque ne conoscesse l'ottimo 
carattere, nudriva però alcuni sospetti contro di lui, 
per avere egli accettata la podesteria di Brescia in 
compaguia di quel conte. 

Procedeva intanto all'occaso l'annuo reggimento po- 
destarile del Narisio, del Casalalto e del Poncarali, 
e radunatosi il pubblico consiglio, dietro deliberazione 
di quello venne a que' tre contemporanei podestà so- 
stituito Ponzio Amati da Cremona, personaggio, per 
molte podestarìe in altre città onorevolmente occupate, 
commeudatissimo. 

^ Per la morte del vescovo Gio. Palazzi rimase più e 
più mesi vacante la cattedra episcopale di Brescia, 
quando il vescovo di Reggio Nicolò Maltraversi, il qua lJ 
aveva potentissime aderenze in questa città, descrisse 
con una sua lettera ai Bresciani il parroco della sua 
cattedrale Alberto, e lo dipinse adattissimo a reggere 



captus et destructus. — E Malvezzi Disi. VII. cap. g U super 
Gavardum intiere deliberai, faclumque est sic, et victum ab 
&s, funddus deslruxerunt. Erat enim dies Ma, dies Festi 
Apost. Peci et Pauli, Regebant enim tane Rempublicam, de. 



LIBRO VEINTESIMOPKIMO i|i 

in quelle difficilissime circostanze il vescovato di Bre- ' ' """""'- 

scia. Dietro tale raccomandazione data da un prelato Dopo 
riputatissimo, Alberto da Reggio fu nominato ed eletto anno* 
vescovo di questa diocesi, e uè fece solenne 1' ingresso 121 ^' 
il giorno 22 maggio I2i3 (i). 

§ 22. I Brucellesi ebbero a que'giorui avviso che i 
Casalallo, dietro incitamento e mediazione del podestà 
Ponzio Amati, avevano pregato sussidii da que'di Cre- 
mona, ond' eglino paurosi che se le osti avessero ad 
ottener que' soccorsi, potessero essere dalle forze pré- 
pondéranti dei medesimi soverchiati, si volsero a quei 
di Milano domandando aiuti. I magistrati di quelle due 
città supplicate separatamente da due diverse fazioni 
bresciane favoreggiarono le avute istanze; e sì gli uni 
che gli altri addirizzarono un valido corpo di solda- 
tesche in difesa di quel partito, del quale avevano 
assunta la protezione. Appena i Casalalti ed i Brucel- 
lesi furono rafforzati dalle milizie di quegli ausiliarii, 
uscirono impavidi da ogni fortilizio, ed andarono ad 
accamparsi di fronte circa settecento passi a ponente 
di Leno, dove fissarono scambievolmente il giorno di 
rompere all' attacco. 

Quando a quell'epoca le schiere belligerauti non 
erauo tratte dalla circostanza a subito azzuffamento, 
locchè avveniva d'ordinario per uno scontro fortuito, 
ma era di consenso di ambe le parti ostili fissata l'ora 
ed il luogo in cui dovevasi irrompere a battaglia: nei 
giorni precedenti il conflitto, dall'una e dall'altra delle 



(i) Vomnus Albertus regie prepositus, et electus episcopus 
Brìssie venil eodem anno die Mercurii X exeunt. madii, in 
quo est fé slum s. lulie, et Pigìi. Ascensioni*. Chronic. di s. 
Gio. all' ann. MCCXIII. 



142 LIBRO VEMKSIMOPK1MO 

*"*^^ parti ostili erigevausi concordemente fra gli scambie- 
Dopo vo |j cam pi una rotonda ed alla prominenza di terra, 
anno che dicevasi motta, sopra la quale appese a lunghe 
1 * 1 * aste confitte nel suolo, spiegavano i cartelli di sfida, detti 
dagli antichi Romaui Tabulas (i), spiegavano le ban- 
diere scambievoli, piantavano alcune lancie sopra le 
quali erano confitti guanti militari, elmi, usberghi, 
scudi ed altri arnesi di tal fatta (2). In quell'occasione 
venne elevala la motta, nella contrada campestre di 
Leno detta Lnmaghina, motta detta di presente la 
monticella; e dopo avere sopra di quella eretti i so- 
pra esposti arnesi, la barricarono de' consueti valli, indi 
il mattino 2 giugno, che era il giorno della Penteco- 
ste, fra i Brucellesi ed i Casalalti, e gli scambievoli 
ausiliarii in quel luogo si attaccò la battaglia; e fu 
quella la prima volta che quelle due fazioni bresciane, 
già contendenti da oltre due anni, si avessero ad az- 
zuflare. Non può dirsi quale delle due sia stata la 
vincitrice; è però certo che moltissimi e dell'una e 
dell'altra parte perdettero sul campo la vita, che altri 
ben molti giacquero feriti si diedero prigionieri (3); 
e che dopo il couflitto i Casalalti ritornarono parte in 
città e parte nelle castella del contado che loro per 



(1) Veggasi fiorai. Semi. Lih. 1. vers. i5. Sat. 4. 

(2) loannes de Collemedio in Vita B. Ioannis Episc. 3fo* 
rinorwn, cap. 6. n. 2 5. 

(5) Die Dominico secundo infrante Iunio pro.v. in quo fuii 
beati ss sia Pentecostem, fuii magnum bellum inter medio/a- 
nenses et pars illorum qui exierant de civilate Brissie ex una 
parte, et cremonenses et brixienses qui remanserant in c'ivi- 
tate ex altera, juxta castellum Leonem, et sunt capti et mor- 
tui lune inde. Croq&co di s. Giovanni all'anD. MCCX1II. 



LIBRO VENTESMOPRtMO i43 

lo iunauzi appartenevano; e che ugualmente i Brucel- ^"*"""" 
lesi ne' pristini loro paesi si ritirarono. Do P° 

§ 23. Le discordie, le ire, le pugne degli abitauti anno 
di questa provincia straziavano il cuore dell'ottimo 121 ^' 
nuovo vescovo della medesima Alberto da Reggio, onde 
egli teuevali tutti con fervorose ed indefesse preghiere 
raccomandali a Dio, e per non emettere pur ombra di 
alcuna parzialità conservava una scrupolosissima indif- 
ferenza in que'dissidii; sciogliendo però frattanto con fer- 
vidissimo zelo gli ufficii del suo ministero, andava ogni 
giorno crescendosi la riverenza e l'amore di ambi i 
partiti. Giovatosi quegli allora di una tanto favorevole 
circostanza, cominciò a parlare di riconciliazione ed 
agli uni ed agli altri, e lo fece con esito così felice, 
che fra non molto la persuase perfino ai più caparbii. 
Pervenuto ad un punto così avventurato, ed i Casa- 
lalti ed i Brucellesi a lui diedero spontaneamente la 
facoltà di estendere le condizioni della pace che ambi 
avevano promessa, e ne lo garantirono con uno scam- 
bievole atto legale di compromesso irrevocabile. 

Il vescovo Alberto munito di tali facoltà il giorno 
27 ottobre dello stesso anno convocò ed i BruceTTest 
ed i Casalalti in un gran prato, dello Qar dello rie , sul 
tener di Yerziano, dove aveva già per lo innauzi fatto 
disporre ogni preparamento necessario per la convoca- 
zione di un trattato. Fatto ivi leggere ai radunati dal 
suo cancelliere e notaio lo strumento di pace che aveva 
egli stesso dettato, l'ultimo articolo del quale minac- 
ciava lo sborso di ventimila marche d'argento a chiunque 
osasse d'infrangerlo (1), ebbe la dolcissima compiacenza 



(1) Eodem anno die lovis. F> exeuntt Octubr. in prato gar- 
fotoni facto, est pax Inter filios Vrnni Boccacci cum omnibus 



144 LIB ^ YÉSTESlMOPRilllO 

— di vedere que' dissidenti faziosi accettarlo giulivi, sol- 

Dopo toseriverlo; iudi raccongiungersi le destre, dividersi scaui- 
antio bievoluieute i baci, e rientrare insieme nella città. 
1210. Siccome il podestà Ponzio Amati, mentre infierivano 

quelle fazioni, erasi vivamente adoperato onde ottenere 
dai Cremonesi soccorsi alla parte Casulalta, e dopo fer- 
mata quella pace non avrebbe potuto godere la confi- 
denza di quelli dell'avverso partito, rinunziò prudente- 
mente al magistrato che occupava, e ritornò a Cremona 
sua patria. Reso di tale mauiera vacante lo scrauno 
podestarile di Brescia, venne a quello per concordi 
sentimenti elevato il vescovo Alberto, siccome qaello 
che per le bellissime doti della meule e dell'animo, e 
più assai per le riconciliate patrie discordie era al 
cuore di ognuuo commendatissimo. Quel vescovo accettò 
ancor quell' impegno, e sciolse con tanto accorgimento 
e virtù e le funzioni ecclesiastiche e le civili, che venne 
1214. poscia meritevolmente nominato padre della, patria (1). 
§ 24. Dopo di avere quel vescovo compito l'anno 
del suo reggimento podestarile, stomacato di alcune so- 
perchierie di autorità e di pretese che audavausi di 
giorno in giorno connettendo dagli ecouomi ecclesiastici, 
i quali óixovófLoi, dicevausi comunemente allora anco 
A vicedomini* pubblicò un decreto, col quale ne fissò i 

i'2i5. doveri e le riconoscenze (2); indi mosse a Roma, dove 

illis qui exierant de civitate ex una parte, et Mi qui in ci- 
vitate remanserant ex altera, sub pena XX* millia marcarum 
argenti, per Dmnum Albertum de Regio episc. et pot. Brissie. 
Cronaco di s. Gio. all' ann. MCCX1I. 

(1) Mss> cit. /. 52. 

(2) Quel decreto conservasi autentico nell'Archiv. Vescov. di 
Brescia, e si è ancora pubblicato da Gradeuigo, Brix. Sac» 
pag. 24, ti seq. 



LIBRO VENTESIMOPRIMO i45 

intervenne al' IV consiglio di Laterano convocato onde 55155^ 
eccitare i fedeli a seguitare le crociate contro i Sara- p°P? 
ceni, onde ripetere le condanne contro alcune sette di anno' 
manichei, ed onde riparare ad alcuni ecclesiastici abu- l21 ^ 
si (i). Uscito il vescovo di Brescia Alberto da quella 
sacra aduuauza, la quale erasi cominciata il dì 1 1 no- 
vembre i2i5 e sciolta il dì 3o dello stesso mese, 
tornò a Brescia, dove pubblicò alcune sacre costituzioni, 
che tratte da autentici documenti dell' archivio vesco- 
vile sono state prodotte al pubblico da Gradenigo. 
Poi, seguitando 'gli eccitamenti avuti dal concilio IV Ann ° 

° ° * I2IO. 

di Laterano, quel vescovo di Brescia, cinto l'usbergo 
e brandite le armi, unitamente ad Arrigo da Settata 
arcivescovo di Milano ed ai vescovi di Reggio e di 
Faenza, assunse il capitanato de' crocesegnati italiani, 
e mosse con quelli a guerreggiare per la ricupera dei 
luoghi santi (2); dalla quale impresa tornò pochi anni 
dopo: e, secondo è fama, portò a Brescia la Santissima 
Croce del Campo, che si venera ancora con vivissima 
divozione, ed il prezioso stendardo dell' oro-fiamma, 
che già da lungo ha dovuto cedere alle ingiurie dei 
secoli (3). 



(1) Labbeus, T. XI. pari. 1. Concilior, 

(2) Gradenigo, Brix. Sacr. f, 243. 

(3) Veggasi addietro l'appendice sopra le SS. Croci di Bre- 
scia, Lib. X. § 22. 



Yat. IV • io 






LIBRO VENTESIMOSECOINDO 



§ i. JLia pace ricuperata dal Bresciani per le sokfigggg 
lecitudini del vescovo Alberto rendette a calma la prò- *?°P? 
vincia, e richiamonne gli abitanti alle industrie, alle anDO 
arti ed a quanto poteva mai essere loro di onore, di 1217. 
sicurezza, di giovamento; e le sagge maniere ond'ebbe 
quel vescovo a sdebitare in Brescia gli uffici di pode- 
stà accostumarono gli animi alle dolcezze della concor- 
dia ed alla pratica delle sociali virtù. Cessò quel ve- 
scovo dal reggimento dell' autorità civile, mentre erano 
consoli di questa città Uberto Gambara (1), Stefano 
Torbiati, Tommaso Poncarali e Lanfranchino Sala; e 
non più ratteneudosi quel vescovo che la suprema au- 
torità ecclesiastica della diocesi, per deliberazione del 
consiglio generale venne eletto podestà di Brescia il 



(1) Io. Andreas Astezati, in Notis ad Diplom. Imp. Henric* 
VI. pag. 26. 



i48 LIBRO YEHTESIMOSECOHDO 

- '" ■'" coute Lottarlo Martincngo, il quale, dietro pubbliche 

D°po istanze, venne obbligato a rattenere quell' incarico tre 

auu0 * anni interi consecutivi (i). 

«»& § 2. Sino da quando era questa provincia signo- 

reggiata dall'impero Romano, e singolarmente quando 
si diede l'atroce battaglia fra le armate degli' impe- 
ratori Ottoue e Vitellio; e dopo l'altra pure sangui- 
nosissima fra le falangi dello stesso Yittelio, e quelle 
dell'augusto Vespasiano condotte da Antonio il Becco, 
era stata distrutta l'antica cittadella Ceuomaua detta 
Bedriaco, celeberrima presso agli antichi geografi (2); e 
per quel dirroccamento aveva questa provincia perduto 
da quel lato un forte baloardo presso ai confiui. Posta 
tale cosa a considerazione nella raduuanza del consi- 
glio generale di Brescia, venne di pubblico consenti- 
mento stabilito di farsi erigere un nuovo e forte ca- 
stello dove scoprivausi ancora alcune rovine deli' an- 
tico Bedriaco, alla costruzione del quale diedesi dai 
Bresciani opera prontissima, dietro l'immediata sorve- 
glianza dei podestà Lottano Martineugo; e ridotto che 
fu quel castello a termine, che lo fu fra non molto, 
diedesi a quello il nome di Canneto, e fu ivi dalla 
città trasmessa una colonia di abitanti ed un valido 
presidio (3). 



(1) Malvet. Dist. VIL cap. 9 3: Lothoringhius de Martinen- 

8° *nnis tribus res pubblicas gerens multa ad comma- 

dum et patrie decus prospere gessìt. 

(9.) Praeier ceteros Culverius, Ital. antiqua, Lìb. /. cap. i5. 

(3) Ciò è chiaro da un documento rapportato a f. 12 e t5 
del Libro Poteris esistente nel pubbl. Archiv. della città; ed 
è confermato da Malvezzi, Distinti. VII. cap-, 9 3; e dal Hav. 
Baitelli. Allegazione cit. f. 6. del Mss. ch'io tengo. 



LIBRO VENTESIMOSECOUDO i4 9 

Mentre i Bresciani adoperavausi per la costruzione 



di quel castello, desiderosi, oltre alle opere di sicurez- Dopo 
za, di porgere eccitamento ancora al patrio commer- anno 
ciò, e di rendersi più facile l'esito di que' prodotti che i 2 *8. 
alla provincia sovrabbondano, e l'acquisto degli altri 
dei quali ne va difettosa, istituirono in questa città un 
pubblico mercato (i); così almeno ne lo racconta l'a- 
nonimo ed antico autore della cronaca di s. Pietro. 
Mi sembra però non essere fuor di proposito il cre- 
dere che quel mercato pubblico in Brescia non abbia 
allora avuto una primitiva istituzione, ma che non ab- 
biasi allora dalle magistrature fatto altro che riavvivare 
quelle pubbliche negoziature che si erano già in Bre« 
scia nella piazza Mercato nuovo fino dall'anno ny3 
incominciate, e che, per le acerbe vicissitudini dei tempi 
posteriori, avrannosi forse abbandonate. 

§ 3, Il patriarca s. Domenico, primo istitutore del- 
l' ordine dei frati predicatori, venne a que' tempi in 
questa città. Quello zelantissimo Castigliano aveva al- 
lora già ottenuto dal sommo pontefice Onorio III la 
approvazione del suo nuovo istituto (2): ed andava 
percorrendo le nazioni, ed a tutt' uomo adoperava si 
oude propagarlo quanto il più lo poteva. I Bresciani 
accolsero quel santo oolla debita ospitalità e riverenza, 
concorsero a folla, attesero a bocca aperta alle ferventi 
sue predicazioni; e, quello che è più, acconsentirono al 
desiderio che egli loro significò di istituire in Brescia 
un convento di frati del nuovo suo ordine. Per una- 



(1) Crooac. di s. Pietro, all'ami. MCCXVIIL Factum est 
mercalum in Castro Brissie. 

(7) Bullarium Honorii HI. n. 2. 



,5* LIBRO YEHTESIMOSECONDO 

—— ■ nime consenso delle autorità civile ed ecclesiastica venti» 

P°P° a lui per tale uopo accordata la chiesa allora subur- 

anno bana de' santi Faustino e Giovita ad sanguinem, detta 

1218. Ji presente s. Afra, oltre le adiacenze della medesima, 

cioè eli orti del vescovo san Latino. Ivi san Domenico 
o 

collocò la prima colonia bresciana del nuovo suo or- 
dine, ne destinò direttore il frate Gualla bresciano di 
origine, e la sottopose alla immediata autorità e sor- 
veglianza del vescovo ordinario della diocesi (i). 

§ 4- H podestà Lottarlo Martineugo desideroso di 
togliere a' suoi concittadini ogni ulteriore causa di con- 
trasto coi bergamaschi, di concerto coi Deputati di 
quella città, e dietro i patti segnati nell'ultimo trat- 
tato di pace colla medesima, fece assicurare con ter- 
miui di pietra i seguali di confine fra i territorii dei- 
Anno l'una e dell'altra provincia, dove erano necessari*!. Ed 
12I ^ # in quella occasione si piantarono lungo le stesse con- 
trade di Volpino, paese che era allora assai più spa- 
zioso e ridondante di abitatori che non lo è di pre- 
sente, i marmi sculti ad un lato con gli stemmi di 
Brescia, ed all'altro con quelli di Bergamo (2). 

Compito finalmente quel conte Martiuengo con pub- 
blico applauso il triennale suo reggimento podestarile, 
1220. veune surrogato a queir incarico U conte Uberto Gam- 
bara (3), al quale succedettero l'uno dietro all'altro 
. ■ ili , « i 

(1) Concessìl Dno Epipo Brixiensi, ut quidquid fecerìt vel 
ordìnaverit, illud prò rato et firmo teneatur. Documento auto- 
grafo tratto dall'Archivio de' frati Domenicani di Brescia, e 
pubbl. da Gradenigo, Brixin ò'acr. pag. 244. 

(2) Lib. Poteris,/. 17 e 081. 

(3) Malvet. Dist. VII- cap. o,3. Non devesi confondere que- 
sto Uberto Garabara, coli' altro dello stesso nome, che fu ono- 
rato della porpora cardinalizia presso il meriggio dei sec. XVI. 



LIBRO YEimSIMOSECONDO i5i 

Lanfranco Poncarali, e Raimondo Ugoni, tutti e tre I 
personaggi che, pochi anni addietro, avevano occupato ^°P° 
insieme in questa città il consolato. Le cose di Brescia anno 
andavano allora procedendo così prosperamente, che 1220 « 
senza punto crescere gli ordinarii tributi, la città fece 
allora restaurare quelle castella della provincia che più 
ne abbisognavano, munirle delle convenienti guarnigioni, 
e siccome rilevasi dai documenti del pubblico archivio, 
crescere i redditi pubblici per mezzo di grandiose in- 
vestiture (i). 

§ 5. Rambertiuo Ramberti fu il destinato a succe- 
dere nella dignità podestarile a Raimondo Ugoni, e ne 1223. 
salì Io scranno il giorno 39 giugno I2a3. Dietro sta- 
tuto del consiglio generale venne allora riassunta la 
continuazione della fabbrica del pubblico palazzo di 
Broletto, la quale era già stata inwminciata da circa 
36 anni (2), e dopo essersene ridotto a termine un 
buon tratto nèll' angolo fra meriggi© ed occaso, ed 
aversi gettate ancora le fondamenta della torre del 
popolo, detta volgarmente del Pegolo, per le asperri- 
me vicissitudini dei tempi, erasi quella fabbrica lasciata 
in abbandono. Onde continuare la costruzione di quel- 
1' edificio, oltre le case dalla città per lo innanzi com- 
perate dall'illustre capitolo del Duomo, dovette altre 
acquistarne che erano in quel circondario, e singolar- 
mente dalle famiglie Lavellongo e Poncarali, dall' abate 
di s. Faustino e da altri (3); e. nella compera che la 

■ ■ ■ ■ « ■ « ■ 1 ma II r » ■ Ili ■ ■ 

(1) L'istrumento di quegli acquisti conservasi nel Lib. Po- 
teri* f. 4*25. 

(2) Veggasi addietro il § 6. del Lib. XLX. 

(3) Gli atti di quegli acquisti s ouo citati da Zamboni nelle 
note al Lib. 2 della sua Opera so pra le Pubbliche Fabbriche 
di Brescia. 



i5i LIBRO VENTESIMOSECOUDO 

^ M "* M ** città allora fece di quelle case, onde poter erio-ere 
*?°P° nello spazio occupato delle medesime il palazzo di 
anno Broletto, avvenue un caso che merita di essere ricordato 
Un ricco cittadino aveva una piccola casa a destra 
della porta meridionale di Broletto, contigua alla quale 
sul fianco sinistro, cioè verso levante, un pover uomo 
aveva auch'egli la sua; quel ricco desideroso di ren- 
dere la propria più spaziosa tentò comperare quella 
ancora del meschinello; ma, non avendo quello genio 
di venderla, si rifiutò dal contratto, w L'uomo potente 
n (così lasciò scritto Zamboni (i) ) che ad ogni costo 
» contentar voleva la sua brama giunse colla frode 
« ad ottenere ciò che colla giustizia non poterà con- 
» seguire. Chiamò in giudizio il gramo producendo 
99 una carta falsa coutro di lui, il quale nou avendo 
99 autorità né modo di poter dimostrare le sue ragioni 
» contro alle soperchierie del ricco avversario, per 
99 sentenza del giudice fu condannato ad una tale ces- 
99 sione. Per poco tempo il fraudolento usurpatore ebbe 
» a godere del frutto del suo delitto, posciachè ve- 
» nendogli chiesti dai consoli i suoi fondi per eri- 
99 gervi Broletto, né volendosi questo muovere per al- 
» cuna preghiera che gli fosse fatta o per amore della 
9i patria a privarsene, cominciò a buccinarsi non so 
99 che della sua usurpazione, la quale essendo giuridi- 
99 camente rilevata dai magistrati, non solamente il 
9i povero cittadino fa risarcito intieramente della pa- 
99 tita violenza, ma il ricco, oltre alla perdita dei beni, 
99 fu condannato ad una morte infame ed ignominiosa 
il a norma degli statuti (2). E perchè ad ammaestra- 



(1) Zamboni, ivi, f. 11. 

{1) Codesto statuto.... sta al cap. ioa degli statuti criminali, 
dote è espresso della seguentemaniera: si quisfcceritvd fieri feccr'U 



LIBRO YENTES1MOSECOHDO t53 

» mento universale si conservasse una perpetua me- — — ^^ 
« moria di questo fatto, fu fatta scolpire una testa ~;°V? 
» umana coronata significante il ricco, che fu posta ad anno 
?> occidente della porta meridionale di Broletto, ed una I22 ^ 
» statua che esprime il povero cittadino avente in 
>» mano una carta, che fu collocata ad oriente della 
» porta medesima, dove amendue pur anco esistono, come 
« ognuno può chiarirsene ». 

§ 6. Per la pubblica tranquillità e per le utili ope- 
razioni dei cittadini andavano allora prendendo ogni 
giorno migliore incremento le cose di Brescia, quando 
al declinar del mattino del dì 25 dicembre 1222, 
mentre festeggiavasi la memoria del fausto nascimento 
del Redentore, un gagliardissimo terremoto conquassò 
orrendamente un gran tratto dell'alta Italia, e singo- 
larmente Brescia e tutto il bresciano (1), cosicché molte 
case e palagi e chiese per la violentissima scossa di- 



chartamfaìsam, capite puniatur, ita quodmoriatur,etejus corpus 
igne concremetur.... et in quolibel predictorum casuwn coronetur, 
etpingatur prò falsario ad palati um Comunis Brixiae. — Elia 
Caprioli Lib. VI aggiugne: che il reo innanzi di giungere al 
luogo del supplizio fu condotto per la cilici sopra di un asino, 
e colla corona in testa per maggior suo dispregio. INota dello 
Zamboni. 

(1) Terremotus sic magnus fuit, quod subdruit domos, tur' 
res, ecclesias, castella et civitates 3 quarum ruina multi mor- 
tale* oppressi sunt Brixiae et per ejus episcopatum, et fuil die 
Natalis \ini. Così la cronaca di s. Pietro. — Malvezzi all'op- 
posto, Dis». "VII cap. 96, e la Cronaca Padovana pubblicata da 
giuratori T. IV. Antiquit. Italie, riportano quella sciagura co- 
me avvenuta l'anno 1223; e così l'uno ebe gli altri scrissero 
il vero, perchè le scosse di quel terremoto essendo state ripe- 
tute pei decorso di più mesi hanno tonneulalo insieme e l'anno 
antecedente ed il successivo. 



i54 LIBRO VENTESIMOSECOSDO 

•occarono, lasciando ad un colpo morte e sepolte sotto 

Dopo j e rov i ue innumerevoli persone. Né queir infortunio 

anno spiegossi allora una sola volta, ma dopo quel giorno 

12-20. velluer0 p e l decorso di più mesi ripetuti e ben sovente 

i sussulti della terra di maniera, che esterrefatte le 

genti non più fidavansi di abitare le proprie case, ma 

paventandone rovescio, o ergevansi capanne silvestri, o 

sotto le piaute medesime della foresta trapassavano le 

notti (i). 

JXoa avevano per anco i Bresciani tranquillato pie- 
namente l'animo da quelle paure, che, come si fossero 
aperte sopra di questa proviucia le cateratte del cielo, 
traboccarono dirottissime ed incessanti piogge, onde 
Anno f a tti rigonfi i fiumi strariparono, ed allagate quasi per 
ogni dove le campagne mentre biondeggiavano le mes- 
si, le dissiparono, le marcirono, e calate alla fine le 
inondazioni necessariamente succedette a quella fune- 
stissima alluvione una terribile carestia (2). 

L'aria corrotta dalle guaste evaporazioni tramandate 
dal fermento delle materie per lo straordinario alla^a- 
mento infracidate, e la debolezza estrema alla quale 
la susseguente penuria aveva ridotti i viventi, erano 
allora due potentissime cause, per le quali, dietro il 
corso ordinario degli eventi, doveva ognuno paventare 
Anno una terribile pestilenza. Né andarono errate quelle pau- 
\nb. re j p el . [) Uoua ventura però non venne allora percossa 
da alcuna epidemia contagio l'umanità, e que' morbi 



(1) Malvet. Dist. VII. cap. 96. Terremotus adeo frequentes 
et terribiles fuerunt, ut plurimi, quinimmo fere omnes deser- 
tas domos re/inquentes, in campestribus habitarent. 

(2) Ingens fames. frumentoni prò sextario sol. i4» vende 
batur, Cronac. di s, Pietro all' ann. 1224. 



LIBRO VENTESIMOSECOHDO i55 

terribili si scatenarono solamente contro agli armenti 
bovini, ai pecorini ed ai pollami (1). P°ì? 

§ 7. E la città di Brescia e 1! illustre famiglia dei auno * 
signori Ugoni possedevano a que' tempi in Marianna, I22 ^* 
paese allora addetto a questa ed ora alla provincia di 
Mantova, spaziose tenute, e molte giurisdizioni feudali, 
le quali, per essere di promiscuo diritto, cagionavano 
di sovente non leggieri dispiacenze fra la città e quella 
cospicua famiglia. Rambertiuo Ramberti, il quale, per 
avere sciolti con molto onore in Brescia l'anno 12 23 
gli uffici di podestà, era informatissimo di que* disor- 
dini, promosso tre .anni dopo alla medesima magistra- 
tura, e desideroso di togliere la causa ad ogni dispia- 
cenza ulteriore in tale rapporto, propose alla città ed 
alla euunziata famiglia una divisione di quelle giuri- 
sdizioni e possidenze. Quella proposizione fu accolta 
volonterosamente da ambe le parti; anzi fu da quelle 
eletto il Ramberti arbitro scambievole: ne assunse egli 
T impegno, e per opera sua si stipulò lo strumeuto le- 
gale di quell'atto divisionale (2). 

L' unanime concordia dei cittadini reca così grande 
giovamento alle assunte pubbliche imprese, che ad 
onta de' gravissimi disastri, ai qua?i era andata sog- 
getta questa provincia negli ultimi anni trascorsi, la 
fabbrica del palazzo Broletto, che era stata riassunta 1227. 
solamente quattro anni addietro, venne condotta a tale 
avanzamento che l'anno 1927, mentre Pagano della 



(1) Cronac. soprascritta, all'ano. 122S. Magna morlaìilas 
buvum, pecudum, et puUorum. 

{1) L'atto di quella divisione fra i conti Ugoni e la ritta è 
dato il giurno 5 giugno 1226, e conservasi in Archiv. Lio. 
Poleris, f. 227. 



i56 LIBRO VEMESIMOSECOKDO 

55 Torre, successore del Rambcrti era podestà di Brescia, 
G^C° ^ pubblico consiglio non venne già raccolto, siccome 
anno erasi costumato per lo innanzi, nella piazza delle con- 

I 227 • i • 

'* cioni, che era una piazzetta dove ora è il centro della 
piazza del Duomo, non nella basilica di s. Pietro, od 
iu altra chiesa siccome costumavasi, ma in una gran 
sala del nuovo palazzo del Comune (1). 

§ 8. Rimasto per la morte di Ottone IV vacante il 
seggio imperiale, Federico re delle due Sicilie, principe 
accortissimo, di molta attività e di non minori ambi- 
zioni, quantunque giovinetto ancora, seppe maneggiarsi 
con tanta destrezza presso i magnati germanici, ed al- 
lettare così vivamente il pontefice Onorio III con ripe- 
tute promesse di vigorosi sussidi ai crocesegnati che 
combattevano in OiicuU, che sebbene per le aspre ma- 
niere onde reggeva i suoi popoli (») non fosse di troppo 
all'animo de* sudditi raccomandato, venue ciò non per- 
tanto eletto e coronato imperatore. Le città della su- 
periore Italia, che ben conoscevano il carattere e l'in- 
traprendenza di quel nuovo Augusto, paurose che avesse 
egli od un giorno o V altro a teutar di spogliarle della 
libertà che gode/auo, studiarono di rinnovare la fa- 
mosa lega lombarda, onde mettersi in grado di soste- 
nere con maggiore fermezza que' diritti che gli impe- 
ratori Federico I, Arrigo VI ed i loro successori ave- 
vano alle medesime concisi e confermati. Quindi Mi- 
lano, Bologna, Brescia, Verona, Piacenza, Mantova, Faen- 



(i) In Palalio novo Comunis Brixiae. Ciò è chiaro per un 
chirografo pubblicato da Muratori, Antìquit. Medii JEvi, T. IV. 
Dissert. 55. Col. 7 55. E da Zamboni, Pubbl. Fabb. di Brescia, 
cap. 2. f. io. 

(2) Murat. Anna!. Tom. VII. f. \{%. 



LIBRO VENTESIMOSECONDO i5 7 

xa, Lodi, Vercelli, Bergamo, Turino, Alessandria, Vi- - 
cenza, Padova, Trivigi spedirono i loro rappresentanti Do P° 
a Moso, paese che allora apparteneva al distretto bre- anno' 
sciano, ed ora a quello di Mantova, dove, raccoltisi in 122 7* 
congresso nella chiesa di santo Zenone, rinnovarono 
quell'alleanza per 25 anni avvenire, e ne stipularono 
l'istrumento (i). A quella rinnovata confederazione, sic- 
come è chiaro dalle lettere del pontefice Onorio IH, si 
aggiunsero poscia Ferrara, Crema, il marchese di Mon- 
ferrato, i conti di Biandarte, altre città e signori, e fra 
gli altri lo stesso Ecelino da Romano (2). 

Per quella confederazione non venivano violati di un 
punto i diritti dell' augusto sovrano, perchè la era ap- 
poggiata a ripetute concessioni imperiali; nondimeno 
Federico, che era allora nel ducato di Spoleti, sentilla 
aspramente e commise ai popoli, fra i quali viveva, di 
armarsi e di seguitarlo in Lombardia. Quelli rifiutaronsi 
di obbedirlo, qualora non fosse ciò ordinato loro im- 
mediatamente dal sommo pontefice. Rifiutossi il san- 
to padre di emettere mandato alcuno in tale propo- 
sito; la qual cosa diede causa a moltiplici lettere di 
scambievole lamentela fra papa Onorio III e l'impera- 
tore Federico (3). 

I rettori della lega lombarda vennero avvisati di 
quauto passava fra V imperatore ed il papa; per la qual 
cosa assicurati di quanto andava Federico tentando con- 



(1) Quell' Istrumento è pubblicalo da Sigonio, De Regno 
italico, Lib. XVIL 

(2) Verri, Storia degli Ecelini, T. 1. f. i4. starap. in Bassano 
r anu. 1779. 

(3) Odorico Rainaldi, in Annalib. Ecclesiast. ad ann, 1226, 
ha pubblicato quelle lettere di Papa Onorio HI. 



i58 LIBRO VENTESMOSKCONDO 

— — ■ tro di queste province, studiarono pcssibilmeiite i mezzi 
Do P° di unirne sollecitamente le forze, procurando ri conci» 

c c 

anno* liazione fra quelle città lombarde che erauo agitate o 
122 7- da guerre alterne o da semplici dissidenze civili. Per 
la interposizione di que' saggi rettori gli Alessandrini 
e gli xistigiani, i primi de' quali erano sussidiati da 
que' di Milano, ed i secoudi dai Genovesi vennero a 
pace; per la iuterposizioue stessa i Ferraresi si ricon- 
ciliarono con que' di Modena, ed i nobili di Piacenza 
coi popolari di quella città (i). 

§ g. Il pontefice Onorio III, il quale aveva dati grandi 
eccitamenti alle città lombarde, onde si avessero a riu- 
nire in lega, e di concerto coi rettori della medesima 
erasi ancora vivamente adoperato onde rendere a pace 
molte di quelle contrastanti città, mancò di vita il giorno 
18 marzo 1227; ed il suo successore Gregorio IX, ani- 
mato da un' uguale filantropia, destinò per tale oggetto 
Anno suo legato in Lombardia il bresciano frate Gualla, primo 
1228. direttore dell'ordine de' predicatori in questa città, e po- 
scia eletto vescovo della nostra diocesi. Quel saggio no- 
stro concittadino, adempiendo gli uffici della sua lega- 
zione, di concerto coi rettori della società lombarda ci 
con INicoìò vescovo di Reggio, calmò le ire che forte- 
mente ardevano fra i Bolognesi ed i Modenesi sussidiati 
dai Parmigiani, e fu quello che sopra di ogni altro si 
distinse fra quanti cooperarono alla pace di quelle bel- 1 
ligeranti città (2). 



(1) Ckronar. Vincent, apud Marat. T. XIF. Rer. italie- 
si) Venne stabilito quel trattato di pace, exeunte Novemb- 

MCCXXIX praesentibus frate Gualla Legato Pontificii 

in Lombardia. E Sìgonio ne ha pubblicato l'atto autentico, 
Lib. XP/ 11, Ve Regno Italico. 



LIBRO VEKTBSIMOSECORBfl ,5 9 

§ io. Le province ad oriente dell'Adige erano a quei ™~! 
giorni funestate da combustioni terribili. Il marchese *>°P° 
Azzo d'Este ed i conti Rizzardo S.Bonifacio e Giacomo f nt ? ' 
Camposampiero erano ardeutissimi partigiani della fa- ^9- 
zione dei Guelfi; ed i Montecchi di Verona all'opposto 
ed il ferrarese Salinguerra, ed ambi i suoi cognati Al- 
berico ed Ecelino da Romano primeggiavano in quella 
de' Ghibellini. Per quelle orrende fazioni Verona, Vi- 
cenza, Padova, Bassano, Feltre, Belluno, Trivigi ed al- 
tre città e castella di quelle contrade andarono sog- 
gette a fortissimi trambusti, e pel copiosissimo sangue 
che ebbesi a spargere in quella occasione, e per le de- 
rastazioni e pei diroccamenti e per gli incendii che ne 
successero, raccapricciarono non solo gli uomini di buon 
carattere, ma sino ì tristi. Il frate portoghese s. Anto- 
aio perorò allora gagliardamente onde attemperare quel- 
'ire; per lo stesso oggetto adoperossi a tutt uomo il 
Jeato Giordano, rettore di s. Benedetto di Padova; e 
a repubblica veneta avviò ella ancora Matteo Bono e 
forco Quirini perchè dovessero tentare in suo nome .di 
Conciliare quegli animi inferociti. Le interposizioni di 
fue' molti non riuscirono affatto vane (i); per quelle 
i ottennero fra i guerreggiami alcune pacifere conven- 
uti, le quali però furono fra non molto seguitate da 
Hre rotture, le quali si accesero singolarmente fra i 
'adovani e que' di Trivigi, e così aspramente, che ol- 
*e i molti fatti d' arme, onde quelle due provincie 
:ambievolmente si percossero; que' di Padova giunsero 
no a commettere cou uno statuto che si avesse a per- 
3rrere due volte all'anno coli' armi alla mano il ter- 



(0 Torello Saraina, Storia di Verona volgarizzata da Or- 
rido Pescettì,/. 61. 



,6o LIBRO VEOTESIIIOSECbsfK) 

. ritorio di Trevigi, e di ogni possibile maniera deva- 
Do P° starlo. I Trevigiani, oude non rimanere al dissolto, pub- 
fn^o blicarono eglino ancora un decreto, pel quale permet- 
122 9- tevasi a chiunque di danneggiare il territorio di Pa- 
dova, e per quello aggiugnevasi che que' danneggiatori 
oltre alla proprietà del bottinaggio che avessero potuto 
trarne, avrebbouo avuto ancora dalle autorità gover- 
native di Trevigi uu premio proporzionato al danno 
che avessero recato a que' di Padova (i). 

§ il. 1 rettori della società lombarda non sapevano 
sofierire che le città della confederazione avessero più 
a lungo a fiaccarsi ed a dilaniarsi a vicenda; raccoltisi 
per questo a consiglio coi legati pontificii, il vescovo 
di Reggio ed il frate Gualla di Brescia, deliberarono 
di uon°lasciare mezzo intentato onde provvedere a quei 
disordini. Dietro tale determinazione si trassero tutti 
insieme a Padova e poscia a Trivigi, e si adopera^ 
rouo così vivamente con quelle due contrastanti città, 
che, sostenuti ancora dalle perorazioni del portoghese 
il frate s. Antonio, ebbero la sorte di addurle a se- 
guale un trattato di pace. Tanto erano allora accosta- 
mali i popoli a continui guerreggiamenti, che il breve 
anno di tranquillità succedente a quel trattato, venne 
pubblicamente considerato come un tratto di grazia 
particolare donata dal cielo; e Rolandino, il quale seri- 
veva allora le storie de' suoi tempi, non potè a meno 
di non farne con una esclamazione le meraviglie (2). 

~'(i) Rollandinus, Hist. Uh. Il cap. 17, apud Marat. T. Vili 

Ker. Italie. ... 

(o) Nulla fuit terrarum praedatio, nulla hostium incursioni 
insultus, sed honorum omnium copia, tantum gaudium et la* 
titia inter gentes, ut a pluribus crederete, quod amodo nuli* 
seditiones esse debeanU Rollami. Chronic, he. cit. 



LIBRO VENTESIMOSECONDO 161 

Dopo la pace ricuperata da questa provincia V otto- 



bre 12 23 per opera del vescovo Alberto, e celebrata Do P° 
fra le contendenti fazioni in un prato detto Gardellone anno 
sul tenere di Verziauo, per la lunga tranquillità che 123 ° 4 
andò succedendo a quel faustissimo trattato, le cose 
pubbliche avevano poscia coutiuuameute prosperato, e 
prosperato con quelle il buon ordine delle genti e la 
coltivazione delle arti ed il commercio e le dovizie e 
per conseguenza la pubblica felicità (i). Le male inten- 
zioni dell' imperatore Federico II coutro al governo re- 
pubblicano delle città lombarde erano così note, che 
non è meraviglia se quelle città si prepararono ad ogni 
possibile difesa, e nuovamente in coufederazione si con- 
giungessero; e le molte ambizioni poi e le prodezze per 
le quali aveva cominciato a distinguersi Ecelino da 
Romano, che era in allora potentissimo nella vicina 
Yerona (2), avevano destati alti sospetti negli abitanti 
di questa provincia, cosicché paurosi che un giorno o 
1' altro non avesse quel principe ad irrompere in bre- 
sciana, prepararono molte soldatesche, delle quali affi* 
darono il supremo comando a Mattia Ugoni ed a Tan- 
ghettino Taughettini (3); e oltre a ciò fecero ristaurare 
tutte quelle rocche e castella della provincia che più 
ne avevano bisogno, le munirono di provvigioni e di 
presidii, e le prepararono per ogni occasione a vigo- 
rosa difesa (4). 

8 12. Già da lungo tempo i benedettini di Leno, 
orgogliosissimi per le ampie possidenze e per le molte 



(1) Malvet. JDist. 7. cap. 102. 

(2) Rolaudiu. Chronic. Lìh. 3. cap. 1. 

(3) Malvet. Dist. 7. cap. 10Q. 

(4) Baitelli, AUeg. ciuf. 6. 

YOL. IV. 14 



i£ 2 LIBRO VENTES1MOSECONDO 

giurisdizioni feudali che godevano, dimenticate le di- 
?°C? scipliue dell'ordine, i precetti evangelici e le pie rac~ 
anno comaudazioni del primo istitutore di quel regio mo- 
, ' 2DI * nastero (i), vivevano rilassatissima vita. L'abate Onesto, 
che per cousenso dei cronisti dicevasi Abas Desonestus 
de Leno, dopo di avere e pel furore fazionario e per 
le enormi spese e per le commesse crudeltà coperto 
d' infamie ed oppresso di debiti quel sacro cenobio, cessò 
di vivere. Adunatisi allora i monaci onde eleggergli il 
successore, dopo lunghe ed aspre dissensioni, promos- 
sero a quel grado il facinoroso monaco Epifanio, quello 
che nelle guerre civili trascorse, gettato il breviario e 
la cocolla, aveva cinto 1* usbergo, brandite le armi e 
capitanate le soldatesche di quel monastero. Non altro 
superiore potevasi da que' ceuobiti eleggere, onde, die- 
tro le sue pedate, giugnere sollecitamente al colmo della 
depravazione, colmo al quale arrivarono fra pochi mesi. 
Avvisato di quegli scandali il sommo pontefice, dopo 
di avere tentato più volte per mezzo de' suoi delegati 
di richiamare que' monaci alle discipline dell' istituto (2), 
e dopo di essergli riuscito inutile ogni consiglio, ogni 
minaccia, li scomunicò tutti. E quelli e V abate loro 
Epifanio non pur degnandosi di intromettere qualche 
atto di giustificazione di appellarsi dell' anatema: co- 
me l' interdetto e la scomunica fossero tratti di celeste 
benedizione, continuarono imperterriti a celebrare sacri- 



(1) Il re Desiderio assegnando i proventi a quel monastero 
aveva ordinato che quanto sopravvanzava al regolare mantenf- 
mento de' monaci, in usum pauperum et peregrinorum debere 
offerti. Malvet. Disi. 4. cap. 90. 

(1) Collectio epislolarum Gregor. IX, Rom. Pont. Lio. U, 
n. 55. 



LIBRO VENTESIMOSECONDO i63 

legamente i divini misteri (i). Inorridì Gregorio TY ■ 
all'annunzio di tanta scelleraggine, e giovandosi della Dopo 
suprema sua autorità, depose l'abate Epifanio dall'alto ^no' 
grado che occupava, ed inviò a presiedere a quel mo- "32. 
«asterò uno detto Pellegrino, il quale per lo innanzi 
era stato priore del cenobio di Urate. 

§ i3. Il marchese Azzo VII d' Este, caldissimo guelfo, 
attizzava incessantemente i più distinti della sua fa- 
zione a spingersi contro alla parte avversa; e Salinguerra 
da Ferrara ed Eceliuo da Romano, ardentissimi Ghi- 
bellini, di uguale maniera adoperavansi con quelli che 
parteggiavano con essi loro. Per quegli incitamenti sì 
irruppe più volte all' armi fra quelle due opposte fa- 
zioni, e singolarmente ne' paesi che si distendono fra 

I l'Adige ed il Tagliamento, dove iu più occasioni venne 

| sparso molto sangue, incendiati borghi e castella e de- 

] vastate ampie campagne. Que' furenti fiaccati dalle pu- 
gne piegavansi talora ai consigli di que' saggi, che de- 

jsiderosi della pubblica tranquillità chiaraavanli a pace: 
ne segnavano trattati, ma nou lo facevano che onde 
aver tempo di mettersi in grado d' uscire a campo con 

j fòrze maggiori (2). 

Mentre infuriavano que' contrasti, i siguori da Mon- 
tecchio, ardentissimi fautori dei ghibellini di Verona, 
procurata una sommossa, aggredirono tutto ad un tratto 
i guelfi di quella città, gli espulsero, carcerarono il 

I conte Ricciardo Sanbonifacio che ne era il capo, e 
dopo averne scacciato il podestà Matteo Giustiniani, 

! virtuosissimo nobile veneziano, gli surrogarono il fana- 
tico ghibellino ferrarese Salinguerra. Enuuziati appena 



(i) Zaccaria, Memorie della Badia di Leno, f. 37. 

{1) Vercv Storia della Marca Trivigiana, Tom, I. fi 6u 



,64 LIBRO VE3TESIM0SEC0ND0 

— *^— i a \\ avvenimenti ad Eceliuo da Romauo, si trasse egli 
P°P° rapidamente a Verona, dove sostenuto dal novello e 
anno suo partigiauissirao podestà, venne ivi fra non molto 
1233. e l e vato ad altissima autorità e potenza (i). 

§ i4. Per quanto quelle prosperità de' ghibellini al- 
legravano l'animo dell'imperatore Federico II, altret- 
tanto amareggiavano le città lombarde confederate. 
L' imperatore allora per mezzo di due successivi di- 
plomi dichiarò essere la famiglia de' conti Ecelini solto 
T immediata sua protezione; e molte città collegate, fra 
le quali si distinsero Brescia, Milano, Bologna, Mantova 
e Faenza, spedirono le soldatesche loro in soccorso dei 
guelfi; le quali per ordine pubblico si spinsero nel ter- 
ritorio veronese, dove devastarono ed incendiarono molti 
paesi appartenenti ai ghibellini, fra i quali Yillafrauca, 
Cona, Cuzzoleugo, Sèccacampagua, Piovezzano, Palaz- 
zuolo, Isolalta ed altri (2); e di tale maniera le città 
lombarde, quando appuuto V imperatore Federico II mi- 
nacciava spogliarle di que' diritti, che i predecesiori di 
lui avevano ad esse accordato e confermato solennemente, 
lungi dal procurarsi potenza per mezzo di una reci- 
proca unione, sospinte dallo spirito delle fazioni si 
battagliavano ferocemente e dilaniavansi a vicenda. 

Quegli scompigli straziavano l'animo del pontefice 
Gregorio IX, il quale aveva già per lo iuuauzi ten- 
tato di ricomporli per mezzo del suo legato il cardi- 
nale di san Nicolò in carcere; il che riuscì del tulio 
inutile, perchè iucapace quel cardinale di conservare 
fra le parti contendenti la necessaria indifferenza, guelfo 
fanatico come egli era, non erasi studiato che di de- 



(1) Monachus Patavinus, in Chronic 

(a) Verri, Storia degli Ecelini, T. IL f. 70. 



LIBRO VEIfTESIMOSECOSDO iG5 

primere i ghibellini, ed era giunto perfino a scomuni- ■*— - 
care Ecelino e quanti veronesi tenevano le sue parti: Dopo 
la qual cosa non fece che crescere col soffio del man- f^ 
tice l'ardenza di quella fazione. Deluso per questo uelle ^33. 
sue speranze il santo padre da quel fanatico legato, lo 
richiamò e surrogogli fra Giovanni da Schio, attinente 
all'istituto de f domenicani da Vicenza, celeberrimo sa- 
cro oratore, e che erasi già per lo innanzi distinto in 
Bologna, avendo ivi riconcigliate altre somiglicvoli qui. 
stioni; ed in quella circostanza LI pontefice autorizzò 
quel frate a ribeuedire i veronesi scomunicati dall' en- 
tusiasta suo cardinal legato (i). 

5 i5. Fra Giovanni da Schio, avuta appena quella 
commissione, percorse sollecitamente ogni città parteg- 
giale in que' trambusti, predicò in ciascheduna la scam- 
bievole amicizia, e lo fece con tanta industria e fervore, 
che tutte le persuase ad acconsentire a suoi eccitamenti. 
Ribeuedì poscia Ecelino e gli altri scomunicati suoi 
aderenti; e finalmente destinò uua vasta campagna, tre 
miglia circa presso Verona, prossima all'Adige ed alla 
villa che appellavasi Tomba, dove il dì 28 agosto ia33, 
tutti i contendenti di qualunque grado si fossero, do- 
vevano inviare i loro delegati per essere presenti al 
congresso ed alla sua preseuza segnare un trattato di 
pace. Non più si era veduto per lo innanzi in luogo 
alcuno di queste province un affoltamento maggiore di 
genti d' ogni grado, quanto lo fu in quel giorno nella 
accennata campagna (2). I rappresentanti di Verona, di 



(1) Veggasi il documento tratto ex Bullario Fralrum Predio. 
T. I. p. 62, e riprodotto da Verci, Stor. come sop. T. Ili /. 5 7 1 . 

(l) I Cronisti di que' tempi, ed oltre quelli Girardo Mau- 
rizio nella sua Storia pubbl, da Muratori, T, Fili, Rer. Italie. 



,66 LIBRO YENTESIMOSECOHDO 

■ ■. Brescia, di Vicenza e di Padova giunsero ivi seguitali 
Dopo da un' immensa quantità di popolo, dalle milizie delle 
?'?' rispettive città, le quali traevano seco i proprii loro 
1253. carrocci; ivi intervennero que di Trevigi, di Venezia, 
di Ferrara, di Bologna accompagnati da lunghissime 
file di genti, precedute dai patrii loro stendardi; ivi 
concorsero i vescovi Iacopo di Verona, Gualla di Bre- 
scia, Guidotlo di Mantova, Gulielmo di Modena, Arrigo 
di Bologna, Nicolò di Reggio, Manfredi di Vicenza, Tizio 
di Trevigi ed il patriarca d'Aquileia; ivi giunse il 
marchese Azzo VII d' Este, ivi i conti Ecelino ed Al- 
Gerico da Romano, ivi i Montecchi, i Saubonifaci, i 
Camposampieri, e fino i principi di Camino e moltis- 
simi altri prelati e signori. 

In mezzo a così numerosa ed augusta assemblea fra Gio- 
vanni da Schio salì sopra di una tribuna altissima, che 
ivi erasi eretta (i), dove apertosi le vie per mezzo del 
testo evangelico, pacem meam do vobis, pacem relin- 
quo vobis, declamò con voce erculea una orazione pa- 
negirica alla Pace, e dopo averla chiusa eccitando for- 
temente gli astanti ad accettarla, sceso dal palco dettò 
le condizioni del trattato, persuase i rappresentanti delle 
coadunate città a sottoscriverlo; ed onde assodarlo per 
mezzo ancora dei vincoli di parentela, ivi benedì il 
matrimonio, del quale avevane già preventivamente 
avuto gli assensi fra Adelaide figlia dell' ardente ghi- 



E dietro a quelli lo stesso Ab. Bettinelli, Risorgimento d'Ita- 
lia t Pari. 2, cap. io, fanno ascendere gli intervenuti a quella 
radunanza a circa quattrocento mila persone. 

(i) Rolandino, in Chronic. ad ann. 1^33, dice che quella 
tribuna era alta sessanta cubiti, — e Murat. negli Annali, 
T. VII, f. 176, la dice alta quasi 60 braccia. 



LIBRO VENTESJMOSECONDO 167 

bellino Alberico da Romauo e Riualdo unico disceu- — SS- 
dente del caldissimo guelfo Azzo d'Este (1). Alte grida Dopo 
di applauso e di ringraziamelo a fra Giovanni, cau- ^* 
tici di gloria all'Altissimo, vicendevoli baci di pace, r^l 
lauti conviti, pubbliche danze e tornei diedero com- 
pimento a quel numerosissimo congresso: indi come po- 
scia avessero tutti a vivere amicissimi, salutatisi a vi- 
ceuda tornarono alle proprie case. 

§ 16. Ma quella pace non ebbe che assai breve du- 
rata. Fra Giovanni tatto gonfio dell'ottenuto intento e 
degli avuti romorosissimi applausi, spingendo le idee 
oltre i confini dell'ordine religioso che professava, co* 
minciò ad ambire a signorìa, e giovandosi dell' alto 
concetto che erasi guadagnato, andò a Vicenza, dove 
entrato nel pubblico consiglio seppe usare tali maneggi 
che si fece affidare il supremo comando di quella città. 
Poco di poi ottenne lo stesso in Verona; e tantosto 
e nell'una e nell'altra di quelle città diedesi a rifor- 
mare i patrii statuti, a deporre i pubblici impiegati 
ed a sostituirne altri a piacimento. Moltissimi si que- 
relavano di tali cose, e sopra tutti se ne lagnavano i 
Padovani, siccome quelli che ad onta dell'ultimo trat- 
tato di pace supponevano di conservare ancora alcuni 

(1) Chronìc. Brix. S. Vetri ad ann. ia33, ha scritto: Pax 
facta est per fratrem Ioan. de Vkentia inter. Com. Eizzardum 
de S. Bonifacio, Mantuanos, et Paduanos ex una, et Ezeli- 
num de Rumano, et Veronenses ex aiterà; et fuerunt ibi car- 
nài Brixian. Mantuan. et militia Vicentino rum, et Trwisan. 
interfuit die domimeo IF exeunt. augusti apud Tumbam. Di 
quella pace parja Murat. Dissert. 5 7 . Antiquitatum 1(aìià. 
ove ne rapporta l'atto autentico. — E Maurizio e Parisio da 
Cereta trattauo di quella diffusamente. 



168 LIBRO VENTESIMOSECOHDO 

——diritti sopra Vicenza; per la qual cosa ad alcuni Vi- 
D ,°P° centiui irritati di fra Giovanni, perchè aveali dagli 
anno impieghi loro deposti, promisero genti armate in soc- 
1*34. corso> purché insorgessero contro messer lo frate; quelli 
accettarono V esibizione, e giunte loro in sussidio alcune 
soldatesche da Padova, diedero a tumulto, si spinsero 
contro il novello governatore fra Giovanni, ne disper- 
sero le guardie, e senza ulteriore oltraggio lui posero 
in carcere (i). Bastò quel fatto per ridestare i contrasti 
ad oriente dell'Adige. 

A quelle riavvivate contese succedette un inverno 
cosi rigoroso, che moltissimi viventi perirono gelati, si 
seccarono le vigne, i cedri, gli ulivi e molt' altri alberi 
fruttiferi; ed il Po gelò sì fattamente, che da Cremona 
al mare attraversavasi coi carri carichi sul ghiaccio (2). 
§ 17. Non cessava intanto Ecelino d'incitare l'impe- 
ratore Federico a discendere con valida mano d'armati 
in Italia, onde umiliare la baldauza delle città confe- 
derate, e deprimere i fautori del partito pontificio. Tali 
arcani vennero fra non molto a cognizione dei guelfi 
Veronesi, i quali, capitanati dal conte Rizzardo San- 
bonifaci, deliberarono di vendicarsi coli' armi di Ece- 
lino e de' suoi aderenti; ma non aveudo forze bastanti 
per una tale impresa, inviarono deputati a Brescia ed 
a Mantova domandando sussidii. Quelle due città che 
sentivansi elleno pure offese per gli eccitamenti dati 



(1) Ckronic. Parisii a Ceretti, apud. Murai. T. Vili. Rer. 
Italie, e sopra tale avvenimento ha lasciato alcune giudizio- 
sissime osservazioni l'Ab. Tiraboschi nell' opera Velia Lette- 
ratura Italiana, T. IF- f> 202. 

(») Malvet. Dist. VII. tap. CX. — Muratori, Annali T. VIU 
jf. 182. 



LIBRO VENTESIMOSECOKDO 169 

da Ecelino all'imperatore, spedirono sollecitamente in 

soccorso dei guelfi veronesi lunghe schiere di soldate- Q °P? 
sche ben a£°-uerrite e corredate dai proprii carrocci, anno 
le quali presso la metà del maggio 1234 entrarono 1 J4> 
sul territorio veronese, dove diedero alle fiamme Le- 
beto, Ronco, Opeano, Bovo, YiHa della palude, Isola 
porcaria, Bodolono, la maggior parte di Cereta, ed al- 
tri paesi appartenenti ai ghibellini; poscia cantando 
trionfo, alle patrie loro ritornarono (i). 

§ 18. Indispettiti allora i Bresciani di que' di Cre- 
mona, perchè tenesser eglino le parti di Ecelino, e 
couesso lui andassero sollecitando l'imperatore di scen- 
dere con potente esercito in Italia, dietro pubblico con- 
siglio de' magistrati e dello stesso podestà di Brescia, 
che era in quell'anno Pagano da Pietrasanta (2), pas- 
sarono l'Ollio sopra di un ponte prossimo a Moso, sulla 
destra sponda di quel fiume fecero erigere un castello (3); 
e dopo, non solamente coi Mantovani, ma uniti ancora 
coi Milanesi, sospinsero tutti insieme le proprie solda- 
tesche, munite dei singoli carrocci nel distretto cremo- 
nese, le quali avanzatesi più miglia, e perveuute presso 
Zanivolta (4), furono ivi scontrate dall'esercito cremo- 
nese, si ruppe ivi a battaglia: que* di Cremona furono 
costretti a cedere, le forze loro furono scompigliate e 
disperse; molti dei loro commilitoni caddero estinti, fra 
i quali ancora un certo conte Baldovino che pel troppo 
laconismo della cronaca non mi è dato di esporre di 



(1) Parisius a Cereta, in Chronic. uhi sup. 
(1) Zamboni, Voi. D. Misceli, f. 5i. 

(3) Cronaca di s. Pietro, all'ann. 1254. Brissienses edifica" 
veruni castrum ultra pontem Moti. 

(4) Malvet. Vist. V1L cap. uà. 



mtm _ mm l 7° LIBRO TEUTESIMORSCMIDa 

■^v- quale stipite si fosse. È però indubitato che i vincitori, 

G?c! do P° °l ueI fatto > generosamente accordarono ai Cremo- 
anno nesi una tregua (i). 

Que'di Cremona giovarousi della ottenuta sospensione 
d'armi onde rimettersi in forze, assoldando nuove genti, 
e segnando confederazioni con altre città loro vicine, 
ansiosissimi dì vendicare le busse avute dai Bresciani 
e dai loro collegati nella giornata di Zanivolta. Quindi 
alleatisi coi Pavesi, coi Piacentini e coi Reggiani, raduna- 
Anno rono un § rosso cor P° di truppe, e percorrendo il maggio 
1235. i 235, passato l'Ollio nelle vicinanze di Rivaruolo, diedero 
casualmente di cozzo in una squadra di soldatesche 
bresciane, destinata a guardare per quelle parli il di- 
stretto. Era quella squadra molto inferiore al numero 
dei nemici, tuttavia ne sostenne per lunghe ore il con- 
fronto; soperchiata alla fine dalla superiorità delle forze, 
fu costretta a ritirarsi. In quel fatto d'arme, e dal- 
l' una parte e dall' altra, caddero non pochi estinti sul 
campo; e circa ducento soldati di cavalleria bresciana 
furono costretti a gettare le armi ed a raccomandarsi 
alla clemenza degli inimici (2). 

§ 19. Mentre gli scampati da quella mischia si ri- 
tiravano, dopo avere lasciata una conveniente guarni- 
gione in Caneto, lunge dal procedere verso Brescia, 
mossero a Fiesse, a Gambara, a Pralboino, a Milzauo; 
e di là volsero a Saugervasio, poi a Bassano, dove si 



(1) Cronaca di s. Pietro all'ano. ii5£. Mediolanenses, et 
Brissiensss cum suis carrociis, et cum Mantuan. intraverunt epi- 
scopat. Creinone, et fuit prelium inler predictos et Cremonen- 
ses; et subverlerunt Cremonenses; et facto fuit tregua. In hoc 
prelio vulneratus fuit comes Baldoynus, et morluus. 

(2) Gaivaneus Fiamma, in Manipulo Florum,/. 368. 



LIBRO Y.KlSTESiMOSECONDO 171 

posero a campo, e dove fra pochi giorni giunse loro ■ = 

in sussidio il nerbo migliore delle soldatesche della città. Dopo 
1 Cremonesi, e gli alleati loro, avuta contezza del forte anno 
accampamento de' Bresciani presso Bassano, non osarono l '^5. 
internarsi nella provincia, paurosi di aver forse ad es- 
sere colti da quelli alle spalle, ma trapassato Volungo, 
Ostiano, Seniga, ne mai scostandosi dalle sponde del- 
l' O'.lio, andarono ad accamparsi sulla costiera sinistra 
di quel fiume in faccia ad Alfiauo, dove era un ponte 
sopra al medesimo, detto Ponte Gremone, ovvero della 
Marignatta (1). Stettero ivi alcuni giorni, quando le 
milizie bresciane, levatesi una notte dal campo di Bas- 
sano, mossero tacitamente, e sul far del giorno sorpre- 
sero inaspettatamente i Cremonesi e gli alleati loro. 
Assaltati quelli all' improvviso furono con tutta facilità 
scompigliati: circa seicento di quelli gettarono le armi 
e si diedero prigionieri, ottanta de' quali erano di ca- 
valleria, e la più parte discendenti da nobili famiglie; 
moltissimi perdettero sul campo valorosamente la vita, 
oltre ducento si affogarono uel fiume tentandone spau- 
racchiali il guado, e solo se ne salvarono que' pochi 
che ebbero la sorte di passarne affoltatamente il pon- 
te (2). Percossi i Cremonesi ed i loro alleati da quel 



(1) Malvet. Dist. VII. cap. n3. Cremonenses versus pun- 
tevi Aljìani, sive Marignathae, vel Gremoni suas gentes con- 
duxtrv.nl. 

(2) Cremonenses cum Varmensibus, Placenlinis, Papiensibus, 
et Reginis ìntraverunt episcopat. Brixìae; et Brixienses inse- 
culi sunt eos usque ad ponlem Gremoni; et de Cremonensibus 
capti sunt. DC. et plus, et in Oli io projecti CC. Chronac di 
s. Pietro alTann. 1235. — "Veggasi ancora una più ampia de- 
scrizione di quei fatto d'arme in Malvezzi, Dist Vii* e. n5. 
$e il dottissimo Minatori avesse distinta la scaramuccia di 



I7H 



fÈ LIBRO VEOTESMOSECORDO 

— sinistro, ìuviarono alcuni messaggeri a Brescia, incari- 



Oo-' - ^.v-o^.u, lutali- 

J^P? cali di domandare in loro nome o sospenzione d'armi, 
anno o ferma pace. La paura di una prossima discesa in 
* 235 - Italia dell'imperatore Federico II , e la fervidissima 
interposizione di alcuni onoratissimi personaggi agevo- 
larono quel trattato; e fra brevi giorni fra i Bresciaui 
ed i Milanesi loro ausiliarii per una parte, ed i Cre- 
monesi, ed i sussidiarii loro Piacentini, Reggiani e 
Pavesi per l'altra, venne deliberata nuovamente e fer- 
mala una tregua. 

5 20. Ora conviene osservare che molte città della 
Lombardia, ed altre ancora alle città medesime vicine, 
governandosi allora di maniera repubblicana, erano ge- 
losissime della libertà loro concessa dagli imperiali de- 
creti; e siccome paventavano che l'augusto Federico 
avesse forse ad abrogare quegli atti concessi da' suoi 
antecessori, ed assoggettarle al ferreo giogo medesimo, 
sotto al quale teneva egli depressa la Puglia e la Si- 
cilia, avevano fermata scambievole confederazione onde 
potersi all'uopo difendere alla meglio, usando forze con- 
giunte; e quelle città erano Milano, Brescia, Mautova, 
Piacenza, Bologna ed alcun' altra delle vicinanze. 

1 Pavesi all'opposto, i Comaschi, i Lodigiaui, i Cre- 
monesi, i Bergamaschi, i Parmigiani, i Modenesi, sic- 
come erano di sovente guerreggiati e spogliati di am- 
pii tratti di territorio dalle forze di altre città più 
poteuti loro vicine, sospiravano la discesa dell' impera- 
tore, e per mezzo de' loro messaggeri lo supplicavano 



Rivarolo raccontala da Galvano dalla Fiamma, dal combatti- 
mento succeduto presso al ponte Gremone sopra descritto, non 
avrebbe sicuramente nel Tom. VII. f. i85. degli Annali, tac- 
ciato i cronisti bresciani di patria parzialità. 



LIBRO YHNTESIMOSECOHDO 17 3 

a noti ritardarla, ed a lui preventivamente promette- " 11 """"" 

vauo ogni possibile soccorso. Dopo 

Il pontefice Gregorio IX considerando, che quando i anno 
suoi antecessori erano stati agitati per alti contrasti I2 ^* 
con gli imperatori, avevano quasi sempre avuta pro- 
tezione e difesa dai dominatori degli stati del Napo- 
letano e della Sicilia : protezione e difesa di che non 
poteva averne allora speranza alcuna, perchè l' impe- 
ratore Federico dominava ancora quelle regioni; per 
questo non lasciava intentato ogni mezzo, onde soste- 
nere la confederazione delle città lombarde, nudreudo 
speranza di poter avere dalle forze di quelle associate 
città uu potente sosteguo. 

L'imperatore Federico abboniva ardeutissimamente 
quella confederazione, quantunque la fosse stata già 
altre volte accettata ed approvata da' suoi antecessori, 
e la considerava ingiuriosa alla suprema sua autorità. 
I ghibellini, e singolarmente Ecelino, Saliuguerra ed i 
Montecchii attizzavano incessantemente F imperatore a 
discendere armato in Italia; i guelfi all'opposto sup- 
plicavano il papa perchè avesse a minacciarlo delle 
ceusure ecclesiastiche, qualora osasse valicare le Alpi. 
Frammezzo a quelle combustioni il santo padre Grego- 
rio IX commise a Federico di non rompere ad ostilità 
alcuna contro i collegati di Lombardia, adducendone 
a motivo, che non era peranco spirata la tregua sti- 
pulata per la spedizione di terra santa (1). Quell'atto 
pontificio addusse l'imperatore a sospettare che le città 
collegate ed il pontefice Gregorio IX nudrissero alcune 
iutelligenze secrete contro di lui; quindi, senza frap- 



(1) Cardinalis de Aragonia, in Fila Gregory. T.3.part.i> 
Rer. Italie, 



t 7 4 LIBRO VEME5IMOSKCO>'DO 

'porre dimora, do|)o dì avere raccomandale al re di 
Dopo Boemia le cose di Germauia, seguitalo da tremila ar- 
ando ™ at ' a cavallo, oltre uua valida mauo di fanterie, giù 
ì2o6. p^ valichi del Tirolo calò in queste regioni (ij. 

5 21. Giunse egli in Verona il dì 16 agosto 1236 (2). 
Ecelino che al cominciamento dello stesso anno aveva 
ottenuto la signoria di quella città, e che in conij a- 
gnia del fratello Alberico era andato a scontrarlo sino 
a Trento (3), lo corteggiò lungo la via, e celebrò il 
suo arrivo in Verona cou amorosissimi festeggiamenti. 
Milano, Brescia e le altre città collegate avevano già 
raccolte e congiunte scambievolmente le armi, e si erano 
disposte a contrastare all'imperatore ogui altro avan- 
zamento: la prudenza però, fors'anco la paura le 
trattenne dall' attaccarlo. Rafforzato Federico in Verona 
dalle schiere di Ecelino, e da quelle di suo fratello 
Alberico mosse al Mincio, e passato appena quel fiume 
si presentarono a lui, ed egli cougiuuse al suo esercito, 
le soldatesche che da Cremona, da Parma, da Modena 
e da Reggio gli erano state iuviate (4). Cresciuto per 
tali maniere di forze, si spinse contro ai distretti di 
Brescia e di Mantova, saccheggiaudo e desolando varii 
paesi, fra i quali, de' mantovani devastò Marcheria, e 
de' bresciani s' impadronì delle castella di Moso e di 
Poutevico (5). Poscia si trasse alla sua diletta Cremona, 



(1) Annales Veronenses, T. 8. Rer. Italie. — Malvet. Dist. 
VII cap. 120. 

(2) G. B. Verci, Storia degli Ecelini, T. 2. / 11 4. 

(5) Documento del pubbl. Archivio di Trento pubbl. da. 
Verci, Stor. cit. T. 3./. 260. ».• i£i. 

(4) Memoriale Potest. Regiensis, apud Murat. Tom. 8. Rer. 
Italie. 

(5) Annales veteres rautinenses, apud Murat. T. II, Rer. Italie, 



(i) Ciò viene assicurato dal Documento i£i. dell'Archiv. di 
s. Bartolomeo da Vicenza; il quale si è fatto pubblico da 
Verci, co me sop. f. 161. 

(2) Annales Yeroneases, apucl Murai. Tarn. 8. Ker. Italie. 



LIBRO VEITCESIMOSECOHDO i 7 5 

dove fu accolto con tutti i festeggiameli possibili, «» .-' 
dove ospizio luogo tempo. Dopo 

§ 22. Mentre l'imperatore corteggiato dai più di- J^JJ 
stinti suoi partigiani passava allegramente in Cremona *^6. 
i giorni, il marchese Azzo d'Este, i conti da Camino, 
i Padovani, i Vicentini e que' da Trevigì si spinsero 
coutro le terre di Ecelino, e contro il distretto vero- 
nese, dove desolarono molti paesi; ed a' 3 di ottobre 
schieraronsi intorno a Rivalla veronese, e strinsero quel 
castello di assedio (i). Avvisato Ecelino di quella irru- 
zione negli Stati suoi, siguificolla all'imperatore, e die- 
tro suo consenso, mosse sul veronese quanto più fret- 
tolosamente potè, e con quante soldatesche ebbe la 
veutura di trarsi dietro. Giunto presso all'Adige si pose 
a campo nel villaggio Tomba, dove accortosi di non 
avere forze bastanti a rintuzzare le ostili, spedì rapi- 
damente un messo all'imperatore Federico con uno 
scritto, pel quale supplicavalo di soccorsi. Quell'augu- 
sto corrispose sollecitissimo alle istanze del fervente suo 
partigiano: e seguitato dalla più parte delle sue caval- 
lerie, partì da Cremona, e senza darsi pur tempo di 
smontare di sella, onde prendere e concedere alle sue 
milizie riposo, si addusse fino al castello Sanbouifacio, 
da dove, dopo essersi fermato alcune ore, seguitò il 
viaggio (2). 

Spauriti i guelfi assedianti Rivalta da quella mossa 
dell' imperatore, lasciatesi addietro e macchine di guerra, 
e tende ed equipaggi, diedero a fuga e si sbandarono. 



, 7 6 LIBRO VENTESIMOSECONDO 

Ì555552L' imperatore Federico ed il conte Eceliiio, non sapendo 
Dopo p er q Ua le parte inseguire i fuggiaschi, essendosi quelli 
•odo disgiunti e dispersi, si spinsero contro Viceuza; quella 
12JÒ. c ittà chiuse loro le porte in faccia. L'imperatore irri- 
tossi di ciò fieramente, ne commise a' suoi tedeschi l'as- 
salto, i quali fra pochi giorni ne scalarono le mura, 
la conquistarono, e dietro imperiale permesso, la sac- 
cheggiarono (i). Era il giorno d'Ognissanti dell'anno 
1236, quando Vicenza soggiacque a quella terribile de- 
solazione, desolazione che dallo stesso imperatore che 
avevala permessa, avendola veduta co' proprii occhi 
quando non era più tempo, fu compianta. Alcuni giorni 
di poi, dopo di avere quell'augusto raccomandato al 
mantovano Gulielmo Visdomini il governo di quella 
città, mosse a Padova, indi sospinto dalle combustioni 
di alcuni principi dell'impero, tornò in Germania. 

§ 23. L imperatore Federico non si trattenne però 
lungo tempo in quelle regioni, ma ricomposti ivi, e 
molto vantaggiosamente i trambusti, e cresciuto l'eser- 
cito di nuove reclute, mentre declinava l'estate del- 
l'anno seguente, giù pei valichi dell'Alpi Gamiche, calò 
nuovamente in Italia. Traversato il Friuli ed il Trivi- 
giano, i Padovani impauriti spontaneameute a lui si 
assoggettarono, e volontaria aggiunsero alla sua armata 
le soldatesche loro. 

Lieto l' imperatore di quel pacifico conquisto proseguì 
le vie pel vicentino, pel verouese, e passato il Mincio, 
venne ad accamparsi a Goito sul mantovano. Era egli 
seguitato da soli due mila tedeschi di cavalleria, ma 
da numerosissime fanterie di quella nazione, e sussidiato 



(i) Rolandinus, Uh. 3. eap. io. apud Murai. Tom. 8. Rer. 
Italie. 



LIBRO VENTESIMOSECONDO i 77 

ancora dalle soldatesche di Trento, di Belluno, di Bas- =5 
sauo, di Vicenza, di Padova, e da quelle di Ecelino Do P<> 
percorse per ogni dove, e per quelle mosse venne fa- ^ 
cilmente ad aumentarsi ancora la fama delle molte tó7- 
armi, onde era egli seguitato. Non furono pochi i suoi 
avversarii, che all'udirne la notizia, rabbrividiti dalla 
paura deliberarono di riconciliarsi conesso lui: il conte 
Ricciardo Sanbonifaci ed il marchese Azzo d' Este, 
che erano due ardentissimi guelfi, si presentarono a 
Federico supplicando clemenza, ed ottenutala, a lui si 
associarono (i). Mantova allora avviò al medesimo i 
suoi delegati promettendogli sommissione; non pochi 
Bresciani fecero lo stesso, e fra gli altri i capitani go- 
vernatori delle Castella (2) di Veuzago, [di Gavardo, 
di Pisogne, di Iseo, di Gerbaguado detto di presente 
Rcccafrauca (3), i quali tutti si sottomisero e conces* 
sero le fortezze loro affidate in custodia, all'impera- 
tore Federico. 

Preso ardimento l'imperatore da' quei prosperi sue- - 
cessi, dopo di avere rifiutato di accogliere la delega* 



(1) Ricardus a s. Germano, in Chronic. 

(2) Malvet. Dist. VII. cap. 114. Nomina vero e astro rum quae 
chilati rebellaverunt ista sunt, Gavardum, Fentsagum, Roc* 
camfrancam, et Pegalium in Falle Camonìca. 

(3) Che il castello bresciano ora detto Roccafranca fosse chia- 
malo dagli antichi Gerbagnado, è chiaro da un istromento esi- 
stente nell'Archiv. vesc. di Brescia segnato dal notaio Antonio 
Cataui da Cremona, il quale conservasi nel Regist. picc. del 
Vesc. Frane. Marerio pag. 1. istrum. dato il dì i5 Aprile 1421, 
ove leggesi: in territorio de Gerbagnado, q~d hodie apellatur 
de Roccafranca. Zamb. ha epilogato quell' atto nel Voi. 6. 
Misceli, f. ai. 

Yol. IV. 12 



, 7 8 LIBRO VElSTESIMOSECOINDO 

"**" zione a lui diretta dal pontefice (i), si spinse sul di- 
^°P? stretto bresciano, mandando a devastazioue ed a sacco 
anno ogni luogo o paese per onde passò, verso la metà del 
1207. se tt em bre i23y giunse a Moutechiaro, ne strinse d'as- 
sedio il castello, cui fra molt' altri i Bresciani avevano 
gagliardamente munito, e di tale maniera che avesse 
quello ad essere Y antemurale della città. Corrado Ugoni, 
Gozio Poucarali, Corrado Camignoui e Corrado Conce- 
sio erano i comandanti le truppe destinate a difendere 
quel castello (2), per lunghe settimane quelli si sosten- 
nero con franchezza indomita, quaudo accortisi non es- 
sere più in grado di resistere più a lungo, dietro co- 
mune deliberazione, avviarono un araldo a Federico, 
pei quale proposero di cedere la piazza, purché egli 
promettesse salva la vita, l'onore, la libertà e le so- 
stanze di loro medesimi, della guarnigione e di ogni 
abitante Montechiaro. Accettò allegrissimo Federico la 
esibizione e le condizioni proposte, e le promise giu- 
rando sugli evangeli. Il giorno di poi gli si aprirono 
le porte; ed allora quel sovrano, mandato all'aure ogui 
giuramento, e frodata ogni convenzione, entrovvi colle sue 
soldatesche le quali dietro suo ordine, massacrarono 
ben molti, arrestarono il resto del presidio, e gli uffi- 
ciali del medesimo, che furouo poscia tradotti nelle 
carceri di Cremona, e dopo dato il sacco a quel mise- 
rando paese, lo diroccarono (3). 

(1) Cardinal is de Aragonia, in Fila Gregorii IX. Tom. 3. 
Pari. I. Rer. Italie 

(2) Malvet. Dist. V IT. cap. \i^. Conradus de Ugonibus, Goy* 
tius de Ponte carati , Conradus de Carni gnonibus, Conradus de 
Concesio enùnentiores fuerunt. 

(3) Rotandinus, Lib. IF. cap. 114. — Malvet. Dist. VII. 
cap. 125. pag. Mss. 520. Dum magnas hostium turmas cerne- 



rent.... tandem necessitas consilium reperit. Imp. mandant per 
nunlium, ut si eos cum omnibus qui aderant ab injuriis ob- 
servaret, ejus castri porlas aperirent. Quod Fridericus audiens, 
tisdem malignitatis dolo, quod mandaverunt, se facturum prò- 
misit, eosque loco fidelium semper habere spopondit. Ipsi vero 

nullum dolum exìstimantes castrum tradiderunt. Ingressae 

gentes Montemclarum, universa rapini* diripiunt,multosq. gla- 
dio perimentes, nonnullos etiarn, sed et omnes milites captivos 
Cremonam abducunt. Oppidum jussà Regis diruptum est. 

(i) Memoriale Potestalis Regieusis, aput MuraU Tom. Vili. 
Rer. Italie. 

(2) Caffari, Annales Genuenses, lib. VI. apud Marat. T. VI. 
Rer. Italie. 



Ì2Ò1. 



LIBRO VENTESIMOSECOHDO i 79 

§ 24. Debellato quel grosso paese, che per l'ampiezza 

del territorio, per la felicità del clima e del suolo, Do P° 
pel numero e per l'industria degli abitanti è uno dei Suo" 
più grossi e de' più floridi di tutto il bresciano, l'im- 
peratore Federico sul cominciar del novembre 1287 
spinse le sue milizie, quelle di Eceliuo e di ogni altro 
suo ausiliario contro Gottolengo, Pavone, Gambara e 
Pralboiuo, i quali paesi mandò tutti a sacco ed a fiam- 
me (1). Poscia si volse contro Poutevico, fiduciato di 
poter ivi tragittare di subito i'Oilio, e di giugnere 
ad attendarsi tranquillamente sul cremonese; ma le 
soldatesche de'Milanesi, congiunte a quelle degli Ales- 
sandrini, de'Vercellini e de' Novaresi, accampate in 
bella posizione nelle vicinanze di Rebecco, gli si oppo- 
sero fortemente, mentre egli stava per trapassare quei 
fiume (2). L'accorto augusto uou ardì rompere all'ar- 
mi in quella difficile situazione; teunesi perciò lunghi 
giorni in Poutevico, e ricorso alle scaltrezze militari, 
fece per mezzo de' suoi aderenti diffondere una diceria, 
per la quale raccontavasi che alcune turbolenze insorte 



i8o LIBRO YENTESIMOSECONDO 

'" • ne' suoi stati lo pressassero fortemente a tornare in Ger- 
Dopo mania- ed onde meglio accreditare quella voce, comin- 
anuo ciò ad addirizzare alcune schiere per quelle vie. I Mi- 
1q3 7- lanesi e gli alleati loro, per essere forse gravemente 
ancora infastiditi per la mala stagione e per le lunghe 
pioggie, diedero troppo facile fede a quelle finzioni, ed 
il di 22 novembre dell'anno stesso, si trassero dal cam- 
po, e senza pure attenersi in ordinanza militare, fret- 
tolosi e confusi verso ai loro quartieri si addirizzarono (i). 
Avvisato di ciò l'imperatore, seguitato dall'esercito, 
tragittò 1' Ollio quanto il potè più sollecito, richiamò 
addietro le schiere artificiosamente addirizzate verso Ger- 
mania, inseguì gì' inimici, giunse loro inaspettatamente 
addosso a Cortenuova, e, non senza grave perdita an- 
cora de' suoi, li soperchiò, li vinse; e per altissima glo- 
ria a que' tempi, sebbene sfrondato di ogni ornamento, 
tolse a' Milanesi ancora il carroccio, della quale ven- 
tura chiamossi egli medesimo fortunatissimo (2). 

Fra gli altri capitani caduti prigionieri di Federico II 
imperatore nella giornata di Cortenuova. deve essere 
singolarmente ricordato il podestà di Milano Pietro 
Tiepolo, che era figlio dell' allora vivente doge di Ve- 
nezia, il quale fu da quel conquistatore avviato alle 
carceri in Puglia, ed ivi fra non mollo consegnato al 
carnefice e fatto pubblicamente appendere per la gola. 
Il senato ed il popolo di Venezia irritatissimi per quella 
crudeltà di Federico, si mordettero le dita, e ne giu- 
rarono ogni possibile vendetta (3). 



(1) Annales Mediolan. T. XVL Rer. Italie. 
(a) Ricardus de s. Germano, in Chronic. 
(3) Annales Yeroneuses, apud Murai, Toni' VHL Rer» 
Italie, 



LIBRO VENTESIMOSECONDO 181 

Dopo quel fatto l' imperatore mosse a Cremona, iudi " n ' 8E 
a Lodi e poscia a Pavia, e frattanto ben molte città Do P° 
appartenenti alla lega lombarda si sciolsero da quella, f m ? Q ' 
ed a lui si dedicarono; sicché a quella confederazione ia5 7* 
più non rimasero che le sole Milano, Brescia, Piacenza 
e Bologua. Accortesi quelle allora di non potere da sole 
ribattere la potenza superiore di Federico, gli addiriz- 
zarono alcuni delegati, a lui offerendo, dietro onore- 
voli coudizioni, sudditanza, peculio e soccorsi. Quell' im- 
peratore irritato ributtò qualunque esibizione, fermo di 
volerle soggette senza patto alcuno. Luuge quelle dallo 
sommettersi a tanta pretensione, si prepararono ad ogui 
più gagliarda resistenza (i). 

5 25. Tali erano le cose all'occaso dell'anno 1237; Anno 
e ne' primi mesi del seguente l'imperatore tornò in *238. 
Germania onde raccogliere nuove soldatesche; dopo avere 
ivi date per questo le necessarie commissioni, e dopo 
di avere ordinato a suo figlio Corrado di condurrli, 
quanto più presto il potesse, le milizie che per suo 
mandato audavansi coiassù racccgliendo, calò nuova- 
mente dall'Alpi, e verso la metà di aprile rientrò in 
Verona. Il principe Corrado eseguì fedelmente le com- 
missioni dell'augusto padre, e fra pochi mesi discese 
a coudurgli le nuove schiere; lo raggiunse a Goito, 
dove era quello passato a prender campo (2) e dove 
Y armata imperiale venne cresciuta non solo per le nuove 
reclute condottegli dal figlio, ma per quante forze an- 
cora Bergamo, Pavia, e Cremona e molte altre città 
lombarde a lui poterono addirizzare. 



(1) Monacus palavinus, in Chronic. 

(2) Bichardus a s. Germ. in Chronic. 



l8 * LIBRO VENTES1MOSECONDO 

— — i D po avere data Federico nelle vicinanze di Collo 
Dopo una venerale rivista a tutto V esercito, lo spinse inipe- 
%£ tuosamente sul distretto bresciano; e saccheggiando e 
i.a38, devastando ogni luogo per onde passava, giunse a 3 
di agosto ne' dintorni di Brescia, e cominciò di questa 
città T assedio. Racconta il dott. Iacopo Malvezzi, che 
Federico li in quell'occasione, oltre le numerosissime 
fanterie tedesche, schierò intorno a Brescia le milizie a 
lui avviate da quelle città lombarde che erano sue 
aderenti, quelle di Ecelino, di Salinguerra, di ogni altro 
potente ghibellino, oltre a ventimila armati di caval- 
leria (i). _ 

§ 26. Alcuni giorni innanzi che l'imperatore fede- 
rico li avesse a stringere Brescia di assedio gli abi- 
tanti di Serie insospettitisi di un forestiero pervenuto 
casualmente su quelle roccie, lo avevano arrestato e 
tradotto in Brescia, dove dietro esami, si conobbe es- 
sere quello un ingegnere spagnoolo, nominato Clamori- 
dunos, addetto ai servigi dell' imperatore Federico, e 
peritissimo nella costruzione di quelle macchine mili- 
tari che innanzi si avessero ad usare gli schioppi, le 
bombarde, i cannoni ed ogni altr' arme di tal fatta, 
solevansi costumare per abbattere i luoghi forti. I Bre- 
sciani si tennero carissimo Clamandunos, e si giovarono 
delle sue industrie onde costruire bertesche, catapulte, 



(1) Malvet. Dist. VII. cap. 128. Federicus Imp. 20000 equi- 
tum alemannoruni, copiosumque italicotum exercìtum, cum in- 
numera pene aliarum genti um mullitudine ad debellando* Bri- 
xienses adduxit vel direxit, qui etiam veniens non longe ab 
eorum urbe in campestribus apud flumen S. Lucae, hoc est ad 
occiduam partem civitatis castramentatus est die martis X Au- 
gust, 1238. Et ereclis variis bellorum machinis, eie 






LIBRO VENTESIMOSECONDO i83 

mangani ed altri ordigni lungo gli spalti interiori della 5555S! 
città, e sopra ogui bastioue e rivellino della medesima, ^opo 
onde scagliando pietre e catrami incendiati tenere re- ^ìno 
spinti gli inimici di ogni possibile maniera (i). Oltre ,2 ^. 
di ciò avevasi radunata in Brescia una scelta e molto 
bene agguerrita copia di armati, onde essere in grado 
di rispondere con potenza a potenza, e provveduti am- 
piamente moltissima magazzeni di generi d' o^ui sorla 
per non avere a paventare che una assai tarda penuria. 
Brescia e Milano erano le due città, delle quali Fe- 
derico sospirava più d'ogni altra il conquisto. Prima 
di spingersi egli in Insubria contro la più popolosa e 
più potente, aveva cinto Brescia d'assedio, ed a tut- 
t' uomo studiavasi di averla, non per capitolazione al- 
cuua, ma a libera discrezione. Tale suo divisameuto in- 
citava i Bresciani a procurarsi ogni possibile difesa, e 
traeva lui stesso a non lasciare mezzo alcuno intentato 
onde avere adempite le sue idee. Per questo dopo aver 
egli schierato intorno a Brescia l'esercito numerosissi- 
mo, i mautenimenti del quale traevansi forzatamente 
dalle sostanze degli abitauti il territorio, aveva egli 



(i) Malve!. Vist. VII. cap. 108 Habebanl utique apud se 
quemeiam unitone hi spanimi in hujusmodi beìlorum condilìo- 
nibus artificem summe precipuum. Hic cum a regia urbe Ale- 
manniae in Lombaidiam peivenissel,introissetque Brixiensium 
ter ras, a Serlanis captus, per eos in civilatem abductus esU 
Quem dum urbis presides interro gassent, quid causa essel ili- 
neris sui, ipse, se ad Impcratoris solatium prò componendis 
machinis ad expugnalionem brixianae civitatis, addentare af- 
firmavit. At Consutatus ei mortem minilatus praecepil, ut pò- 

iius in adjutoriutn eorum machinas construcret ut sibi p me 

cipiebatur promisit. Siquidem mullis aedificiis belli, ipse Cla- 
rnandunus (sic enim nomen habebat) ewitatem muniuit. 



,84 LIBRO VENTESIMOSECONDO 

- ' fatto erigere il suo padiglione in un campo occitlen- 
^°P° tale e prossimo alla città, e se non dove ora ammirasi 
anno il magnifico deposito delle salme di quanti trapassano 
19.58. j n Brescia ad altra vita, era sicuramente, come ne as- 
sicura Malvezzi (i), nelle plaghe contigue. 

Essendo ivi attendato Y imperatore Federico fece co- 
strurre intorno a Brescia alte torri di legno, onde saet- 
tando da quelle respignere chiunque osasse di presen- 
tarsi in sulle mura, fece erigere pietraie, trabucchi, 
arieti ed ogni altra macchina adatta a vibrar fuochi e 
sassi, ed a spingere pesantissime travi collegate, le quali 
colle potentissime e ripetute percosse valevano ad ab- 
battere le porte e le mura le più ferme e ad aprire le 
brecce. 

§ 27. Di tale maniera erano in quell'occasione i 
Bresciani approntati alle difese, e Federico II impera- 
tore agli assalti della loro città; ne sorgeva in sul mat- 
tino, ne tramontava la sera il sole, né giugneva ai cre- 
puscoli dell' alba seguente notte alcuna, che Y una o 
l'altra delle due osti, dato molo improvviso ad alcune 
e talvolta ancora a molte macchine, per altro atten- 
tato non si studiasse di sorprendere e percuotere la 
parte avversa. Frammezzo ad un tanto trambusto tra- 
passarono più settimane, né Y imperatore poteva ragio- 
nevolmente compiacersi ancora di avere ottenuto alcuno 
avvanzamento; quando, consigliato da Ecelino ad un 
attentato, mandato altra volta ad esecuzione dal suo 
proavo Federico I nell'assedio di Crema (2), si fece 

(1) Ciò ricavasi da quanto racconta nel suo Cronac. il clott. 
Malvezzi, Vist. VII. cap. 128. 

(2) lussit aidem Fredericus, Exellino annuente, milites quos 
a Monteclaro captivos ad Cremonam adduxerai, altis aedifi- 
ciis quae adversus, etc. Malvet* Dist. VII. cap. 128. 



LIBRO VENTESIMOSECONDO i85 

condurre dalle carceri di Cremona. Corrado tifoni, 
Gozio Poucarali, Corrado Camignoui, Corrado Concesio J?°P° 
e quanti altri, frodando i patti giurati, aveva egli cat- anno 
tivati nella enarrata presa di Moutechiaro, e fattili 12 ^ 8, 
esporre ed avvincolare quale all'una, quale all'altra 
macchina da lui fatta erigere intorno a Brescia, ivi in 
tale guisa lasciolli, perchè i Bresciani rattenuti dalla 
paura di offendere i proprii sciaguratissimi concitta- 
dini, non avessero a vibrar colpo alcuno dai proprii 
mangani contro de' suoi (i). L'augusto Federico sperava 
felicissimo esito da quell'attentato, ed onde avesse più 
facilmente a riuscire, fece promettere larghissimi pre- 
mii ai miserandi esposti a quelle macchine, perchè 
avessero a sclamare ai loro concittadini supplicando 
misericordia, e pregarli di aprire le porte, e cedere la 
città alla clemenza del vittorioso imperatore (2). 

Ma ogni speranza di Federico andò delusa. Gli infe- 
lici da lui fatti avvinghiare ed esporre alle sue mac- 
chine militari, non sapevano dimenticare di esser eglino 
addotti a quella commiseranda sciagura, perchè quel 
sovrano aveva frodate scelleratamente le capitolazioni 
scambievolmente giurate, quando a lui cedettero il ca- 
stello di Montechiaro, e lunge dal lasciarsi altra volta 
accappiare da alcuna sua promessa, e dal gridare ai 
cittadini le parole da lui commesse, con quanto di voce 



(1) Memoriale potestatis Regiensis, apud Murat. T. FUI. Rer. 
Italie. 

(9.) Malvet., Dist. VII. cap. 28. Quinimmo illos, cioè i Bre- 
sciani, cilius civitatem daturos credens, l'Imperatore, horlaba- 
tur captivos cives ut ei urbis portas aperire facerent, non so- 
lum illis salulem promittendo, sed ipsos eliam gloria et honore 
inter illustres viros estollere. 



i86 LIBRO VENTESIMOSECOiNDO 

poterono mandar dalla gola per lo contrarlo sclama- 
Dopo rouo . „ Concittadini, fratelli, amici, non vi calura di 
anno « noi: le nostre sorti sono già disperate, inevitabile il 
1208. „ nos tro eccidio- non lasciate inoperose le vostre mac- 
» chine per la paura di offenderci, sarà nostra ventura 
» se avremo ad essere da quelle colpiti: la morte tron- 
y> cherà le nostre sciagure, e grati i posteri ricorde- 
n ranno, che noi abbiamo sacrificato alla patria la vita: 
91 pugnate intrepidi, indomiti: salvate voi stessi, le vo- 
91 stre famiglie, il patrio onore, salvate Brescia (1) ». 
Irritati i cittadini alla veduta de' loro fratelli legati 
ed esposti di una così crudele maniera, e commossi da 
quelle enfatiche declamazioni, legarono eglino ancora 
tantosto ed esposero alle proprie macchine, ai lati este- 
riori delle torri, ed ai merli de' rivellini quanti fra i 
più distinti prigionieri nemici avevano nelle carceri; e 
rendendo a Federico la pariglia, dopo averli assicurati 
all'esterno del palancato, senza interruzione alcuna con- 
tinuarono a manovrare le macchine, ed a ribattere gli 
attentati ostili. 

Il primo degli ufficiali bresciani che, superando le 
tenerezze del cuore, ebbe la franchezza di commettere la 
mossa degli ordigni militari alla sua vigilanza affidati, 
e di spingerne i colpi contro quegli ostili, ai quali Fe- 
derico aveva fatto legare i prigionieri bresciani, fu 
Addizzoue Losco Poncarali, il quale Tanno innanzi aveva 
capitaneggiato il presidio del castello di Carpenedolo. 
Amore di patria vinse in lui la carità di padre: per- 



(1) I prigionieri bresciani esposti a quelle macchine, come 
lo racconta Malvezzi, Dist. VII, cap. 128. hortabanlur, i cit- 
tadini, ut amplius palriae decus, quam eorum salulcm eli- 
gertnt. 



LIBRO VILKTESIMOSECONDO 187 

che diede quelT ordine nel punto istesso, che avvìnto - 
alle macchine ostili vedeva fra ffli altri Gozio dilettis- ^ P? 



G.C. 
simo suo figlio.... Riparò provvidamente il cielo ad un anno 

tanto sacrificio; e se nou avviò un angiolo, come lo I2 ^* 
fece sul Moria, quando spedillo a rattenere il braccio 
determinato di Abramo, mandò non pertanto una di- 
rottissima e lunga pioggia, sicché fu per quella inter- 
rotto alle macchine qualunque operamento; ed i mise- 
randi a quelle avvinti, sull' imbrunir della notte, dilu- 
viati, abbrividiti, palpitanti, salvi da ogni ulterior no- 
cumento, tranne quanto potevano paventare dalla incitata 
natura, furono dall' orrido pericolo disciolti (1). 

§ 28. Passavano frattanto i giorni, né i Bresciani 
soffermavansi solamente alle difese, ma uscivano sovente 
armati dalle porte, spiugevansi impetuosi contro le 
schiere ostili che avventuratamente scontravano, le scom- 
pigliavano, le massacravano; abbattevano, od incendia- 
vano quelle torri nemiche, o mangani, o catapulte, 
cui era dato loro di giugnere; indi avanti di essere 
sorpresi, e forse ancora soperchiati dalla folta dell'armi 
imperiali, frettolosamente per la porta onde erano usciti 
si ritiravano. Fra tutte le sortite però fatte dai Bre- 
sciani in quell'occasione, deve essere singolarmente ri- 
cordata quella della notte seguente il sabbato 9 otto- 
bre, per mezzo della quale avendo spauracchiato e 
quasi sorpreso lo stesso imperatore, fu l'ultima loro 
necessaria (2). 



(1) Ottavio Rossi, Elogi istorici a cari. 67. 

(2) Malvet. Dist. VII cap. 28. Mensis Octobris Sabbaio 
die 9. cium nihil adversi Fvede.rici gente s suspicarenlnr, et 
essent ampia quiete nimis sotUciti, atque diversi* epulis, mal* 



188 LIBRO VEMES1MOSECORDO 

-"""" ! Le soldatesche imperiali avevano trapassato quel sab- 
Dopo hàio in festeggiamenti, in gozzoviglie in tripudii d'ogni 
anno* sorta: fiacche alla fine dalle danze e dai ludi, zeppe 
1238. d'immoderati cibi? e soperchiate da generose bottiglie, 
comprese dal sonno si erano sdraiate, e russavano ga- 
gliardamente; e vinte dalla stessa baldoria le scolte loro, 
non più erano in grado di sdebitare con accuratezza 
gli affidati uffici. Colto i Bresciani quel punto, tutte 
aprirono le porte, ne sospinsero a furia quante schiere 
e pedestri e di cavallerie avevano nella città, le man- 
darono addosso agli inimici di quella maniera che suole 
adoperarsi da uno svegliato angustiato e inviperito so- 
pra genti nemiche, briache, sopite nel sonno. Lo stesso 
imperatore andò a pericolo quella notte di essere sor- 
preso nel suo padiglione, dal quale ebbe la ventura di 
scampare con tanta fretta, che nou tutte ancora ave- 
vasi potuto allacciare le vestimenta. I Bresciani in quella 
occasione incendiarono quasi tutte le macchine che Fe- 
derico aveva fatto costrurre intorno alla città per ab- 
batterla (i). Le schiere imperiali che erano acquartie- 
rate ne' villaggi o ne' campi suburbaui, scosse altre da, 
que' trambusti, altre avvisate dagli avventurati che ave- 
vauo potuto salvarsi fuggendo, si destarono a vicenda, 
si approntarono all' armi, ed al primo albeggiar del- 



ioque gravati vino, somnoque Teutonici quiescerent, brixiensis 
militia, bellicosaque turba pedeslris super eos post noctis me' 
dium subito irruenles, plurimos ex eis sauciant, mulLosqut 
prostemunt; quosdam etiam non paucos interimunt, et in lan" 
lum per eorum castra debacchata sunt, ut ipsum Augustum 
fere caplwum afferrent. Donec nox finem faceret, Brixiensium 
acies ledere non cessavit. 
(i) Malvet. ibid. 



(i) Dum diei scintillabat aurora, tantam super se multitu- 
iinem conspexerunt Brixienses venientem, ut vix evadere pos- 
teri. Sed alrociter decerlantes, se exinde, quibusdam tamen 
sauciatis; exemerunt. Malvet. Dist. VII. cap. 128. 

(2) Malvet. Dist. VII. cap. 128 ad calcem: Mox vero Fre- 
ìericus curri per sex dies et menses duos Brixiam obsideret 
11 Inìque se contra Brixianos gessìsse conspiceret, succensis 
entoriis caeterisque edificiis sui exercilus, sine ullius conqui- 
ilione in cremonensem civitatem cimi suis reversus est. 



LIBRO YENTESIMOSBCONDO 1S9 

l'aurora si mossero, oude porgere soccorso agli sban- f??!!! 1 !^™ 
dati compagni, e ribattere l' impeto delle milizie citta- Dopo 
dine. Avvisatene quelle uou istettero aspettandone lo a {j no ' 
scoutro, e tornate frettolosamente in Brescia, uè assicu- 12 ^ 8 * 
rarono le porte (1). 

Federico rinvenuto il giorno appresso dalla paura, 
postasi una mano alla fronte, meditò i casi suoi, e con- 
siderato il rovinìo della più parte delle sue macchine, 
alle quali solamente con lunga industria e dispendio 
potevasi riparare; considerate le fortificazioni della città, 
l'animo deliberato e le forze degli abitanti la medesi- 
ma, determinossi di cedere il guanto e ritirarsi, fatte 
per questo incendiar quelle macchine che avventura- 
tamele non erano state abbattute bruciate dai cit- 
tadini, dopo due mesi e sei giorni che aveva stretta 
Brescia di assedio, levò le tende, ed andò ad acquar- 
tierare l'esercito in Cremona (2). 

§ 29: Non furono pochi i Bresciani che trascorrendo 
le gravi combustioni degli anni pur ora discorsi, e per 
la forza e per la coltivazione dell' ingegno e per le doti 
dell'auimo e per le eccelse dignità ed in patria ed al- 
tronde occupate, lumiuosameute si distinsero. Taccio di 
Uberto Gambara, di Stefano Torbiati, di Raimondo Ugoni, 



i 9 o LIBRO VENTESIMOSECOSDO 

— "—di Tommaso di Addizzoue e di Gozio Poucarali, di 
Do P° Lottarlo Martiuengo, di Laufranchiuo Sala, per avere 
atino di quelli già scritto a proprio luogo. E però mio 
12Ó8. debito di riavvivare le ricordanze di Bonifacio figlio 
di Mangariuo Pace, famiglia distinta cou quel coguome 
e chiara in Brescia e singolarmente in Deseuzauo, il 
quale l'anno 1223, anno onde era Milauo pertur- 
bata da civili funestissime dissidenze, per l'alta cou- 
Siderazione che erasi virtuosamente guadagnata, veuue 
eletto podestà di quella metropoli, e uè sciolse con 
molta onoranza i difficili impegui (i). Debbo ricordare 
Bonifacio Boccacci feudatario di Veuzago (2), già altra i 
volta per geste patrie rammentato, il quale l'anno 1225, 
dal consiglio geuerale di Bologna fu eletto podestà di 
quella città e proviucia (3), da onde dopo di avere 
onoratamente disimpeguate le fuuzioni della cospicua ( 
diguità affidatagli, passò V anuo seguente a sciogliere | 
uguale ufficio in Mantova. Debbo ricordare Federico I 
Lavellongo, discendente, come si è detto, insieme cogli 
tigoni dal ceppo dell' antichissima e potentissima fami- I 
glia de' couti Lomellini, il quale Federico, che ora in- 
vece di Lavellongo direbbesi Longo, succedette a Boni- I 
facio Boccacci nella podestarìa di Bologua, dove per 
la fermezza onde prese a sosteuere le giurisdizioni della 
città di confronto a quelle della sacra curia, ebbe a 
sofferire gravi contrasti a lui mossi da Arrigo Coufa-I 
lonieri, ugualmente bresciano, il quale era allora arci- 



(1) Bernardino Corio, Stor. di Milano, Par. 1. 

{1) Istituenti pubblici dell'Archivio Comunale di Lonato 

citati da Ottavio Rossi, Elogi Istor. t*. 67. 

(3) Ghirardacci, tlislor. di Bologna, Uh. P. 



LIBRO YEKTESIMOSECOKDO , 9 , 

vescovo di quella città (i). Debbo ricordare Alipraudo 5=—! 
Faglia (casato illustre ancora in città e provincia, e Do P° 
singolarmente in Chiari), il quale l'anno 1228, dietro f n „o* 
pubblico suffragio del consiglio generale di Milano, "38. 
venne eletto podestà di quella metropoli. Ivi égli si 
rese celeberrimo per molti provvidissimi statuti, è sin- 
■golarmeute per l'incitamento da lui dato a que' citta- 
dini di erigvre eglino ancora, a somiglianza de' Bre- 
sciani, un palazzo adatto ad ospiziare le pubbliche ma- 
gistrature. I Milanesi, dietro suo consiglio, diedero opera 
ì sol lecitamente a quel fabbricato, e, come i Bresciani 
il suo, quelli ancora nominarono il nuovo loro edificio, 
palazzo Broletto (2), il quale, dopo aver superate le' 
ingiurie de' secoli, torreggia in Milano ancora, e sie- 
dono in quello pubbliche magistrature. Alipraudo Fa- 
glia, sciolto ch'ebbe l'impegno addossatogli dai Mila- 
nesi, venne eletto podestà di Bologna, dove ebbe molto 
| distinguersi per le civili, ma più assai per le militari 
imprese: per essere stata allora perturbata quella città 
per una parte dagli Imolesi e per l'altra dai Cremonesi 
collegati coi Piacentini (3). Debbo ricordare Bonacorso 
?orta e Bortolo Carboni amendue bresciaui, i quali per 
iommo onore, quantunque non appartenenti a nobili 
amiglie, occuparono l'uno dopo l'altro in Milano la 
uprema magistratura. Bonacorso Porta ne fu podestà 
'anno 1229, e si distinse d'assai nello spurgare quella 
netropoli dagli eretici Patareui, setta di Manichei, dalla 
[■ale era a que' tempi non leggermente infetta quella 
ittà; ma rapito naturalmente alla vita meutre aveva 



(1) Ottavio Rossi, Elogi Histor. f. 58. 

{-i) Bernardino Corio, Histor. di Milano, Pati. 2. 

(5) Ghirardacci, Histor. di Bologna, Lio, 5. 



i 9 2 LIBRO yEMESIMGSECQNDO 

■^—— percorso appena il primo trimestre del suo reggimento, 
Dopo dietro voto del consiglio generale de' Milanesi veuue 
anno chiamato a succedergli il suo coucittadiuo ed amico 
1208. Bortolo Carboni, la famiglia del quale vigoreggia an- 
cora in Brescia, e nella quale dopo il meriggio del se- 
colo trascorso brillò V inclito conoscitore di belle arti 
e di amena letteratura Giambatisla Carboni (1). Debbo 
ricordare alla fine il bresciano Alberto Albertani, dotto 
giurisprudente di que' tempi, il quale pubblicò uua do- 
viziosa raccolta di aforismi, ovvero di sentenze relative 
ad oggetti di legislazione e di pubblica morale vigi- 
lanza (2). 

§ 3o. I frati dell'ordine domenicano istituiti da non 
molti anni in questa provincia dallo stesso loro sauto 
patriarca, siccome si è già raccontato, e che avevano 
ne' primi anni albergato nelle adiacenze della chiesa 
de' santi Faustino e Giovita ad sanguinem, fuori di 
porta Matolfa, cioè dove ora vedesi il fu monastero di 
sant'Afra, perle provvide cooperazioni del beato Gualla 
allora vescovo di Brescia, e per le pie munificenze an- 
cora dei cittadini, si costrussero a que' giorni un nuove 
e spaziosissimo cenobio nel sobborgo di s. Lorenzo so- 
pra la destra sponda del Garza, il quale fu poscia 
compreso dentro i nuovi recinti della città (3). In quel 



(1) Quanto a Bortolo Carboni veggansi gli Elogi Histor. d 
Ottavio Rossiacart. 63 dell' ediz. del Fontana, 1620. E quanK 
alle virtù di Gio. Ball. Carboni, oltre ogni altro argomento 
può ognuno chiarirsene dalle sue lettere originali indiritte ali. 
Zamboni, ch'io conservo. 

(2) Malvet., Disi. VII. cap. 117. 

(3) Malvet., Dist. VII. cap. 119: Cives Monasteriwn B. Do 
minici foras urbis ad australe™ parlcm in Ultore Gardiae flu 



LIBRO VENTESIMOSECORDO i 9 3 

nuovo, aprico ed amplissimo locale hanno poscia ospi - -" ' 
Eiato quei frati, finché al tramonto dello scaduto secolo Do P° 
Iddio ha^ permesso la soppressione dei medesimi. „£ 

A que' tempi il capitolo de' canonici che di prima 1258 - 
istituzione era stato addetto alia chiesa dell'antico ca- 
stello di Bigoglio, castello che i Bresciani spontanea- 
mente distrussero l'anno 1192, quando in quelle vici- 
nanze comiuciossi la costruzione di quello di s. Gior- 
gio, detto di presente Orzinuovi; quel capitolo essendo 
stato traslocato dalla chiesa del vecchio forte distrutto 
a quella del nuovo edificato, considera vasi sciolto dal 
dovere di assidua residenza al nuovo posto. 11 vescovo 
Gualla, mal soffereudo tal cosa, il giorno 11 maggio 
12.37 ema "ò una costituzione, per mezzo della quale 
dichiarò dover essere nove i canonici un tempo Bigo- 
gliesi ed allora Orceani: così distinguendoli, uno sacer- 
dote, parroco del canonicato e del paese, tre parimente 
sacerdoti, ai quali altre costituzioni posteriori hanno 
aggiunto il dovere di cura d' anime, uno diacono, uno 
soddiacono e tre addetti ai semplici ordini minori; e 
quel vescovo prescrisse severamente ai canonici mede- 
simi assidua residenza in Orzinuovi ed esatto adempi- 
mento de' sacri loro doveri (1). 



minìs construere ceperunt, quod subsequentibus annis magni' 
fice ab eisdem peractum esL 

(1) Quell'alto del vescovo Gualla, dietro l'esemplare tratto 
dal! autografo dai Nodari Antonio Brusella di Bagnolo e Do- 
memco Cattani di Orzinuovi, è stato pubblicato da Gradendo, 
Bnx. Sac. pag. 2 5o, et seq. 



YOL. IT. l3 



••-•• •-.■• ••-'•••• -••••^•••• v >:...:-:.,..:-s..X_X,v<. X !>:ri:<"'>:'"':«:'"'>: , * , :.;'" , -.^'v"'-.- J ^-^--. .,•••■ . 

— " j: " ; - •-• ••*• •>••••-.•• ••-■• ••„•• v ' 



LIBRO VENTESIMOTERZO 



T «a- 

5 i. JJe fazioni guelfe e ghibelline, le prime Dopo 
delle qual. sostenevano le parti pontificie e le altre le G ' C " 
imperiali, avevano già da più anni cominciato a signi- ™"g. 
ficarsr e ad imbaldanzire in queste regioni; ma per le 
male maniere, onde andava procedendo l' altrimenti 
molto avveduto e colto Federico II imperatore, e per 
quelle, onde il sommo pontefice Gregorio IX a lui ri- 
spendeva, quelle italiche discordie, quelle combustioni, 
quell ne facevansi di giorno in giorno più ardite, più 
feroci, più funeste. 

Il pontefice pretendeva di essere per le antiche con- 
cessioni imperiali padrone di tutta l'isola di Sardegna; 
e Federico, quantunque non ne avesse un attuale go- 
dimento, pretendeva di avere sopra quell' isola un as- 
soluto diritto; e mentre l'anno scorso era egli occupato 
nell'assedio di Brescia, aveva inviato suo figlio Enrico 
con porzione dell'armata ad invadere quell'isola, la 



li 



i 9 6 LIBRO VEHTESiMOTERZO 

— qual cosa quel principe esegui; soggiogolla, e suo padre 
P°P° ne lo dichiarò sovrauo (i). Il pontefice era alleato delle 
anno città lombarde, del marchese d' Este e di molti altri; 
H J- e Federico dopo avere manomesso e desolato gran parte 
del bresciano, stretta Brescia d'assedio per due mesi e 
sei giorni, guerreggiati i Milanesi, incitato da Ecelino 
si trasse poscia a Padova, da dove, mentre ospiziato 
onorevolmente da que' cittadini per oltre due mesi, fin- 
geva sollazzarsi spensieratamente alle cacce, ora su pei 
colli eugauei, ora lungo le sponde del Brenta, insidiava 
secretamente alla libertà del marchese d'Este ed al 
dominio de' suoi stati, ed incitava contemporaneamente 
i Romani a ribellarsi alla santa sede. Gregorio IX che 
era un pontefice di occhio accorto e di petto fermo, 
dopo di avere indiritto a Federico più monitori! inu- 
tilmente, la domenica delle palme dell'anno i23o, pub- 
blicò solennemente la scomunica contro di lui, nell'atto 
della quale, dopo avere il pontefice esposto i motivi che 
lo avevano indotto a fulminare quella censura contro 
l'imperatore, liberò i sudditi del medesimo dal giura- 
mento di fedeltà a lui prestato (2). 

Arse di sdegno Federico al leggere la censura vi- 
brata dal pontefice contro di lui, e fece scrivere tan- 
tosto da Pier delle Vigne suo arcicaucelliere una cir-' 
colare diretta a quasi tutti i re ed i principi d' Europa, i 
per mezzo della quale giustificavasi delle colpe impu- 
tategli dall' atto di scomunica; dichiarava poscia nonu 
essere Gregorio IX un pontefice atto a giudicarlo, e molto 
meno a condannarlo: perchè non era persona iudiffe- 



(1) Matteo Paris, pag. 410. 

(1) Quell'atto di scomunica, fra i molti altri luoghi, può teg 
gersi estesamente in fleury, Jìist, Ecl&siastiq. Liv. 8i, § 19. 



LIBRO VENTESIMOTERZO i 97 

rente, ma sua dichiarata nemica; e finalmente supplì- ?""— 
cava la convocazione di un consiglio eucomenico, per- Dopo 
che fosse da quello deposto dalla cattedra apostolica il G * C " 

di i i anno 

eletto al medesimo un successore (i). 1240. 

8 2. Ma intanto le sorti dell'imperatore comincia- 
vano a pigliare mala piega: i Trivigiani che per Io 
innanzi gli si erauo assoggettati, indotti da Aiberico da 
Romano fratello di Eceliuo, e per giuste ragioni molto 
irritato e contro al fratello e contro Y imperatore, si 
tolsero alla sua sommissione, e si aggiunsero alla fa- 
zione de' guelfi; il marchese Azzo VII che era stato 
dalla politica costretto a farsi cortigiano di Federico, 
ed a permettere governatori ghibellini ne' proprii stati, 
insospettito di alcune pericolosissime trame, fug^ì dalla 
corte, e raccolto un forte seguito di armati, dopo di 
avere ricuperato Este e molte altre sue castella (2), si 
spinse contro Ferrara che era governata dal famoso Sa- 
linguerra, e dietro breve assedio la riebbe, e costrinse 
queir ardentissimo ghibellino a ricoverarsi esule in Ve- 
nezia, ove poco poscia morì, e costrinse ancora Torello 
figlio del medesimo a ritirarsi presso Ecelino (3). Con- 
temporaneamente i Bresciani preso ardire dalle circo- 
stanze dirizzarono le proprie soldatesche contro le ca- 
stella di loro pertinenza che si erano date spontanea- 
mente a Federico, le più rinomate delle quali erano 
Gavardo ed Iseo, e le ripresero; ed in queir occasione 

(1) Pier dalle Vigne, Uh. 1. epist. 21. Matteo Paris, pi 4§i, 

(2) Rolandinus, Lib. 4. cap. 14. 

(3) Malvet. Disi. VII. cap. i33: Marchio autem Estensis 
obsessam Ferrariam cepit, Salinguerram Venetiis in exilium 
retrusit, ibique defunctus est; fìlius vero ejus Taurellus no- 
mine ad Excellinum confugit. 



i 9 8 LIBRO VENTESIMOTERZO 

' ripresero ancora la fortezza Pisogne io Va] ca mori Ica, 
Dopo dove ne destinarono capitano governatore 1' illustre e 
ormo prode nostro concittadino Lafranco Avogadro, e poscia 
ia 4 ,g ricuperarono il castello di Venzago sul tenere di Lo- 
nato, il quale per averli forse ribattuti con pervivace 
resistenza, dopo conquistato, venne dai cittadini piena- 
mente demolito (i). 

Non erano allora le sole città od i paesi addetti alle 
medesime, che si appigliassero al partito pontificio od 
imperiale; ma gli abitanti le città ed i paesi a quelle 
attiuenti, tratti sciaguratamente da uno spirito di par- 
tito assai più ardente e fiero che non quello, dal quale 
negli ultimi anni dello scaduto secolo e ne* primi del 
presente, vedevansi incitati que' fanatici, una parte dei 
quali dicevasi de' goghi e l'altra de' patriotti ; ma 
quello che erasi addetto alla parte guelfa, o X altro 
che alla parte ghibellina attenevasi, non a mute odio- 
sità soffermavausi, non a sole ingiuriose orazioni decla- 
mate facondamente dalle pubbliche tribune, o prodotte 
dai fogli detti Fruste patriottiche, non a sole parziali 
imposte pecuniarie, ne talvolta ancora a sole reclusioni 
soffermavausi od a pene capitali, che erano però de- 
cretate dai magistrati medesimi, ansiosissimi di affie- 
nare o Y uno o l'altro partito, onde rompere il corso 
alle combustioni cittadine; ma guelfa, non solo una città 



(i) Brixiensis militici civitatem suam rediens Gavardum ini' 
pugnans, mox cepit; pari modo Iseum seguenti anno arripuit. 
Oppidum quoque de Pegatio recuperans, Mie strenuissimum 
quemdam civem Lafrancum nomine de nobili prosapia illorum 
de Avogadris capitaneum sialuit. Post haec quoque castellum 
Venzaghi invadens, illud fundilus diruit. Malvet., Dist. Viti 
cap. i34- 



LIBRO VE3NTESIMOTERZO 199 

«d un paese, e l'altro paese e l'altra città ghibellina, - - 1 "™ 
na guelfa una famiglia e ghibellina l'altra contigua; J?°P? 
na guelfo il padre, il fratello, il marito, ghibellino il anno* 
fijlio e l'altro fratello e ghibellina la sposa; non a soli 1 ^ 2, 
odii od a sole maledizioni soffermavansi; ma col ve- 
leni o col ferro insidiavansi secretamente la vita, o 
raccolti in ordinate schiere spingevansi reciprocamente 
a furenti e sanguinosissime battaglie. 

§ 3. Cominciavano allora a destarsi ancora in Bre- 
scia e ad imbaldanzirvi gagliardamente alcune fazioni, 
che se non potevansi appellare propriamente guelfe e 
ghibelline, a quelle però moltissimo rassomigliavano. 
Una di quelle non lasciava intentato mezzo alcuno, onde 
conservare Y indipendenza del patrio governo, ed onde 
non dare all' imperatore che il solito censo annuale che 
solevasi prestargli in riconosceuza del suo supremo do- 
minio; e siccome i cronisti non hanno lasciato ricor- 
danza del nome ond' era quella fazione distinta, dal- 
l'amor patrio, del quale ardeva, mi sembra non essere 
inconveniente l' indicarla col nome di fazione patriotica; 
e l' altra, che dalle azioni sembra rappresentasse la 
parte ghibellina, era denominata fazione de' m alassar di. 
Questa dopo essersi Tanno 1242 impadronita di molte 
castella della provincia cedette spontaneamente ai Cre- 
monesi, ardentissimi fautori del partito imperiale, il 
castello di Fontevico. Il dottor medico fisico Iacopo 
Malvezzi, che ha scritto la sua cronaca solo circa un 
secolo e mezzo di poi, perchè decrepito mancò apople- 
ticamente di vita l'anno i44°> ha rappresentato la fa- 
zione de' matassardi siccome tristissima, la ha detta 
rettamente denominata, quasicchè malassardo tragga 
etimologicamente il nome delle voci latine male ardet 
( auela al male ) ed aggiugne che quella fazione ha 



/ 

200 LIBRO VENTESIMOTERZO 

' •""" ' sempre inteso a combattere ferocemente la patria, ed a 

fi ?? tentarne la perdita (i). 

anno $ 4- L'esercito imperiale frattanto condotto dall( 

,2 ^ 5 * stesso Federico perfidiava negli stati papali, ed ori 
1' una città rapiva al dominio ecclesiastico ed ora L'a- 
tta j e Gregorio IX già prossimo alle dieci intiere de- 
cine d' anni, cioè ad uu secolo di età, tormentato gra- 
vemente da affezioni calcolose, e più assai esacerbato 
nell'animo pei fieri guerreggiamenti, coi quali procedeva 
ne' suoi stati l'imperatore, vinto da quelle tre poten- 
tissime cause spirò 1' ultimo fiato. Venne destinato sol- 
lecitamente a succedergli il cardinale Goffredo, che era 
milanese di patria ed allora vescovo di Sabina; accettò 
quegli il pontificato, assumendo il nome di Celestino IV; 
ma poiché era già infermiccio e decrepito, dopo soli 
diciassette giorni di sede, mancò naturalmente di vita (2). 
La cattedra apostolica rimase allora vacante lunghi mesi; 
venne finalmente destinato ad occuparla il cardinale 
Sinibaldo Fieschi da Genova, che la accettò, e prese il 
Anno nome d' Innocenzo IV. Allora la guerra fra P impera- 
1243. tore e ì a santa sede era sospesa per una tregua, e Fe- 
derico diede segni di alta compiacenza per essere stato 
eletto pontefice il cardinale Fieschi, ed ordinò che se 
uè avesse a cantare ringraziamenti a Dio per ogni 



(1) Malvet. Dist. VII. cap. i36: Hac tempestate quorumdam 
Brix. filiorum iniquitatis seda adeo pullulavit, ut contra pa- 
triam eorum manum levarenl. Hos aidem Malaxardos, et si- 
quìdem bene vocaverunt. Semper haec factio Malaxarda omnia 
saevitiae suae conlra patriam suam armibus retorsit: nam fa- 
cientibus ipsis Malaxardis castella multa civilali sublata sunt p 
et an, Xù Domini 124^ castrimi Pontisvici per eos tradilum 
est Cremonensibus, 

(•2) Ricardo da S. Germano, in chronic. p. \(Sb r ] % et scq. 



LIBRO VENTESIMOTERZO 201 

chiesa degli stati suoi (1). Ad onta di questo però, ^^""^— 
quantunque fossero allora le ostilità sospese, e quau- Dopo 
tuuque e 1 imperatore ed il papa si fossero ìuviati vi- anno 
cendevoli ambasciatori perchè avessero a tentare un 1Q 4^« 
fermo trattato di pace, non essendosene potuto conve- 
nire le condizioni, Federico procedette tant' oltre, non 
già coll'armi, onde politicamente rispettare il trattato di 
tregua, ma per mezzo di incitamenti a sommossioni se- 
crete, e quelle promosse in Roma medesima, che il santo 
padre non più vedendosi sicuro nello stesso palazzo del 
Vaticano, la notte 28 giugno 1244 fuggì secretamene Ia // 
da quella augusta città, e solcando il mare andossi a 
ricoverare in Genova sua patria (2), e di là fra non 
molto passato in Francia fermossi ad ospiziare in Lione, 
dove convocò un cousidio generale che si raccolse per- 

Anno 

correndo il giugno 1245, e dal quale il giorno 17 del 1245. 
susseguente luglio fu confermata la scomunica già da 
Gregorio IX emanata contro Federico; fu proibito a'suoi 
sudditi di più riconoscerlo siccome imperatore, e di 
prestargli più oltre obbedienza alcuna, e furono inci- 
dati i principi dell' impero a destinare qualunque altro 
oro piacesse al soglio imperiale (3). 

§ 5. L' imperatore Federico li sentissi pungere alta- 
mente e l'onore e l'animo appena udì confermate da 
an consiglio eucomenico della Chiesa le censure ema- 
late dal defunto pontefice Gregorio IX contro di lui, 
; nuovamente decretata dal consiglio medesimo la sua 



(1) Vbique per regnum jassit laudes Domino decantari 
Picard, ibidem. 

(2) Caffari, Annales Genuenses, Uh* 6. apud Murator. T. VI, 
Rer. Italie. 

(3) Malvet. Disi. VII. cap. i58. — Fleunr, Liv. 32. § 29. 



— — — 



502 LIBRO VENTESIMOTERZO 

-deposizione dal trono* Lunge però dal ravvedersi e dal 



Dopo prestare atti d'ingenua umiliazione, procedeva perii- 

* 1 111 • I 

anno diando con una baldanza ogni dì più feroce. Spedi 

1-245. frettolosamente suo figlio Corrado in Germania, perchè 
avesse ivi ad impedire il congresso degli elettori del 
nuovo augusto ed a procurare nuove reclute, uuove 
soldatesche; egli si spinse con numerose bande di ar- 
mati contro le provincie della Toscana e dello stato 
romano; e commise frattanto all'altro suo figlio Enzo, 
cui già da alcuui anni aveva dichiarato re di Sardegna 

1246. à' 1 g» erre gg' are qnelle città lombarde, che non avevano 
assunto apertamente ancora il suo partito (1). Né mancò 
il re Enzo di adoperarsi possibilmente onde sdebitare 
le commissioni avute dall'augusto padre; seguitato da 
lunghe schiere tedesche e dalle ausiliarie ghibelline a 
lui trasmesse da Cremona, da Parma e da Reggio, prima 
slanciossi contro i Milauesi, poi contro Parma mede- 
sima, quantunque avesse più compagnie di ghibellini 
parmigiani al suo seguito (2), e strinse aspramente quella 
città di fiero, ma inutile assedio. 

Anno 11 re Enzo in quell' occasione irruppe ancora contro 
la provincia di Brescia, e sostenuto dalla fazione dei 
malassardi s'impadronì delle castella di Leno e di Bo- 
varno, e tentò invanamente il conquisto ancora di quello 
di Quinzano; ma fu quel forte con molta industria ed 
intrepidezza militare difeso e salvato dalla guarnigione 
del medesimo, capitanata dal nobile bresciano il conte 
Federico Lavellongo (3). I cittadini di Brescia ebbero 

(1) Cronaca del Monaco Padovano, Ann. i?45, e pag. 5gi. 

(1) Memoriale Potestatis Regiensis, apud. Murai. T. Vili, 
Ter. Italie. 

(3) Quinzanum expugnans nwltis dìcbus obscdil, sed rrsi- 
stentìbus militibus, qui inlus erant, quorum Duclor erat sire* 



LIBRO YENTESIMOTER20 ao3 

)a prodezza e la ventura di ricuperare sollecitamente — — — *": 
quello di Leno (i), ma siccome era a que' tempi abate Dopo 
del regio monastero di quel paese un certo monaco anno' 
Giovanni, ardentissimo ghibellino, vedendo egli tornato ,2 47- 
Leno in mano della fazione bresciana a lui opposta, 
cioè di quella de' patriot ti, non credette essere luogo 
di sicurezza bastante per se medesimo il proprio mo- 
nastero, e perciò abbandonatolo andossi a ricoverare iu 
Cremona (2). Seppe egli ivi maneggiarsi di così forte 
maniera e presso alla fazione de' malassardi di Brescia 
e presso al figlio di Federico il re Enzo, che Leno 
venne fra pochi mesi ritolto alla fazione patriotica dei 
Bresciani. Quel sere abate tuttavia uon fidavasi di tor- 
nare al proprio monastero a sciogliere personalmente t 
debiti uffici, pauroso forse di qualche ostile insidia. 
Di tali cose ebbe avviso il regnante pontefice, il 
quale commise tantosto a Gregorio da Montelougo, ve- 
scovo di Tripoli e legato apostolico in Lombardia, di 
chiamare a se l'abate Giovanni di Leno, di imporgli 
sollecito ritorno al proprio monastero, di commettergli 
un assoluto distacco da qualsivoglia fazione secolaresca, 
di prescrivergli esatto adempimento de' suoi monastici 
doveri; e ciò dietro la minaccia di essere deposto dalla 
dignità abbaziale. 

nuissimus civis noster Federicus de Lavellongo, miles per 
omnia magnopere idoneus, se fortiter continuit. Malvet., Dist. 
!YII. cap. i43. 

(1) Malvet. Dist. VII cap. 5i Annal. yeteres mutinenses, 

apud Murat. T. //. Rer. Italie. 

(1) Memorie della Badia di Leno scritte dal Gesuita Fran- 
cesco Antonio Zaccaria pubbl. in Venezia pei tipi di Pietro 
Marcuzzi 1' ann. 1767 a f. 37, così viene espresso: (L'ab. Gio- 
vanni ) lasciò la Badia, e parlatosi a Cremona, vi prese a sog- 
giornare. 



2 o4 LIBRO VENTESIMOTERZO 

• Quell'apostolico legato adempì fedelmente le com- 

Dopo m i ss J on Ì avute; chiamò a sé formalmente 1' abate Gio- 
anno vanni; quegli rifiutossi francamente di pure a lui pre- 
124S. sentarsi; e perciò l'apostolico legato Gregorio da Mon- 
telougo emanò contro di lui una sentenza contumaciale, 
per la quale lo depose dalla cattedra abbaziale del 
monastero. A quello venne surrogato un monaco cassi- 
nese detto Gulielmo (i), il quale era nato da una il- 
lustre famiglia di Parma, ed era di prossima paren- 
tela e calda amicizia coi signori della Gente, nobili 
padovani; della quale cospicua famiglia allora distin- 
guevansi il celebre Egidio della Gente, che l'anno 1262 
venne destinato a disimpegnare gli uffici della pode- 
starìa di Padova, e Giberto e Guido figli del mede- 
simo (2). 

§ 6. Il re Enzo allora andava stringendo Parma e 
procedendo contro di quella ogni giorno a peggiori 
asprezze; gli abitanti di quella infelice città, oltre 
l'amarissima dispiacenza di vedere l' esercito ostile soc- 
corso da molte bande di proprii concittadini armati 
fieramente contro la patria, erano tormentati ancora 
dalla penuria e dalla fame. Il partito de' guelfi però 
incitato per commissione del papa dal cardinale Otta- 
viano degli Ubaldini, fra le milizie del quale partito 
unitamente alle schiere condotte dal marchese Azzo VII 
d'Este, a quelle de' Milanesi, de' Veneziani, de'Manto- 



(1) Ciò viene assicurato dal Breve di approvazione di quella 
sentenza, dato da Innocenzo IV, Lugduni Pontificatus sui an* 
no VI. pubblicato dal P. buchi, Monumenta Monasterii Leo- 
nensis, pag. 72, cdit. Romae, Typ. Octavii Puccinelli, an. 1759. 

(2) Cronic. ationim. psjiavinura, apud Murai. T. IV. fier. 
ìtalic. 






LIBRO VENTESIMOTERZO 2 o5 

vani erano ancora lunghe file di soldatesche bresciane, imM " M 
porsero a quella contristata città i necessari*! soccorsi, Dopo 
introducendovi a forza ed a dispetto degli assediatoli an ' no ' 
gran copia di vittovaglie d' ogui genere (i) e procu- l2 40« 
rando ancora fra non molto alla medesima la libera- 
zione dell'assedio. 

Dopo di ciò le milizie bresciane tornarono in patria, 
ed unitesi a quelle ahre della fazioue de patriota che 
qui si erano trattenute in custodia della provincia 
mossero tutte insieme onde ricuperare le castella oc- 
cupate dai malassurdi, cioè da quelli che in certa 
maniera appartenevano al partito ghibellino. Furono in 
quella occasione scacciati que' faziosi che uniti ai Cre- 
monesi signoreggiavano iu Poutevico, fu nuovamente 
ricuperato dalle mani de' malassardi il castello di Leno; 
e tolta al capitano ghibellino, o per attenermi alle pa- 
trie denominazioni, al capitano malassardo il coute Al- 
berto Gambara la rocca di Bovarno, fatto lui medesimo 
prigioniero e tradotto sollecitamente nelle carceri di 
Brescia (2). 

§ 7. Dopo l'impresa di Parma malamente agli im- 
periali riuscita, lo spurio figlio di Federico, il re di 
Sardegna, nominato Enzo da alcuni cronisti e da al- 



(1) Annales Veronenses, Tom. FUI. Rer. Italie. 

(2) Tunc quoque brixiana civitas, expulsis Cremonensibus, 
Pontisvici castellum territoriumque recepii. Pari modo Lenurn 
Malexardis depulsis a civibus receptum est. Eisdemque die» 
bus Boarnum, quod miles quidam brixiensis proprio dominio 
cooptale rat, expugnans cepit. Albertus vero ( sic enim nomea 
habebat, a prosapia magnalum de Gambara ortum ducens ) t in. 
ipsa arce comprekensus, Brixiae carcerìbus relrusus est. Maivet, 
Disi. YU, cap. 144. 



2o6 LIBRO VENTESIMOTERZO 

mmmmm ^ lfi Eurico, seguitato da lunghe schiere tedesche, da 
S°P? quelle condottegli da Eceliuo, dalle soldatesche eremo- 
anno nesi capitanate da Buoso Dovara aleutissimo ghibel- 
2 " 2 4b)- lino, e da moli' altre lombarde attiueuti alla medesima 
fazione, si spinse contro Bologna. L' illustre, saggissimo 
e prode Filippo della cospicua famiglia Ugo ni di Bre- 
scia, che reggeva allora la podesterìa di quella città, 
sollecitossi ad ogni possibile difesa della medesima, ed 
onde procurarsi forze maggiori uou mancò di eccitare 
i guelfi di Lombardia e di Romagna ad accorrere sol- 
lecitamente in soccorso di quella minacciata città: quelli 
affrettarousi in compiacerlo; ed i Bresciani in quella 
occasione, uditisi chiamare in sussidio da un loro con- 
cittadino, il quale non già solo pel vetusto e distintis- 
simo stipite, ma più assai per le molte virtù che ador- 
navamo, e per 1' alta dignità che gloriosamente in Bo- 
logua occupava, rendeva altissimo onore alla patria (i), 
gli avviarouo in sussidio quaute mai forze poterono. I 
Bolognesi saggiamente condotti da quell' inclito nobile 
bresciano, ed avvalorati dal forte nerbo degli ausiliarii 
loro, non aspettarono di essere dalle osti nella propria 
città assalili, ma il mercoledì 26 maggio, dietro V im- 
mediato supremo comando del loro podestà Filippo 
Ugoni, si spinsero 'impetuosamente contro le schiere 
ostili, che erano per cingere la città loro di assedio, e 
le battagliarono con un tanto avventurato valore, che 
le ruppero in sulle prime, le dispersero, ne fugarono 
gran parte, gran parte ne lasciarono estinta sul cam- 



(1) Generosus civis noster Filippus de Ugonibus, mìles sum> 
mopcre praecipuus bonomensem civitatem regendam eia Mal- 
vet. Disi. VII. cap. i£5. 



LIBRO VENTESIMOTERZQ 207 

pò, ed altra che aveva gettate le armi ed implorate SESSE 
clemeuza tradussero prigioniera nelle carceri di Bolo- Do P° 
gua. Il famoso Eceliuo da Romano, che reggendo al- ^uo" 
cune sue proprie schiere combatteva coutro i Bolognesi 12 49- 
in quella pugna, ebbe la sorte di addursi iu salvo ra- 
pidamente fuggendo, e l'ardentissimo ghibellino capi- 
tano delle soldatesche cremonesi Buoso Dovara, ed il 
comandante supremo degli imperiali, lo spurio fìllio di 
Federico II il re di Sardegua Enzo furono tra i molti 
costretti a gettare le armi, a supplicare misericordia, 
ed a rendersi prigionieri. Dopo lunghi mesi, e dietro 
alto prezzo le autorità pubbliche di Bologna concessero 
al Dovara il riscatto; concessione, che dietro qualunque 
preghiera e qualunque esibizione dell'imperatore Fede- 
rico II, irremovibilmente rifiutarono al Re Enzo, ed o 
lo facessero tratti dall'ambizione di avere un sovrauo 
nelle proprie carceri, o tratti invece dalla prudenza 
di procurarsi rispetto per mezzo di un tanto ostaggio, 
per ventidue anni e quasi dieci mesi tennero quello 
sgraziato principe chiuso in una carcere nobile, spa- 
ziosa ed aprica, lo trattarono con ospitalità conveniente 
al suo grado; ma vinto alla fine il misero da una in- 
fermità naturale, ad onta di qualunque possibile assi- 
stenza prestatagli cessò di vivere (1). 



(1) Malvet. Dist. VII. cap. 146. De Rege autem quem Bono* 
niensis Populus captivum habebat, Filippus ( cioè il podestà 
Ugoni) qui erat omni nobilitale conspicuus, cum caeteris no* 
bilibus consilium iniil, apprehensumque eum in carcere ser* 
vavit, ubi, ipsum, Bononiensis Consulatus annis XXII, men- 
sibus novem, diebus XXI pane tribulationis substentavit. Tunc 
enint captivilatì suae ac vitae fmem dedit. Quanto però alle 
espressioni di quel cronista: pane tribulationis substentavit, il 



208 LIBRO VENTESMOTERZO 

"— ! ? § 8. L'imperatore Federico, male affetto assai di 
Dopo salute era allora nelle Puglie; ed Eceliuo dopo avere 
anno intesa la sciagura del re di Sardegna Enzo, per gli 
I2 49* accorgimenti e per le valorìe del quale non osava spie- 
garsi liberamente; vedutosi lontano ancora l'augusto 
suo padre medesimo, ed attaccato da tale malattia 
che non concedeva fauste speranze di guarigione, co- 
minciò a sfogare quegli ardori che da lunghi anni 
cautamente studiavasi di rattenere coperti in petto. 
Avevali però svelati ad alcuni che godevano la sua più 
stretta confidenza; e come ne assicurano gli storici di 
que' tempi, usava egli sprecare fra' suoi amici una certa 
millanterìa, per la quale diceva; di voler egli sbalor- 
dire la Lombardia con geste più illustri d' assai che 
non quelle, onde la addusse a rabbrividir Carlo 
Magno, od alcun altro de' suoi posteri (i). E sciolto 
baldautemente il freno a quelle superbe idee, cominciò 
a combattere Belluno, cui tolse ai signori da Camino; 
per mezzo poscia di una frode si impadronì di Monse- 
lice, rapendo quella grossa e popolosa piazza alle guar- 
nigioni dell'imperatore medesimo; fece indi massacrare 
in Padova quanti credeva che gli potessero procurare 
opposizioni; poi seguitato dalle milizie de' Padovani, 
dei Yiceutiui e dei Veronesi giunse fino a Leguago, e 
da ivi la notte 20 settembre 1249, volgendo le mosse 



Proposto Muratori invece, negli Annali T. VII. f. 13&, ediz. 
Giuntici da Lucca ha scritto, che il Re Enzo prigioniero fu 
trattato nondimeno con assai onore e civiltà da quel Comune. 
(1) Ecelinus ait, se velie in Lombardia agere majorem rem, 
r/uam acta foret a tempore Caroli Magni, et citra: Cartusior. 
Ilist. cap 6. 



LIBRO VENTESIMOTERZ0 *o 9 

sì spiuse contro Este (i); per tradimeuto di un certo 
Vitaliano di Arolda ebbe la sorte di entrare iu quella Dopo 
cospicua terra: mandolla immediatamente a sacco; e an ' no * 
dopo averne percossa coi mangaui, coi trabucchi, con i25o« 
le bertesche e con altre macchine militari per circa 
un mese la rocca medesima, dietro pattuita convenzione, 
ebbe quella ancora. Si insignorì poscia di molte altre 
castella del marchese Azzo YII d'Este, il quale era in 
quel tempo podestà di Ferrara; né per quanto ne ri- 
cordano i cronisti di que' tempi, quel marchese fece 
pur mai una mossa, onde prestare in quell' occasione 
difesa ai proprii stati. 

§ 9. Due fortissimi avvenimenti scossero altamente 
a que' tempi lo spirito non solo dei popoli d'Italia, ma 
di quelli insieme di tutta la cristianità: l' uno fu la 
caduta del santo re Luigi IX di Francia, unitamente 
a lunghe schiere de' suoi commilitoni, gran parte dei 
quali erano principi o vescovi od altre persone distin- 
tissime, quando reggendo l'armata de' crocesignati in 
Oriente, combatteva i Saraceni per la ricupera di Terra 
Santa, e dalla fortezza di Massora movendo verso Da- 
nnata, colto lungo il viaggio ed aggresso dall' esercito 
ostile, venne fatto prigioniero, né potè essere riscattato 
dalle griffe de' suoi vincitori che dietro l'esborso di 
una somma enorme (2). E l'altro graude avvenimento 
fu la mancanza a' vivi dell' imperatore Federico II che 
innanzi di essere colto dalla morte, mentre giace- 
va infermo in Firentino, castello della Puglia, date 

(1) Annales Veronenses, Paridis de Cerela, apud Murai. T. 8. 
Rer. Italie. 

{1) Giovarmi Villani, Lib. VI. eap. 36. delle Storie Fi- 
rentine. 

Tol. IV. .4 



aio LIBRO VENTESIMOTERZO 

—^ testimonianze di buon cattolico, fu dal vescovo di Sa- 
Do ' )0 lerno assolto da ogui trascorso e liberato dalle ceo- 
atlno sure (1). Gli scrittori di quelle età hanno lasciato buone 
j25o. ma | e ricordanze di quell' augusto, secondo il genio 
ed il partito diverso de' medesimi; alcuni si sono stu- 
diati d' inabissarlo coi demonii imputandolo di ecces- 
sive ambizioni, di laidezze, di persecuzioni alla chiesa, 
di ateismo (2); ed altri per lo elevato e coltissimo suo 
ingegno e per la molta protezione da lui data alla 
giustizia, alle lettere, ed ai coltivatori delle medesime, 
lo hanno coronato d'applausi, e quasi quasi collocato 
fra gli astri (3). 

Per essere passati ad altra vita e l'augusto Fede- 
rico II, e l'intrepido Enzo re di Sardegna di lui figlio, 
il superbo Eceliuo, credendo sciolto alla fine alle pro- 
prie audacie ogni freuo, a più spazioso campo distese 
le già da tempo concette idee, e uon ad insignorirsi 
solamente di tutta la Lombardia, ma al pieno domi- 
nio anelava di tutta Italia, ed onde cominciare a pa- 
scere una tanta cupidigia, studiava il conquisto delle 
città e provincie che nelle vicinanze degli slati suoi 
sopra le altre si distinguevano e sospirava per questo 
d'impadronirsi di Brescia e di Milano e de' paesi ap- 
partenenti alle medesime (4). 

(1) Monacus Patavinus, in Chronic apud Marat. Tom. &. 
Rer. Italie. — Petrus de Cnrbio, in Vita tnnoccnlii W. cap. 9.9. 

(9.) Albertus Stadenses, in Chronic. — Guillelmus da Podio, 
apud Du-chcsne cap. 49 

(3) Nicolaus de Iamsilla, Histor. apud Murai. T. Vili. Rer. . 
Italie. 

(4)M«Ivet. D'ist. VII. cap. 147. Qua de causa elalus, Eceliuo,...- 
ut soliti in Italia regnare l,- mnx ani munì ad Brixiam, Medio* 
lanumque, etjalias opti mas civitates obtincndas erexit. 



LIBRO VENTESIMOTERZO 2 ,i 

E facile immaginare quanto perturbamento abbiano ■"" ' 

mai recato all' animo de' Bresciani le audaci, fiere, am- Do P° 
biziosissime idee di Ecelino; pure quasi non quelle ba~ an™ 
slassero a temperare le invidie inferocite degli spiriti I2 ^'* 
iuferni, altri potenti vicini alla provincia medesima in- 
vestirono ( se almen lo può dirsi senza commettere le 
stramberìe dei contemporanei di Fulvio Testi ), e gli ad- 
dussero a suscitare contro la provincia di Brescia e ad 
altra vicina nuove e non pure immaginate vicissitu- 
dini; la qual cosa è fortemente confermata dalle let- 
tere dell' allora podestà di Brescia, il nob. milanese 
Laudrizio Crivelli, le quali ancora si conservano (i). 

§ io. Alcuni siguori dipendenti dalla illustre ed an- 
tichissima famiglia de' conti di Casalalto, ed un certo 
Rizzardo da Rivalta potente mantovano, raccoltisi a 
consiglio in Moso, grosso paese ora mautovano, e che 
era allora addetto alla provincia di Brescia, delibera- 
rono, i primi di ribellarsi ai Bresciaui, ed il secondo 
a que di Mantova, e di cominciare ad irrompere inva- 
dendo, saccheggiando e devastando i paesi che avevano 
più vicini (2). Dietro così ardita e perfida delibera- 
zione cominciarono tautosto a scegliere luogo centrale 
delle adunanze e delle soldatesche loro Moso, paese 
che quantunque bresciano, pure per ampii tratti era 
soggetto alle giurisdizioni feudali dei discendenti dalla 
vetusta famiglia di Lomelo, cioè degli Ugoui, dei La- 

(i) A pud Murat. T. 1F. Antiquil. Italie. 

{1) MalveL Dist. VII. cap. 148. Hac tempestale nonnulli ex 
"omitibus de Casaìialto, et cìvis quidam mantuanus, cui nome n 
?rat Rizzardus de Ripalta, intra oppidum RJosii se convenien- 
'es Rrixiensibus ac Mantuanis rebellanL Qui per eorum loca 
discurrentes, cuncta rapinis vaslabanl, ncc a caedibus St,fùr* 
f is, ac latrociniìs abstinebant, 



at-s LIBRO VENTESIMOTERZO 

' ' vellongo e dei Gasalalto (1); ed ivi, come fosse tutta 
Do P° di loro ragione, tutto Io occuparono, lo fortificarono, 
anno* h presidiarono, ed ivi si prepararono ad ogni possi- 
125-2. kii e difesa. Di là poscia si spinsero, alcuni contro Can- 
neto, Acquanegra, Marianna, ed altri sullo stato di 
Mantova contro Redoldesco e Marcaria, e depredarono 
quei sciaguratissirai paesi, e li manomisero di ogni più 
ribalda ed avida maniera. 

I Bresciani ed i Mantovani non diedero campo a 
que' ribaldi di perfidiare più a lungo, e fiso fra loro 
il giorno di attaccarli con iscambievoli e numerose sol- 
datesche, spuntò quello appena, che quali da un lato, 
quali dall'altro gli assalsero, gli sforzarono a rifugiarsi 
rapidamente in Moso, a chiudervisi dentro; ma stretto 
eglino subito quel castello di assedio, dopo pochi giorni 
lo espugnarono: e di que' che vi si erauo chiusi molti 
caddero estinti, molt' altri furono tradotti in carcere. 
In queir occasione i conti di Casalalto furono dai Bre- 
sciani condotti in questa città e chiusi entro un fondo 
di torre: ed il sig. Rizzardo da Rivalta, dopo essere 
stato dai Mantovani strascinato ad ignominia per lun- 
ghe vie, fu da quelli alla fine appeso ad un albero 
per la gola (2). 

§ 11. Non si possono leggere senza sentire racca- 
priccio nelle cronache del monaco padovano, di Farizio 

(1) Zamboni, Dissertazione Mss. sopra gli antichi conti di 
Montechiaro. 

(2) Brixie.nses aulem ac Mantuani castrum illud expugnan- 
tes, mox cacperunt, comprchcnsoque Rizzardo nomine seditioso; 
per terram ignominiose trahentes alla arbore suspende.runt co- 
mites vero in custodia Brixiae carceribus tenuerunt; sed ex 
iis qui cum eis eranl, multo* trucidantcs, reliquos captivilalis 
sorte scrvaverunt. Mulvet. Dist. YII. cap. U8. 



(i) Monac. Patavinus io chronic. apud Murat. Tom. Pili. 
er. Italie. — Paris de Cereta in Annal. Veron. ibidem. ~ 
olandinus, Lib. FI. cap. 17, et seq. 

(2) Poemetto la Caccia, Cant. 1. strof. i5. concetto prodotto 
•venie da molti, e fra gli altri dal lirico di Venosa, Carmin. 
b. 4* od. 4», dove così cantò: 

Fortes creaniur fortibus, et bonis: 
Est in juvencis, est in equis paltum 
Virlus: nec imbeìlem feroces 
Progenerimi aquilae columbam. 



LIBRO VEINTESIMOTERZO 3 ,3 

da Cereta e di Rolaudiuo (1) le azioni crudelissime che ! ■ 

andava allora commettendo Eceliuo da Romano nelle prò- Do P° 
vince di Padova e della prossima Verona. Il conte Riz- f^' 
zardo Saubonifacci fu in quell'occasione costretto ad * 2 53. 
emigrare dalla patria, ed a procurarsi ospizio in Bre- 
scia. Quel signore, già per alte virtù distintissimo, 
dietro lunga afflizione d'animo, colto in questa città 
da gravissima malattia, spirò alla fine l'ultimo anelito 
fra le braccia di suo figlio Lodovico, degnissimo suc- 
cessore di un tanto padre, il quale diede poscia col- 
1' opera a conoscere d'essersi in lui avverato l'adagio 
ila me in al Ér opera esposto, scrivendo che 

suole 

Le patrie doti ereditar la prole (2). 

Sembra impossibile che i Bresciani a que' tempi, cioè, 
juando per le contrastanti fazioni de' patriotti e dei 
ualassardi, erano perturbali da intestine discordie; e 
»er le alte e sciolte idee dell'appena trapassato impe- 
atore Federico II, e per le incessanti baldanze di Ece- 



21 4 LIBRO YERTESIMOTERZO 

=== lino, erano miuacciati ancora dagli estranei; sembra, 
M op ? io dico, impossibile che i Bresciani allora abbiano avuto 
armo il coraggio ed il potere di mandare ad esecuzione 
1-255. uu ' i m p r esa, che per la sua graudezza domanda neces- 
sariamente que' vautaggi che non si possouo avere che 
percorrendo gli anui di una lunga tranquillità e pace. 
Fecero eglino allora distendere ad un tratto assai più 
spazioso le fosse che attorniano la città, e dentro quei 
nuovi recinti compresero alcuni sobborghi che erano 
fuori della porta Albera, altri appartenenti alla parrocchia 
di s. Giovanni, dentro quelli compresero quegli spazii 
delia città ne* quali è stata poscia eretta la chiesa dei 
santi Cosimo e Damiano, ed altri spaziosi tratti subur- 
bani dove i caseggiati appartenevano alle parrocchie 
di s. Nazaro, di s. Alessandro e di s. Afra, sicché dalla 
porta Pile a quella Rebuffone gli stadii della città di- 
latarono. Osservisi però che per tutto quel lungo tratto 
i Bresciani fecero allora scavare solamente le nuove 
fosse, perchè la fabbrica delle mura che di presente le 
spalleggiano non fu mandata ad esecuzione che lunghi 
a uni di poi (i). 



(i) Malvet. Dist. VII. cap. 149. Ea aetate cwitas haec Bri- 
xiae ad tantum magnitudinis augmentwn pervenit, ad quantum 

usque in dies meos, ultis temporibus producta fuit. Nam , 

domos, vicosque ac tempia, quae foras ambitum urbis, quem 
paulo ante descripsimus condita erant,foveis dumtaxat cingen: 
tes, novam urbem viarum serie distinxerunt. Facta est autem 

additio haec compraehendentes suburbia Portae Albarae,eu 

S. Johannis, ac edam loca ubi basilica S.S. Cosmae et Da* 
miani post ea tempora condita fuit; atque suburbia S. Nazarii 
et Alexandri, ac S. Faustini ad sanguinem; et intercaeptos 
vicos a Porta Pilarum, usque ad Portam Rebuffoni, quae Urne 



LIBRO VENTESIMOTERZO 2 ,5 

§ 12. Ecelino iutauto continuava ad infierire ogni- SS 
giorno più assai crudelmente sul padovano e nella con- Do P° 
tigua provincia veronese, ed il marchese Oberto Pela- an no * 
vicini, condotto egli ancora da uno spirito malefico, ,2 ^4- 
pareva che andasse studiandosi d'emularlo, tirauneg- 
giaudo nelle altre ugualmente vicine di Cremona e di 
Piacenza (i). Per la mancauza a' vivi da già oltre tre 
| aaui accaduta dell'imperatore Federico II, era allora 
vacante il trono imperiale; ed in quest'auno si rese 
vacaute ancora la cattedra apostolica, per essere pas- 
sato a miglior vita il sommo pontefice Innocenzo IY. 
Dietro ogni possibile e regolare sollecitudiue veune in 
sua vece promosso al seggio pontificio Rinaldo, discen- 
dente dalla illustre famiglia de' conti di Segna, che 
era allora vescovo d'Ostia, il quale ne accettò l'impe- 
gno, ed assuuse il nome di Alessandro IV (2). Ma il 
seggio imperiale ( cosa che deve naturalmente sorpren- 
dere ) per le ambizioni dei molti aspiranti al medesimo, 
e più assai per le dissensioni dei principi elettori, 
rimase senza che alcuno avesse a salirlo ed a cino-erue 
la corona, vacuo e freddo pel lungo tratto di ventidue 
anni ed alcuni mesi; trascorso il quale tempo, venne 
destiuato ad occuparlo il saggissimo principe Rodolfo 
d'Ausburg, mentissimo per le molte sue virtù, e di- 
stintissimo per la signorìa che godeva di quasi tutta 
l'Alsazia (3); dal quale augusto ha tratto origine la 

erat janua civitatis.... novo fovearum giro pervenerunt. Verum 
evoluti* d»hinc aliquot annis, urbem quam foveis tantum/nodo 
munierant, forlibas cinxerunt muris. 

(1) Chronicon placenlin. apud Murat. T. XVI. Rer. Italie. 

(2) Petrus de Curbio, in Vita lnuoceut. IV. cap. 42. apud 
Murat. Tom. Ili. part. I. Rer Italie. 

(3) Riynaldus, in Ànnalib. ecclesiast. 



ai 6 LIBRO VENTESIMOTERZO 

— —— ■ cesarea famiglia austriaca, che per mezzo del vivente, 
Dopo e non m ai abbastanza commendato e benedetto impe- 
anno ratore Ferdinando I, brilla ancora sopra quei soglio 
iì54- luminosissima. 

§ 1 3. Il pontefice Innocenzo IV sino dal 9 aprile 1254, 
aveva in un consiglio romano (1) scomunicato Ecelino, 
lo aveva dichiarato nemico degli uomini e della Chiesa, 
e toltogli il diritto di più godere alcuna signorìa o 
possidenza, ed avevagli surrogato nelle padronanze al- 
lodiali e signorili il fratello Alberico (2). L'accortissimo 
storico Fleury ricordando quel decreto non ha potuto 
rattenersi dall' osservare, che la maggiore difficoltà di 
Alberico consisteva nell' assumere il possesso utile di 
quanto la bolla pontificia concedevagli in diritto (3). 

Alessandro IV, successore di papa Innocenzo, non si 
Anno 1 • 1 1 

1255. attenne a vibrare contro quel tiranno solamente decreti 

canouici ed ecclesiastiche censure, delle quali cose, sic- 
come aveva gli spiriti veramente guasti, scuotevasi le 
spalle e si ridea; ma incitato dai coutiuui clamori dei 
guelfi di Lombardia e singolarmente dalle fervidissime 
istanze di Azzo VII d'Este, gridò coutro Eceliuo la 
crociata, spedì suo legato a promoverla il nominato 
all' arcivescovato di Ravenna Filippo Fontana, e destinò 
comandante supremo di que'crocesignati il nob. veneto 
Marco Badoaro (4). 

I Trentini in que' frattempi incitati da alcuni signori 
mantovani, e da Egnone vescovo di Trento si ribella- 



(1) Labb. Tom, XI. Co nei l. pag. 610. 

(2) Rainald. in Annoi, ecclesiasticis, nunu ^0. 

(3) Fleury, Uh 83. § 5i. Tom. XXV 111 f. 258. ediz. di 
Siena 1779. 

(4) Monacus Pataviaus, in Cronic. Veronensi* 



LIBRO YENTESIMOTERZO 217 

rouo ad Eceliuo, e quello, conoscendo non essere cosa 
facile il penetrare i dirupati valichi del Tirolo, onde q°^? 
combatterli ed assoggettarseli nuovamente; e nou ere- anno 
deudo che le armi crocesiguate potessero [con molta 
sollecitudiue e di violenti maniere irrompere contro 
alcuna di quelle proviucie che egli allora signoreggiava, 
dopo avere raccomaudato a suo nipote Ansedizio il go- 
verno e la difesa di Padova, volse gli spiriti e l'opera 
ad altre cose. E primo mosse a Verona, città già sua 
dipendente, dove procedendo colla severità sua solita, 
ricompose alcune dissidenze che ivi cominciato avevano 
ad insorgere. Poi collegatosi col marchese Oberto Pe- 
laviciui da Cremona, adoperossi conesso lui oude fo- 
mentare le fazioni dalle quali era Brescia divisa, porse 
egli allora secreti sussidii ai malassardi, cioè a quei 
partitauti bresciani che secondavano la fazione ghibel- 
lina: e lo fece, perchè avessero ad espellere da questa 
città quelli del partito patriottico, i quali nudrivauo 
sentimenti molto favorevoli ai guelfi: sperando, che dopo 
di avere secretameute ottenuta tal cosa, i malassardi, 
mossi da principii, se non di gratitudine, da quelli al- 
meno della politica, lo avessero ad eleggere podestà, 
o forse ancora principe di Brescia. 

Dietro gli eccitamenti ed i sussidii che ebbero al- 
lora i malassardi da Eeelino e dal suo collegato Pe- 
lavicini, giunsero veramente a percuotere e ad espellere 
dalla città la fazioue dei patriotti che era ai medesimi 
l'opposta (1). Ecelino in quell'occasione, sperando es- 



(1) Malvet. Disi. Vili. cap. i3. Adliaertnles imperiali, seu 
Excellini faciloni, adversus amicos partis ecclesiae, mense 
martii insurgenles, quosdam ex eis gladiis cu.tinxerunl, et mul» 



a *8 LIBRO VENTESIMOTKRZO 

~D Seie da UU ÌSUUte all ' aItr ° clliamat0 da ' su ^i aderenti 

G °V? al regime di questa provincia, ne aveva già penetrato 
anno con lunghe schiere di soldatesche i confini, ed era giunto 
sino a Monlechiaro ed a Ghedi; ma i malassardi, quan- 
tunque favoreggiassero il suo partito, non si fidavano 
di lui: ed appena espulsa dalla città la fazioue avversa, 
radunatisi in consiglio, invece di chiamare Ecelino al 
supremo governo di questa provincia, lo affidarono al 
loro concittadino Griffone Griffi (i). 

I più frenetici fra i malassardi di Brescia sentirono 
altissimo dispetto, perchè Ecelino non fosse stato in 
quella circostanza per voto comune de' loro consorti 
accolto in questa città, e non si fosse a lui affidato il 
supremo reggimento della medesima; e molti di quelli 
nou mancarono di a lui presentarsi, dove era allora 
accampato, e di esortarlo a ritornare per allora tran- 
quillamente a Verona; assicurandolo però che fra non 
molto avrebbon' eglino procurata un occasione migliore 
per renderlo signore di Brescia (2). 



tos carceribus tenuerunt.... Aid vero de eivilate expulsi sunt. 
Exillinus autem, totius nequiliae seminator, lune apud Mori- 
temclarum et Gaydum in adiuiorium cwium qui voluniali suae 
cooptaverunt cum exercitu properaverat; existimans illos, et 
eoruni cwitatem se sibi daturos- 

(1) fili, cioè i Mahssavdi,expulsisconch>ibits,moxGriphum 
de Griphis in suum Principerà eligerunt. Malvet. Dist. Vili, 
cap. i5. Si osservi, che la voce Principem è da Malvezzi in 
questo luogo abusata; e che il Monaco di Padova nella sua 
cronaca pubbl. da Murai. T. 8. Rer. Italie dopo averlo egli an- 
cora nominato Principem, al f. 696, poche linee dopo, lo ha 
detto semplicemente Potestalem. 

(2) Galvano della Fiamma, in Manipulo forum, e. 284. — 
Monaco Padovano, in cronico apud Murai. T. Vili. Rer, Italie, 
— Verri, Storia degli Ecelini T. //. /. 325. 



LIBRO VENTESIMOTERZO 219 

§ i4- Tornalo Ecelino a Yeroua, e ricordevole che 



alcuni signori mautovaui avevano incitato que' di Trento D°P° 
a stogliersi dal suo domiuio, bramosissimo di vendetta, at) ' tJO * 
armò quanti potè raccogliere adatti all'armi nelle prò- 12 ^« 
viucie di Verona, di Vicenza, di Padova, di Belluno, 
di Feltre e d'altri paesi vicini, e con quelli si spinse 
sullo stato di Mantova, commettendo per ogui dove pe- 
netrava ogni più terribile ed esecrando eccesso. Mentre 
I quelle masnadiere soldatesche, devastando, saceheggiau- 
I do, incendiando procedevano verso Mantova, mugiia- 
, vano nel ruvido idioma di que* tempi un cantico mili- 
! tare, della prima strofa del quale un antico cronista (1) 
ne ha tramandalo in prosa latina il sentimento eh' io 
rendo a metro così: 

Audiam, andiamo a Mantova, 
Si domi quella in pria: 
Poi tutta Lombardia 
La cresta abbasserà. 

Ma la crociata che il pontefice Alessandro IV aveva 
bandita contro di Eceliuo, le declamazioni dell' arcive- 
scovo Filippo Fontana, legato apostolico in Lombardia 
e nelle Marche, ed enfatico propagatore di quella cro- 
ciata; ma gli incessanti e fortissimi incitamenti e sus- 
sidii prestati dall'ardentissimo guelfo il marchese Azzo VH 
d' Este, e le accorte e sagge direzioni del supremo 
condottiero da' crocesiguati il uob. veneto Marco Ba- 
doaro, costrinsero Eceliuo a dimettere ogui idea sopra 



(1) Monac. Padovano, in chron. Mantuam, Mantuam prope- 
remus, quia sola Manlua impedii Dominum nostrum totius 
fiabe re domi/riunì Lombardiae. 



220 LIBRO VESTESMOTERZO 

■ eli Mantova, ed a stogliere da que' paesi le sue orde 
Dopo devastatrici. 

anno 11 Badoaro condusse i crocesignati sul padovano, 

125CJ. proviucia signoreggiata da Ecelino, e della quale aveva 
raccomandato il governo e la difesa al fiero e valoroso 
suo nipote Ausedizio. L'esercito condotto dal Badoaro 
era per la più parte composto o di partitanti fanatici, 
o di preti o di monaci o di frati di ogui ordine che 
speravano di procacciarsi per tal mezzo una gloria ce- 
leste, o di sciagurati laceri e famelici che tentavano 
migliorare le proprie sorti seguitando gli stendardi della 
croce; o d'omicide, di stupratori, di ladri o d'altri 
delinquenti che scampavano le persecuzioni dei tribu- 
nali militando all'ombra delle sacre insegue; o di al- 
tri che agitati dal rimorso delle proprie colpe studia- 
vano detergersi la fuligine dell' anima per mezzo delle 
copiosissime indulgenze che largamente profondevansi 
sopra quanti brandivano le armi e seguitavano la croce. 
Quell'esercito penetrò nella provincia di Padova men- 
tre percorreva la seconda settimana del giugno 1256, 
e procedendo franco e baldante temperava simmetri- 
camente il passo, sicché parea che battesse colle cal- 
cagna la zolfa al sacro cantico: 

Vexilla Regis prodeunt 
Fulget Christi myslerium 

che più mugliando che cantando andava ripetendo a 
tutta gola (i). 



(i) Verci, Lib. 23. § 6. f. 334. Tom. I della Storia degli 
Ecelini. 



LIBRO VENTESIMOTERZO 221 

§ i5. L'esercito crocesignato seguitando di quella 



maniera la marcia, senza essere stato rattenuta che Dopo 
brevemente da alcune opposizioni di leggier conto, erasi anno " 
insignorito di molte castella del padovano, e superati 1256. 
gli stessi sobborghi della città, quantunque difesi da 
«n potente corpo di soldatesche, giunse a stringerla 
finalmente d'assedio. 

Anseldizio adoperavasi a tutt' uomo onde sostenere 
la difesa di Padova, ma spuntata appena l'aurora del 
20 giugno, i crocesignali ne cominciarono l'assalto; 
quali davano moto ad una macchina e quali all'altra, 
e contro agli spalti, ed ai difensori de' medesimi vibravano 
sassi di enorme peso: quale dalle torri di legno, ivi 
condotte a pezzi separati e frettolosamente in regolari 
distanze ricongiunte ed erette, balestrava frecce e ver- 
rettoni a dirotto, ed, distendeva al suolo trafitti i 
difensori, respingevali feriti; quale munito di lunghe 
scale rizzavale contro le mura, e minaccioso e franco 
tentavane il sommo: ed i frati bianchi o biffi, fulvi o 
neri o d'ogni ordine diverso che gettato il breviario, 
vestita sotto alla succinta tonaca la maglia, e impu- 
gnato il ferro, in quell'occasione seguivano le bandiere 
della croce, assunto tutti insieme l'impegno di abbat- 
tere porta Altinate, avevansi preparata una gran mac- 
china, la quale dicevasi vigna ovvero gatto (1), ed a 



(1) La vigna, ovvero il gatto era una macchina militare an- 
tichissima; i Greci la nominavano afi7T£Xìov, i Latini tesludo: 
di quella ha parlato Vegezio § V. io, 86, e fra i poeti ita- 
liani è nominata dal Tasso, Ger. Lib. C. 18. str. 84. Costu- 
mavasi quella macchina onde abbattere le mura, e singolar- 
mente le porte delle città assediate, e que' frati o monaci erano 
stati prudentissimi in servirsi di quella, perchè essendo quella 



222 LIBRO VERTESIMOTERZO 

— — — quella porta la avevano avvicinata, e ne avevano eo- 
5°P° minciato i movimenti. Gli assediati vibrarono tanti bi- 
anno turni e zolfi e peci ed altri combustibili ardenti contro 
12 quella macchina onde tentarne l'incendio, che gran 
parte delle sostanze vibrate staccandosi nell' dtto del- 
l' impulsione e cadendo vicina, si appiccò alla porta 
medesima che difendevano e la incendiò. Ansedizio 
disperando allora di potersi più oltre difendere, mon- 
tato un buon cavallo e scortato da una scelta mano di 
prodi, fattasi aprire la porta s. Giovanni, ne uscì di 
tult' impeto, e curvo in sella, e sospingendo gli sproni 
continuò la fuga sino a Vicenza (i). 

§ 16. Accortisi appena que' di Padova di essere l'Ec- 
celiuiano loro governatore fuggito a rompicollo, ed era 
già perseguitato dal conte Camposampiero e dalla paura: 
che pensandosi sciolti alla fine dalla sofferta crudelis- 
sima tirannide, aprirono sollecitamente ogni porta della 
città ai crociati eh' eglino riputavano i propizii loro 
liberatori; ed a braccia aperte, tutti significando i tratti 
dell'ingenua e festevole compiacenza, con ogni possi- 
bile ospitalità gli accolsero. Ma non sapevano ancora 
que' miseri quali frotte di lupi ammantati dai velli 
dell' agna sciaguratamente allora accogliessero. Entrati 

OD O 

appena i crociati in quella miseranda città, che lunge 
dal corrispondere cou gentilezza alle gentili maniere 
onde erano stati accolti, e dallo spiegare que' senti- 
menti di pietà che vengono rappresentati dal sacro 



coperta di forte e greggio cuoio, proteggeva dall'insulto del- 
l'armi ostili quelli che davanle moto. 

(1) Verci, Stor. cit. Tom* 11. Lib. 23. $. 8. f. 335. Bassano, 
1379. Tip. Remondini. 



(i) Rolandini Chron?con, Lib. IX. cap. 7. et duravit haec 
rnpacitatis insanles fere dies 8., ita quod iis d'iebus futi no- 
bili* dia civitas Paduae pauperior, quam eo tempore, quo ab 
Attila desinata canino, translata mutasti ledum ultra fltimen. 



LIBRO VEHTE5IM0TERZ0 %à 

vessillo che seguitavano, sciolto furentemente il freno " mHeaa 
alle negre cupidigie che tratti avevanli all'armi, co- Do P° 
minciarono di Padova il sacco, e funestandolo con vio- ^nw 
lenze, stupri, eccidii, incendii, ed ogni altra fatta di i*5& 
nequizie, per quasi otto giorni interi cosi crudelmente 
lo continuarono, che a detta dsllo storico Rolandiuo 
che scriveva a que' tempi, e parteggiava pei guelfi, 
giunsero a trapassare le barbarie che il ferocissimo 
Attila aveva otto secoli innanzi usate contro la mede- 
sima città (1). 

Significato appena ad Ecelino che l'esercito ostile 
era entrato vittorioso in Padova, ed incedeva saccheg- 
giando e devastando fieramente quella sciagurata città 
ch'egli, lasciata ogni idea sopra Mantova, e tratta ogni 
sua soldatesca da quella provincia, dibattendo per Io 
furore le mascelle, frettolosamente verso Padova si ad- 
dirizzò. I crociati, al solo intendere che Ecelino, giu- 
rando vendette, andava loro rapidamente avvicinan- 
dosi, come stormo di polli, che all'udire il falco od il 
nibbio stridere dall'alto, inorridito si disperde, e quanto 
il può più in fretta si nasconde; tali quelli ancora, 
atterriti dal solo nome di Ecelino, abbandonarono per 
la più parte le sacre insegne, e con quanta rapidità 
poterono, ed incalzati dalla paura alle proprie case 
ritornarono. E se non erano le milizie condotte dal- 
l'estense, ed i nuovi sussidii che da Venezia allora giun- 
sero a Padova, Ecelino sarebbesi forse ancora iusi^uo- 
rito di quella città; ma ogni suo attentato andò sparso 



9^4 LIBRO VENTESIMOTKRZO 

? al vento, e fa costretto a ritirarsi a Vicenza, indi a 

Dopo Verona (i). 

ce 

arino 5 1 1' inlanto ^ legato pontificio Filippo Fontana 

1^57. desideroso di giovare a que' Bresciani, che dalla fazione 
de' malassardi erano stati espulsi dalla città e spogliati 
de' proprii averi, trattosi da Padova a Mantova, di là 
avviò a Brescia il domenicano Everardo, religioso di 
molta dottrina, accortezza e facondia (2) perchè avesse 
ad intromettersi onde rappatumare le dissidenze dei 
suoi compatriota. Il saggio frate eseguì così felicemente 
la commissione avuta, che dietro pochi ma assai indu- 
stri maueggi, e brevi ma vigorose e ragionate arringhe, 
sortì di persuadere ai malassardi di richiamare in pa- 
tria gli avversarii espulsi, di stringere loro amicamente 
le destre, e quel che è più, di rendere loro fedelmente 
que' beni de' quali avevanli spogliati. Uditi il legato 
pontifìcio que' prosperi success^ venne egli ancora ia 
questa città, ebbe da' Bresciani accoglienze festevoli e 
convenienti all' alto suo grado; trattennesi in Brescia 
più giorni e non ne partì che dopo avere assistito al 
giuramento prestato dal podestà Griffi, e dai più di- 
stinti cittadini di lasciare in eterno oblìo ogni passata 



(1) Ecelino exercitum admonens Vcronam rediit, qui dolo- 
rem non fere ns cum validissimo exercitu contro. Paduanos prò- 
fectus est. dunque se nihil contro, eos profwere conspiceret, 
eo quod civitas et castella expeditis armigeris munita essent, 
cum omni gente sua Veronam remeavit. Malvet. Dist. Vili, 
cap. i4» 

(•2) Tirahoschi, Stor. della Letterat Hai Tom. IP. Uh. 2. 
f. i45, suppone che quel frate fosse il famoso Everardo da 
Brescia, che è stalo da Ughelli annoverato fra i vescovi di Ce- 



LIBRO YEISTESIMOTERZO **5 

contesa, e di conservare inalterabile la concordia e la — — — 
pace (,). £g 

§ 18. Per le interposizioni del saggio frate Everardo anno 
e del legato apostolico l'arcivescovo Fontana, i parti- 12 ™' 
tauti bresciani avevausi giurata una scambievole pace; 
ma per essere stati que' giuramenti emessi semplice- 
mente dalle labbra e non mandati dal cuore, non pro- 
venivano da un principio che potesse assicurarne la fe- 
de. Lo scaltro Ecelino ed il marchese Oberto Felavi- 
cini erano di tali cose informatissimi, e per mezzo di 
secreti cooperatori non cessavano di incitare i malas- 
sardi di Brescia a romperla nuovamente contro a quanti 
si erano da pochi mesi racconcigliati; e già le ire fa- 
ziose, che non deposte, ma pei dati giuramenti sola- 
mente coperte, negli animi di que' partigiani fermenta- 
vano ogni giorno maggiormente, fomentate dal soffio 
secreto di que' due signori, scoppiarono alla fine di una 
maniera vulcauica, e la sera del penultimo giorno di 
aprile 1258 i malassardi, che quiudi iuuanzi diremo 
sempre i ghibellini bresciani, perchè allora comincia- 
rono a significarsi pienamente tali (2), irruppero ad un 

(1) Quae cum Legato periata fui ss ent, statàri ad ipsam ci' 
vitatem Brlx. pervenit, ibìque ab omnibus grata/iter receptus 
est ... convocatis aiterà die optimatibus urbis, coeterisque ci* 

vibus jurejurando Griphus de Griphis, suique complices etc* 

Malvet. Dist. Vili. cap. r5. 

(2) I Malassardi, dopo infranto quel giuramento, sono dai 
cronisti nominati francamente Ghibellini; perchè avendo essi 
\iolato quel sacramento, non mancarono solamente alia pace 
giurata ai loro concittadini, ma per attenersi al partito ece- 
liniano, cioè a quello imperiale, violarono ancora, siccome ha 
osservato Malvezzi (Dist. 8. cap. i5.) quell'articolo del trat- 
tato, pel quale ad commoda et honores partis Ecclesiae se 
semper totis viri bus con/erre promiserunt, 

Yol. IV. i5 



1*6 LIBRO VENTESMOTERZO 

~~ tratto contro a quanti alla presenza del legato anosto- 
Dopo .. . ' . l B ,- 

q q lieo avevano giurata eterna pace, tentarono di massa- 
anno crarli o di espellerli, e di concedere ad Ecelino il do- 
mimo di questa provincia (i). 

Ma quelli dell' opposto partito che avessero forse po- 
tuto subodorare quanto andavasi contro di loro secre- 
tamente disponendo, e che occultamente si fossero eglino 
ancora preparati a valida difesa, è indubitato che ri- 
sposero al subitaneo attacco de' ghibellini di una ma- 
niera potentissima. Per le coutrade e per le piazze di 
Brescia fra que' partitanti badaluccossi con incerte sorti 
tutta la notte; surto finalmente il mattino del giorno 
di poi, e successa alle tenebre la luce, da semplici in- 
certe e confuse scaramucce si ruppe ad ordinata e fiera 
battaglia cittadina, e dopo lo spargimento di molto pa- 
trio sangue riuscì finalmente alla parte guelfa di far 
prigioni il podestà Griffone Griffi e molti altri che pri- 
meggiavano fra i ghibellini. Quanti altri allora di quel 
partito lo poterono, tentarono salvarsi colla fuga, e 
quali mossero ad isola Dovarese, dove si raccomanda- 
rono alla protezione del famoso ghibellino Buoso Do- 
vara, quali si trassero a Cremona a supplicare dal 
marchese Pelavicini sussidio, e quali andarono a dirit- 
tura a Verona ad invocare pietà da Eeeliuo, e ad esi- 
birgli in compenso la siguoria di Brescia (2). 



(1) Malvet., Disi. Vili. cap. 16. Pars exceUinae factionis, 
mendax promissioni* quam in legatum stimmi Ponti ficis habue- 
rat, rursus caeteris àvibus insidias temptavil ingercre,\et Ex- 
ceìinum ad dominium Brixianae sublimare. 

(1) Malvet., Disi. Vili. cap. 16. Posterà vero die commisso 
praelio, cives qui se parti ecclesiae contulerant alrociter cer- 
tantes victoriam^adtptisunt^comprehensumque Griphum et alios 



LIBRO VENTESIMOTERZO «27 

Que' ghibellini bresciani che in quel fatto d' arme ftBÉgl 
erano caduti prigionieri de' guelfi vennero raccomaudati J? 0po 
a diversi luoghi di sicurezza: il podestà Griffi e molti auno 
altri nobili, od almeno gentili compagni suoi, furono 12 ^' 
assicurati dentro spaziose e polite carceri della città; 
molti altri furono serrati nella rocca del paesetto che 
dicevasi Dele (arces Delae) ora nomiuato Roncadelle; 
ed altri vennero tradotti a Bergamo, a Mantova e ad 
altre città guelfe, e raccomandati alla custodia delle 
medesime. 

Non passarono luughi giorni che i carcerati di Ron- 
cadelle, o lo ottenessero mercando la fedeltà dei custodi* 
o rompeudo le carceri, fuggirouo tutti, e diramatisi per 
la provincia, e chiamatisi a seguito quanti altri pei 
diversi paesi secretamente li parteggiavano, andarono 
a fortificarsi in Yolungo e nel castelletto di Torricella, 
sobborgo di Ostiauo (1); e quegli scaltri iu quelle po- 
sizioni prossime all' Ollio si accamparono, onde essere 
più facilmente sussidiati dal PelavJsiui e dal Dovara. 
Lafranco e Graziadio Gambara erano i capitani di 
que' profughi che si erano ricoverati in Voluugo, e Ter- 
zio Taioni il duce de' fortificati iu Torricella; Buoso 
Dovara ed il marchese Pelaviciui studiavansi a tutto 
potere di procurare a quelli solleciti soccorsi, ma le 
dirotte e lunghe pioggie ne li impedivano, e le acque 

cives carceribus Brixiae tenucrunt; quosdam vero in Arce Dele 

reti usi sunt, et quosdam etc reliqnos fugarti petere comu> 

lerunt; ex quibus aliqui nocte eàdem Veronam, aliqui ad Cre» 
man.... etc» 

(i) MaJvet., Disf. Vili. cap. 17. Post dies autcm non multo* 
qui in Arce Dele m'issi fuerant fugam arripientes ad Volun- 
gum et Turricellam opvida Brixiensium penes lilora Ollei sita 
confugerunt, etc. 



228 LIBRO VENTESIMOTERZO 

esalveanti dell'Olilo uè rendevano difficilissimo il sol- 
G °P? lecito tragitto a numerose schiere. I consoli di Brescia 
anno intanto spinsero frettolosamente le soldatesche cittadine 
12 • contro i fortificati in Voluugo, e n ebbero prontissima 
vittoria (i). Que' vinti però che ebbero in quell'occa- 
sione la sorte di potersi salvare o dalla cattività o dal 
ferro, mossero in fretta a rifugiarsi in Torricella, e 
così aggiunsero nuove forze a quanti ivi si erano ri- 
coverati. Dopo la presa di Volungo le milizie de' guelfi 
irruppero ancora contro quell' altro forte, e non aven- 
dolo potuto avere di primo assalto, lo strinsero d'assedio. 
§ 19. Enunziate tali cose all' arcivescovo legato Fon- 
tana, egli che sospirava di espellere i ghibellini bre- 
sciani ancora dalla rocca di Torricella, innanzi che 
avessero ad essere sussidiati dai Cremonesi da Ece- 
liuo medesimo, chiamò sollecitamente alle bandiere i 
suoi crociati, domandò soccorsi dai Mantovani e dal- 
l'estense, e mosse per accoppiare le sue schiere agli as- 
sediaci quell'angusto, ma vigoroso forte. Damiano Gas- 
sadoca vescovo eletto di Verona, Bianchine de' conti 
da Camino e Simone da Fogliano di Reggio seguita- 
vano allora quell'apostolico legato, i primi due di 
quelli erano in quell' occasioue i capitani de' crociati, 
ed il terzo, siccome era allora podestà di Mantova, ca- 
pitanava le soldatesche di quella provincia. Giunto con 
quelle milizie il legato al Galbuzzine, fìumicello tor- 
tuoso, torbido e profondo discorrente presso Cigolere, 
e non lungi dall' assediato castello, ebbe avviso che il 
Dovara ed il Pelavieiui seguitati da lunghe schiere 



(1) Congregantes exercitum Praesldes et urbis Consules op- 
pìcla Ma expugnare aggressi sunt; primoque Folungum inva» 
dente s, mox coeperunt. Malvet. Dist. Vili* cap. 17. 



LIBRO VENTESIMOTERZO 229 

avevano già varcato l'OIlio, ed Ecelino il Miucio, e che SE5~ 
a gran passi procedevano alla volta di lui (1). L'apo- Do P° 
stolico legato allora, considerando di uon avere forze anno* 
bastevoli a ribattere 1' attacco ostile, chiamossi a seguito 1258 * 
ancora gli assediauti Torricella, e retrocedendo insieme 
con tutti i guelfi poche miglia, moveva per barricarsi 
1^ Gambara, speraudo d' ivi sostenersi finché avesse a 
giungere iu suo soccorso il marchese Azzo d' Este eoa 
le milizie ferraresi e di ogni altro suo stato, cosa che 
aveva a succedere fra brevi giorni (2), ma quelle spe- 
ranze dell arcivescovo legato andarono pienamente deluse. 

Seguitato il Fontana dalle folte trepidanti de' suoi 
crociati, e dalle schiere de* guelfi bresciani e mantovani, 
retrocedendo era già perveuuto nelle vicinanze di Gam- 
bara, quando sulle alture de' campi Marchine, che 
costeggiano quel paese verso occaso, vide egli di- 
battersi al vento le baudiere di Ecelino, ed udissi 
-umoreggiare ad ambi i fianchi ed alla schiena gli stru- 
menti militari degli armali del Pelaviciui, del Dovara 
ì dei ghibellini bresciaui usciti da Torricella. Che far 
potea monsignore emiuentissimo in que' frangenti? Era 
1 lui chiuso ogni adito di fuga, ogni speranza di tem- 
Doreggiameuto, ed «ra necessitato a pugnare all' istante 
contro nemici che il soperchiavano e di numero e di 
igguerrimento e di franchezza. 

Commise a' suoi di fronteggiare in quadrato onde 
ribattere di ogui miglior maniera possibile V assalto 
legli inimici, ed ordinatamente trattenerli, fiuchè po- 
tesse avere riscontro da alcuni araldi che era a quelli 

(1) Rolandinus in Chronic. Lib* n. cap. 9. 

(2) Cronaca del Monaco di Padova, pubh. da Murat. T Vili. 
Uer. Italie. — Parisi o da Cereta, Chronic. Vtroncns, ibidem. 



s3» LIBRO VE1NTESIMOTERZO 

mmmmmm p er avviare; od avesse per avventura frattanto a so- 
Dopo praggiungere il marchese Azzo d'Este coi promessi Sus- 
anna sidii. Ogni ordiue del legato Fontana, ogni grido dei 
l ' 2J °' suoi luogotenenti, ogni comando ululato da ogni altro 
ufficiale fu sparso al vento. Tutti i crocesignali con- 
dotti dal vescovo Cassadoca e da Bianchiuo de' conti 
da Camino, e la più parte delle soldatesche ausiliarie 
mantovane e de' guelfi bresciani stolti pur allora dal- 
l'assedio di Torricella trepidavano per la paura, e 
tarpati avevano gli occhi, gli orecchi, ogni senso, ag- 
ghiacciato il cuore, e stavano come non sapessero di 
vivere ancora o di giacere estinti; e mentre quegli im- 
belli palpitavano compresi da tanta trepidezza, gli ece- 
liniani scagliarousi di tutt' impeto sopra di loro, e di- 
menando con iscaltra ferocia il ferro, massacrarono la 
più parte di quanti per le abbiette vestimenta non loro 
porgevano speranza di essere a largo prezzo ricompri, 
altra parte venne mandata alle carceri, ed iusieme con 
quelli maudati alle carceri tutti ancora quegli altri 
che pei doviziosi addobbi sìgnificavansi di alto grado, 
e mettevano lusinga di un generoso riscatto. Per que- 
sto alle carceri venue dato allora il convoca tore dei 
crociati nomiuato arcivescovo di Ravenna, legato apo- 
stolico, Filippo Fontana, alle carceri l'eletto vescovo di 
Verona Damiauo Cassadoca, alle carceri l'altro capita- 
nio de'crocesignati Bianchiuo de'conti di Camino; e fra 
i nobili bresciani, oltre molt' altri, de' quali non ne 
hanno i cronisti tramandato il nome, furono allora tra- 
smessi nelle carceri i conti Gherardo Brusati, Enrico Mar- 
tiuengo, Eurico Lavellougo unitamente a due suoi figli (i). 

(i) Malvet. Disi. Vili. eap. 17. Phi/ippum Rom. eccl. Lega' 
lum, et allorum illustrium vivo rum multitudinem copio sam sorti 



LIBRO VENTESIMOTERZO a3i 

Molti di que' prigionieri furono tradotti a Cremona, molti 55*™! 
a Verona; e quelli de' quali non fu sollecitamente e ad Do P° 
altissimo prezzo compro il riscatto, spirarono misera- anno 
bilmente V ultimo anelito della vita o appesi per la t258, 
gola o trapassati dai pugnali o inceneriti sopra roghi 
ardenti o consumati lentamente dalla sete e dalla 
fame (i). 

I pochi che ebbero la sorte di scampare salvi da quel 
conflitto andarono a rifugiarsi o dentro il nuovo castello 
di s. Giorgio, detto ora degli Qrziuuovi, od in Brescia 
medesima; ed il solo che per altissimo valore si distinse 
fu il conte Alberto Brusati, che dopo trapassato con 
un colpo di lancia un cavaliero tedesco che militava 
fra le schiere di Eceliuo, e stram mazzati Y uno dietro 
all'altro due prodi Cremonesi, soverchiato finalmente 
dalla folta che vivo il voleva, perchè bramosa del prezzo 
del suo riscatto, gettato di sella, depresso al suolo, e 
già legate le maui seppe dimenarsi di maniera, che 
rizzossi ancora, urtò, cozzò, respinse, ed apertosi il varco, 
diedesi a rapida fuga, si trasse a salvamento (2); e così 



cnptivitatis abduxerunt. ibi Gherardus de Brusalis, Hen- 

ficus de 3 7 nrtinengo, Henri cus de Lavellongo cum duobus 

filiis suis Cremonam abducentes, carceribus pane tribulalio- 
nis servaverunt. 

(1) Idem, ibid. Maximam quoque E xcellinus captivorumcon- 
geriem Veronam misit, ex quibus mullos variis suppliciis in- 

ieremil praeter eos qui.... mercatus est, reliquos laqueo, ferro, 

igne extinxit, ve l fame* 

{1) Malvet. Dist. Vili. cap. 17. Unus ex Brixiensibus, Al- 
bertus de Brusalis fo riiter et viriliter fecit. Quemdam enim 
Teutonenicorum, qui cum ExceUino erant, vir armis instruclus, 
super eum venit, quem lancea Albertus perculiens, de sella su- 
slulit.... r dthinc mf>x duo viri Cremonenses cumque multi. i 



2 32 LIBRO VENTESIMOTERZO 

"—"—^ ebbe fiue la terribile giornata 29 agosto 1258, seguita 

Dopo ne ' cam pi Marchine a meriggio della piazza la Fiera a 

anno ponente di Gambara. 

1258. g 20. Inorridirono i guelfi di Brescia ad udire la 
disfatta dei loro consorti, ed il mattino del giorno di 
poi, raccoltisi a pubblico consiglio il vescovo Cavalcano 
Sala, molti distinti sacerdoti ed i più illustri fra i no- 
bili ed i primeggianti nella città, deliberarono di scio- 
gliere tantosto dalle carceri que' ghibellini che nel fatto 
d'arme dell' ultimo giorno del prossimo passato aprile 
avevano carcerati, e di affidare nuovamente a Griffone 
Griffi il supremo governo della città e provincia; e ciò 
onde temperare, per quanto il potessero, le ferocie dei 
vincitori che a gran passi spiugevansi contro di Bre- 
scia. Quella determinazione venne tostamente eseguita; 
ma per le opposite idee concertate dalle osti, venne per 
mala ventura mandata al veuto (1). 

Ecelino, il conte Oberto e Buoso Dovara traevansi 
rapidamente verso Brescia, e dietro intelligenza con 
Lafrauco e Graziadio fratelli Gambara, con Terzio Ta- 
ioni e con altri ghibellini bresciani che li seguitavano, 
avevano deliberato di entrare in Brescia non solo come 
vendicatori delle ingiure e danneggiamenti che i guelfi 
di questa città avevano recato a que' loro compatriotti 
che erauo di contrario partito, ma come conquistatori 
della città medesima, ed avevano deciso di spogliarla 



super eum evenientibus ejeclus esset, et in terra prostratimi...* 
a terra erectus, manibus colligatis, fugarti arripiens, tandem 
evasit. 

(1) Idem, ibid. cap. 18. Posterà ergo die Cavalchanus an- 
tistes, cum sacerdolibus caeterisque,.... comuni consdlio Griphum, 
et alios a carceribus èie. 



LIBRO YEMTESIMOTERZO a33 

di ogui magistratura municipale, e di partirsene la si- ■ - 

guoria, tre sesti ad Eceliuo, due a Pelavicini ed uuo *} lg 
al Dovara. anno 

Il restituito allo scranno podestarile Griffone Griffi, I>258, 
unitamente ai ghibellini che conesso lui erano stati 
pur allora liberati dalle carceri, dopo le prime ore del 
mattino 3o agosto eransi approntati agli aditi di porta 
Matolfa, ed ivi stavansi aspettando Ecelino ed i consorti 
suoi, onde accoglierli di ogni miglior mauiera possibile, 
e studiarsi di temperare gli sdegni che li traevano e 
contro Brescia ed alle maniere del suo governo, e con- 
tro la più parte degli abitanti la medesima. 

Il vescovo Cavalcano Sala, il clero tanto secolare che 
regolare, i più distinti fra i guelfi e quelli ancora del- 
l' infima plebaglia, all' intendere le disposizioni del po- 
destà Griffi e de' compagni suoi, e per conseguenza le 
ire tremende, implacabili del furente Ecelino, e di quanti 
lo seguitavano, compresi da altissimo terrore e dispe- 
rati di ogni accesso a clemenza, quauti lo poterono, 
abbandonati i palagi, le case, le famiglie, gli averi, 
uscirono di tutta fretta per le altre diverse porte della 
città, e chi fuggendo per 1' uua via e chi per l'altra, 
studiossi scampare dall' ultimo eccidio (i). Molti però 
ne furono che rattenuti o dalla mancanza dei mezzi 
necessari alla fuga, o non, come alctiuo penserebbe, dalla 
carità della patria, perchè la era quella caduta nell'ul- 
tima disperazione, ma dall' attaccamento alla famiglia, 
ai pargoletti bisognosissimi d'assistenza, alla moglie in- 
ferma e disadatta a trasporti; rattenuti dalle cure de- 

(1) Malvet. Disi. Vili. cap. 18. Episcopus, et sacerclotes 
utriusque generis caelerique cives opinante* seipsiuscrudc/itatem 
lolerare non posse, confeslim, dissolulis animis, fugam inicrimt. 



2 34 LIBRO VE1NTES1MOTERZO 

ij i—ih ^j te a | p a( j re vac i|l aD te, alla tremola madre, all' avo, 
Dopo procuraronsi asilo o dentro sotterranei e reconditi re- 
anno" cessi, o fra gli ossami e le macerie de' sepolcri me- 
1258. desimi (i). 

Appena dopo il meriggio del giorno stesso, cioè del 
3o agosto 1258, Ecelino, seguitalo dalle vittoriose sol- 
datesche, giunse ne' sobborghi meridionali di Brescia, 
ove scontrati que' cittadirà del suo partito che unita- 
mente al podestà Griffone Griffi erano usciti, onde si- 
gnificargli le congratulazioni loro, deguolli appena di 
un torbido guardo, e tale che mostrava piuttosto 
forzata indulgenza che non sentimenti amici, entrato 
poscia nella città mandò a morte quanti o per le con- 
trade si trovavano o per le piazze: permise a' suoi di 
rapire quanto era loro dato di cogliere: poi dietro le 
concertate intelligenze partissi col Pelavicini e col Dò- 
vara la tirannìa della città e di tutta insieme la pro- 
vincia, trattone il solo castello d'Orzinuovì, nel quale 
la più parte dei profughi guelfi bresciani erasi rifu- 
giata e fortificata (2). 

Converrebbe uudrire in petto un'anima gelata, per 
non sentirsi ributtare gli spiriti al raccontare quanto 



(1) Malvet. Dist. "Vili. cap. 18. Qui in civitate remanserant, 
quos forte filiorum pietas, vel uxori s diìeclio aut senium per- 
stringebal, adeo terrò r invasit, ut in sepulcris cum natis et 
uxoribus multi confugium fecerunt. 

(1) Idem, ibid. Ingresse autem gentes cum Exeìino et aids 
Principibus per singulas civitatis platheas, quos invenire potè- 
rant trucidantes universa rapinis diiipiunt. Al qui per fugam 
ab urbe evadere poterant, omnes in castro de Urceis, cum 
aliis qui illic confugium fecerant communierunt. Nani caetera 
Brixiensium castra jam se cadem die Exelino iradidcrunt. 



LIBRO VKÌSTESIMOTEIIZO 235 

dì ripugnatile a natura venne io quell'occasione operato ■ 

in Brescia da Ecelino e da' consorti suoi. Sono certis- J*opo 

Lr. U. 

simo, che se lo avessi a dire, non farei che destare anno 
raccapriccio, compianto, inutil ira; per questo credo li58, 
essere miglior consiglio il volgere ad altri oggetti me- 
ritevoli di lieta ricordanza il racconto. 

§ 21. ÌNon furono pochi i bresciani che in quel torno 
di tempi e per gli alti meriti, e per le opere che pub- 
blicarono, e per le cospicue diguità che non solo in 
patria, ma in esteri paesi ancora occuparono, debbono 
essere ouoratamente rammemorati, e di quelli ne basti 
lo scrivere almeno di quanti sopra gli altri si di- 
stinsero. 

Brillò allora in Brescia Bartolomeo Avogadro, signore 
coltissimo in ogni genere di studii, e singolarmente 
nella giurisprudenza; mandò egli alla luce varie opere 
legali che dagli antichi giureconsulti furono apprezza- 
tissime; Cozzando e Rossi le hanno commemorate ad 
una per una ed indicate col proprio titolo (i); ed il 
pontefice Alessandro IV le teune in tanto pregio che 
degnossi di onorarne 1' autore con premi luminosissi- 
mi (2). Quell' Avogadro parteggiò pei guelfi, era fra ì 
compagni del Legato Fontana nella enunciata battaglia 
di Gambara, in quella egli cadde sciaguratamente pri- 
gioniero; fu il giorno dopo tradotto a Brescia, ed in 
questa città per ordine di Eceliuo mandato crudelmente 
a morte. 



(1) Leonardo Cozzandi da Adro, Librerìa Bresc stamp. per 
G. M. Rizzardi 1694. a cart. 4y- — Ott. Rossi, Elogi Istorici, 
f. 69 e seg. 

(1) Bartolomeo Platina, ViU Ae Pontefici, ediz. veneta, pei 
tipi Ferrarmi, 1763. Tom. Ili, £ 102. 



2 36 LIBRO VEINTESIMOTERZO 

- Filippo della illustre ed antichissima famiglia Ugoni 
di Brescia fu un altro personaggio in quelle età ripu- 
tatissimo. I Bolognesi per voto concorde del pubblico 
consiglio lo elessero loro podestà l'anno 1248; e per 
le belle maniere, onde ebbe egli a sciogliere i gravi 
impegni di quella magistratura, due anni di poi, men- 
tre quelli erano perturbati per una guerra contro i 
Modanesi, e per un'altra contro lo stesso imperatore 
Federico II, una seconda volta a lui raccomandarono 
la somma delle cose pubbliche, e nuovamente lo eles- 
sero loro podestà (1). Conosceva quel signore quanto 
in quella occasione fosse più arduo quell' impegno; lo 
accettò non pertanto, dietro il patto però di condurre 
in sua compagnia il conte Arzolfo da Casalalto munito 
delle credenziali che il nominassero suo vicario; cosa 
che gli venne accordata, e cui gli avvenimenti poste- 
riori diedero a conoscere con quanta saggezza fosse 
stata premeditata, perchè per le agitazioni di quella 
città, 

Il Podestà Messer Filippo Ugoni (2) 

dovette assumere il comando dell'esercito bolognese, 
condurlo in campo contro i nemici; e sono aucora e 
dagli storici e dai poeti ricordate le imprese ed i pe- 
ricoli che affrontò, e le vittorie che conseguì lungo la 
Secchia ed al Panaro; ed il conte da Casalalto suo vi- 
cario frattanto scioglieva per lui saggiamente in Bolo- 
gna gli uffici podestarili. 



(1) Ghirardacci, Storie Bolognesi, Lib. VI. 

(2) Verso di Tassoni, Secchia Rapita, Cant. VI. st. 28. E io 
stesso Poeta ha parlato di quel Bresciano alle st. 44 e 45 del 
Canto medesimo. 



LIBRO VRNTESIMOTERZO a3 7 

Compito cou alto applauso in Bologna quel secondo 
suo reggimento, venne eletto dai Fiorentiui capitauio 
supremo delle milizie loro, nel quale ufficio per molte 
belle imprese si distinse; e dopo alcuni anni tornò in 
Brescia, e qui adoperossi indefesso pel bene de'suoi 
concittadini sino al termine de' giorni suoi (i). 

Arrighetto Coufalonieri figlio di Gualtieri e nipote 
di Arrigo dello stesso casato che fu vescovo di Bolo- 
gua, fu a que' tempi un signore riputatissimo. Le sue 
virtù lo avevano molto raccomandato al pontefice In- 
nocenzo IV, e reso a lui così caro, che tenevansi amen- 
due ricordata scambievolmente l' amicizia per mezzo 
di una epistolare corrispoudenza (2). Quell'illustre bre- 
sciano venne eletto podestà dai Genovesi ; e reggeva 
egli quel ministero quando le milizie di quella repub- 
blica diroccarono la seconda volta le mura di Savo- 
ia (3). Per due reggimenti consecutivi ha egli presie- 
duto in Bologna alla amministrazione delle cose pub- 
bliche, nel decorso de' quali, oltre altre belle opere, 
Pece ridurre a compimento la torre degli arringhi (4); 
5 que' reggimenti finalmente adempiti, venne da quei 
medesimi cittadiui eletto condottiero generale delle mi- 
izte loro per uua guerra che erano per rompere con- 
io alla repubblica veneta, irritati per alcuni dazi da 



(1) Rossi, Elogi Istorici, f. 75, in calce. — Di quelì' Ugoni 
i è parlato ancora al §. rj. del presente Libro. 

(1) Lo stesso Rossi a cart. 76 assicura di aver letto alcune 
ettere originali di quella corrispondenza epistolare ira Arri- 
rietto Confalonieri, e quel Pontefice. 

(5) Cafi'ari, Annal. Genuenses, apud Marat. Tom. VI Ber. 
la He. 



(4) Ghirardacci, lstor. Bofogn. lib. VIL 



a 38 LIBRO TEHTESIMOTÈRZO 

quella imposti alle merci che traevansi per l'Adriatico* 
Qiiell' illustre bresciano però uon potè in quell' impresa 
guadagnarsi gloria alcuna, perchè la morte lo colse 
innanzi tempo. 

Corrado della illustre famiglia bresciana, ora estinta, 
de'Concesii fu un altro nostro compatriotta, che per le 
alte magistrature, alle quali venne a que' tempi elevato,, 
gloriosamente si distinse. L'anno 1240 i Piacentini lo 
elessero loro podestà; sciolto che egli ebbe quel grave 
impegno, che lo fece con molto onore, per voto con- 
corde del pubblico consiglio venne il Concesio chia- 
mato a Milano a reggere la medesima magistratura in 
quella città, impegno eh' egli accettò, e sdebitonne le 
funzioui gloriosameute; e quello è quel bresciano che 
nelle ricordanze Milanesi del Corio è detto il Podestà 
Corrado Concessa (1). Corrado ha poscia diretta la 
medesima magistratura iu Genova, la quale fu a lui 
più scabra d'assai che nou le prime due occupate: 
poiché in quell'occasione dovette egli assumere l'ara- 
miragliato della flotta genovese e dirigerla contro aj 
Pisani, e contro le navi dello stesso imperatore Fede- 
rico: pel suo accorgimento però e per la sua prudenza 
ad onta di una tempesta di mare che lo addusse ac 
altissimo pericolo, diede a termine le imprese del su. 
ammiragliato con molta gloria (2). 

Dopo che Corrado Concesio ebbe sciolto in Milano ■ 
suo reggimento podestarile, venne a lui surrogato n 
quell'incarico un altro illustre bresciano che fu Boui 
facio Sala, il quale, con molto applauso di que' citta 

(1) Bernardino Corio, Storie di Milano, parte U. 

(9) Ottavio Rossi, Elogi Istorici, a cart. 81, e seg,; e e 
quel Concesio veggasi ancora quanto di lui si è detto al §. ' 
Lib. XIX di queste Storie. 



LIBRO VENTESIMOTERZO 2 3 9 

diui, aggiunse varie provvidissime costituzioni agli sta-! 
tuti milanesi; e quando il legato pontifìcio Gregorio da 
Montelungo insieme col piacentino Filippo Visdomini 
podestà di Parma, e con molti altri capitaui del par- 
tito papalino, era per tentare il conquisto di Vittoria, 
città che l' imperatore Federico II aveva fatto erigere 
uelle viciuauze di Parma, il podestà Bonifacio Sala con- 
diicendo le soldatesche de'Milanesi alleati col pontefice, 
altamente in quell'impresa si distinse (i), ed in quel- 
li' occasione percosse e conquise le milizie cremonesi 
sussidiarie dell' imperatore, tolse loro il carroccio che 
venne poscia condotto trionfalmente in Parma (2), ed 
unitamente agli altri alleati, dopo avere debellati i ne- 
mici, ed inseguiti sino al Taro quanti fortuitamente 
•poterono salvare la vita la libertà nella battaglia; 
depredalo il tesoro imperiale, le gioie, le preziose sup- 
pellettili, la corona, vivamente co' suoi consorti adope- 
rossi in distruggere quella nuova e male auspicata città (3). 
Bonifacio Sala sopravvisse ventitre anni a quella famosa 
Igtornata, e finalmente mancato naturalmente di vita in 
Brescia, venne sepolto nella vecchia chiesa di #. Dome- 
nico, ed ebbe il tumulo onorato da un glorioso epitafio (4). 

1 (0 RolauHini Chronicon, Lib. 5. cap. 11. 

(7) Chrouic. Parmense, apurl Marat. Tom. IX. Ber. Italie. 

(5) Petrus de Curbio, in Vita lunocentii IV., apud Murai, 
r. 111. pan. I. R tìr . Italie,, 

I (4) Rossi, Elogi a cart. 89 rapporta l'iscrizione sepolcrale 
li Bonifacio Sala, ed è la presente: 

! NOB'.LIS ILLE PRAETOR, DVX GLORIA BELLI 

QV1 MEDIOLANVM REXIT LVMINE TANTO, 
VICTORlAiMQVE AD PARMAM DESTRVXIT ET IPSE, 

MAGNVS OLLV1 DE SALIS BON1FAC1VS EROS 
MILLE DVCENTENO SEPTEM, ET VNO DECENO 

BlUXIiE PRECLARVS [VIT AD «3STERA CLARVS. 



2 4o LIBRO VENTESIMOTERZO 

! Emanuele della illustre ed antichissima famiglia 
de' conti Maggi di Brescia, illustre ed antichissima, tale 
però, ch'io vorrei credere, non essere alcuno disposto 
a porgere fede ad un opuscolo del prete Bernardino 
Falbi, ove Y ha vantata discendente dallo stipite dei 
re M'agì d'Oriente (i). Famiglia illustre ed antichissima, 
tale però, che non alcuno vorrà crederla discendente 
da quel Gneo Maggi da Cremona, che era direttore 
delle macchine militari, ovvero, comandante il genio 
nell' esercito di Pompeo, e che, caduto prigioniero di 
Giulio Cesare venne trattalo da quell'eroe con somma 
ospitalità e munificenza (2); illustre ed antichissima fa- 
miglia, della quale però non vorrà, io credo, alcuno 
porgere orecchio alle genealogie della medesima espo- 
ste dall'archeologo Ottavio Rossi ne' suoi Elogi Isto- 
rici (3), appoggiato ad alcune patrie iscrizioni, non 
considerando che dopo l'epoca degli epitafi da Ini 
citati trapassarono lunghi e lunghi secoli, nel de- 
corso dei quali I cognomi e gli agnomi stessi delle 
famiglie erano caduti in piena dimenticanza: Ema- 
nuele Maggi però, io dico, quantunque per debita 
schiettezza lo presenti, spoglio le tempie da ogni fu- 
tile abbigliamento procuratogli dalle lavoratrici di ere- 



(,) bardino Faini, Opusc. Mal. che esisteva cella L<br. 
de' Padri delia Pace, ovvero de' Filippini di Brescia, Opusc. 
intitolato, Memorie di alcune famiglie illustri bresciane dd 
quale io conservo un estratto fatto da UrAonì, Misceli. VoL* 

J °Ì) Tuh Caeaar, De bello civili, edit. Verni Aldi Manuti 

,5 7 5. pag. -288: cosi si esprime: Gneus Miaglus.... Cremona* 

Prefcctus fabrum Gn. Pompei, etc. 

(3) Rossi, Elog, Istor. fi U e 85, dell'ediz, eit. 



LIBRO VENTESMOTERZO 2^1 

ste, e nitido la faccia da ogni fuliggine d' incensi: Em- ! 
xnanuele Maggi discendente da illustre ed antichissima 
prosapia, il quale fu padre di Maffeo, del vescovo e 
principe di Brescia Berardo e di Bortolo, il quale co- 
munemente dicevasi Bertolino (1), che fu il genitore 
del vescovo bresciano Federico Maggi: il conte Ema- 
nuele Maggi, io dico, venne dai Genovesi eletto ad 
occupare la dignità podestarile, cui presso loro andava 
in que' giorni gloriosamente compiendo un altro illu- 
stre bresciano, cioè Corrado Concesio, che dal reggi- 
mento di Genova passava allora ad assumere quello di 
Piacenza (2). Quell'illustre bresciano altamente si di- 
stinse nella amministrazione dell'alto incarico che i 
Genovesi avevaugli affidato, e nell' atto che andava sde- 
bitandone onoratamele le funzioni, venne come per 
onoranza costretto ad assumere ancora il supremo co- 
mando della flotta di quella città; ed aggiunte alle 
insegne di podestà quelle ancora d' ammiraglio, con- 
dusse le navi di Genova contro Savona, ed in quel- 
r impresa era già disposto a prodezze; quando accorsa 
ili soccorso di Savona la flotta de' Pisani, e confortata 
ancora quella città dai prossimi sussidii a lei promessi 
dall' imperatore Federico, il bresciano Emanuele Màggi 
usò prudenza, e lungi dall' azzardarsi a fronteggiare 
forze sproporzionate, richiamò le navi e le ricondusse 
a Genova (3). 



(1) Albertino Mussato, De Gestis Italicorum post Henri- 
cum VII, Rubrìc. XXI. Bartolus pater Friderici qui Bartho- 
linus dicitur; la qual cosa è chiara ancora da un lstrumeuto 
Inotarile di que' tempi, procuratomi da Zamboni, e di suo pu- 
gno citato in margine al f. 295, della Brix. Sacra, eh' io conservo. 

(2) Giustiniani, Annali di Genova Lib. 5. 

(3) Rossi, E log. Ist. f. $6. 

Yol. IV. 16 



2 42 LIBRO VENTESIMOTERZO 

Quell'illustre Bresciano, dopo di avere sciolti glo- 
riosamente fra i Liguri quegli alti e duplicati impegni, 
tornò in patria, e qui per tre anni continui fervente- 
mente adoperossi onde rappatumare le pubbliche dissi- 
denze di que' tempi; venne poscia eletto podestà di Pia- 
cenza, ove dietro i maneggi dell'ardentissimo guelfo il 
cardinale da Montelungo, mostrossi un po' di troppo 
partigiano del medesimo. Sciolto quel reggimento e non 
osando tornare in Brescia, perchè sapeva con quali fe- 
rocie si andasse allora procedendo in questi paesi contro 
a quanti avevano significato guelfico partito, passò 
Roma, dove venne destinato a succedere al bolognese 
Brancaleoue Àndelò nella dignità di senatore, diguità 
che in quella metropoli corrispondeva allora a quella 
di podestà provinciale (i); ne andò egli sciogliendo gì 
impegni difficili ed alti pel decorso di quasi due ann 
interi: quando, ardendo allora fortissime contenzioni ivi 
i nobili romani ed i non nobili, ed accortisi i second 
che ed il senatore ovvero podestà Emanuele Maggi, ( 
papa Alessandro IV sostenevano con troppo spiegate 
parzialità la parte dei primi, li costrinsero ad uscir» 
sollecitamente amendue da quella metropoli (2). 

§ 22, Procedendo dietro l'ordine dell'opera, resti 
ora a tessere le debite ricordanze di que' Bresciani eh- 
in quel torno di tempi furono meritamente elevati a( 
ecclesiastiche dignità; fra i quali, seguitando la tesser 
cronologica, primo degli altri deve essere nominato Ar 
rigo de' conti Confalonieri di Brescia, il quale venn 
destinato a cingere la mitra ed a brandire il sacr 
pastorale di Bologna, cominciando fino d' allora eh 



(1) Sigonius, Ve Re gii. Italie, Uh. i5. 

(2) Rossi, Elogi Ut. f. 87 e seg. 



LIBRO YENTESIMOTERZO 243 

papa Innocenzo.IIl reggeva la cattedra augusta del Va- 
ticauo; e dopo la morte di quello sciolse i gravi inca- 
richi della diguità medesima ed a tempi del pontefice 
che ebbe a succedergli Onorio III; poscia dell'altro 
Gregorio IX, indi dell'altro nominato Celestino IV; e 
quei Bresciauo arcivescovo di Bologna spirò finalmente 
fra il pubblico compianto la vita, meutre occupava la 
cattedra di s. Pietro papa Innocenzo IV (1). 

Azzone della illustre famiglia patria de' Torbiati tenne 
a que' tempi per tredici auni continui il seggio vesco- 
vile di Brescia, e fu in quella sacra dignità il succes- 
sore del soprannominato frate Gualla, ch'era berga- 
masco d'origine, poi fecesi frate domenicano in Bre- 
scia, e poscia qui tenue ancora la mitra episcopale. 
Morto onoratamente quel prelato l'anno 1 244, e sepolto 
ad Astino in bergamasca (2), venne destinato a succe- 
dergli l'arcidiacono della cattedrale di questa città Az- 
zone Torbiati, siccome ne lo assicura Gradenigo (3). 
Parrebbe forse ad un qualche cinico sindacatore che 
quel vescovo nou si adoperasse che onde procurare o^ni 
possibile vantaggio ed agiatezza de' claustrali: perchè 
eletto egli vescovo appena, persuase ai canonici della 
cattedrale, de' quali, innanzi di ottenere la sacra mi- 
tra, era stato l'arcidiacono, di cedere in vendita ai frati 
domenicani alcune case che essi possedevano in Brescia 
nella contrada di s. Lorenzo, onde in quegli spazii fosse 



(1) Rossi, ivi, f 67 e seg. 

(2) Adnotator Calalogi refertus a Gradonico Br. Sac. f. 285: 
diala Episcopus qui fui t de Bergamo. Epip. Civita Brix. 1244, 
et futi de ordine fratrum predicalo rum, et fuit sepultus ad 
Monast. de Astino de Bergamo. 

(5) Gradenicus, Brix. Sacra pag. 266. 



244 LIBR o ventesimoterzo 

'loro dato di potere magnificamente erigere il mona- 
stero e la chiesa che facevansi allora edificare (i), per- 
chè affaticossi due volte caldamente onde migliorare le 
sorti de* frati umiliati, la prima procurando uno spazio 
maggiore al cenobio che quelli avevano in Brescia, e 
la seconda usando loro i medesimi favori, perchè po- 
tessero condurre a miglior costruzione quell'altro che 
essi tenevano in Montechiaro (2); e dopo di ciò, come 
non contento di quanto i suoi antecessori Manfredo, 
Raimondo, Giovanni Griffi da Fiumicello e Giovanni 
Palazzi avevano operato in vantaggio delie mouache di 
santa Maria di Manerbio, egli ancora spiegò vivamente 
in vantaggio delle medesime i suoi favori (3). Ma quel 
prelato seppe prestarsi ancora onde soccorrere il bene 
non solo della provincia ma di tutta insieme la Lom- 
bardia: e lo fece quando il venerdì otto marzo 1252 
concedette ai rappresentanti la società Lombarda una 
gran sala del proprio palazzo, cioè dell' episcopio, ed 
alla presenza del cardinale Ottaviano, adunossi con 
quelli a consiglio, e con essi loro rinnovò e sottoscrisse 
i patti della confederazione medesima (4). Quel vescovo 
mancò di vita appena dopo la metà dell' ottobre del- 



(1) Ciò consta da un atto notarile prodotto da Gradenigo 
f. 267, e seg. 

(•2) Lo conferma un altro atto notarile pubbl. dallo stesso 
G rnH eri igo, pag. 270, e seg. 

(5) Ciò viene assicurato da un atto pubbl. scritto dal prò- 
tonotario Apost. Gio. Pontoglio da Erbusco, e Parroco di Tren- 
za no, cbe fu il collettore degli atti pubbl. raccolti nel Libro 
Poieris cbe ancora conservasi nell'Archiv. della città. 

(4) Muratori, T. IV. Anlìquìt. Medii /fìevi col. 487 ba pub- 
biicato l'alto di quella rinnovazione della lega Lombarda, dalo 
Tanno iiS*ì, die Vencris 8 infrante fllnitio e te. 



LIBRO YEHTESIMOTERZO a4* 

Tanno 1253, e fu destinato a succedergli un altro co- 
spicuo sacerdote bresciano che fu il famoso Cavalcano 
Sala, quello che nel decorso delle terribili vicissitudini 
eceliniane, delle quali andiamo di presente trattando, 
fu insieme con molt' altri costretto a fuggire da Brescia 
onde scampare dalle furie sanguinolenti dell' invasore (i). 

(i) Veggasi addietro il § io di questo libro. 



Fine del Volume IV. 



L» pi-eSflCte ediziouo è posta sotto la tutela delle leggi 
vìncati essendosi adempito a qnanto es3e prescrivono. 




I